SENTIERO ROMA E...

TAPPA 5

(Rifugio Cesare Ponti - Chiesa in Valmalenco)

Come nella tradizione dei giorni passati, la colazione è a base di pane, burro, marmellata e crema di nocciole, ma almeno i quantitativi sono superiori alla prima tappa.

Pronti ad affrontare l'ultima avventura per molti e il continuo per il solitario, usciamo nelle quasi tenebre per riempire le borracce nella vicina fontanella.

Il Rifugio Cesare Ponti è avvolto in una luce spettrale, l'alba non ha ancora baciato le cime delle vette e alcune nubi vorticose ondeggiano sul Monte Disgrazia come lunghi capelli soffiati dal vento. Nella sassosa valle morenica le millenarie dune di sabbia e roccia caratterizzano distintamente il paesaggio desolato, i colori virano dal grigio al rosso, dall'ocra all'antracite. Il verde e i caldi colori floreali sono un'inezia a confronto dell'immensa vastità infinita dell'area glaciale.

Il Passo di Corna Rossa osserva le formichine che cammino sulla sua vellutata veste, le ammira per la loro tenacia mentre solcano gli ondulati rilievi, le aspetta per l'ultimo abbraccio.

Seguiamo la traccia del sentiero lunare fino ad arrivare a un nevaio informe che può assomigliare al bavaglio di un bimbo, ma serve tanta fantasia. Preferiamo aggirarlo anziché attraversarlo, sarà sicuramente più agevole la scarpinata fra sfasciumi e ghiaioni rispetto a neve dura e scivolosa. Da lontano, la via verso il passo sembrava più agevole, invece è infida per la sabbia, la ghiaia, i sassi e le rocce in delicato equilibrio che si smuovono a ogni passo. Solo i massi di qualche quintale sembrano immobili nella loro precaria instabilità. Zigzaghiamo numerose volte per conquistare i metri che ci dividono dalla meta intermedia, finché, a seguito di alcune balze su sfasciumi di notevole dimensione, arriviamo all'attacco della prima serie di catene. Queste, a differenza di quelle posizionate nei passi precedenti, non sono essenziali per arrampicarsi sulle rocce, sono perlopiù utili a sentirsi sicuri nell'ascesa o discesa. Il Passo di Corna Rossa è sempre più vicino, possiamo quasi toccarlo con lo sguardo. Sopra la sua comoda cengia, l'umidità delle amorfe nubi soffia rapidamente nel cielo rischiarato dal sole crescente, l'aria diviene sempre più frizzantina nel mare indaco che ci sovrasta.

Giungiamo al passo alla spicciolata, mentre attendiamo gli ultimi arrivi, ci proteggiamo dalla brezza gelida che soffia nel varco. A breve distanza, siamo osservati dal solitario Rifugio Desio, eremita dimenticato di un tempo in cui le sue ascese al Monte Disgrazia furono punto di partenza di numerose vie alpinistiche.

Riunita l'intera comitiva, saluto tutti con una stretta di mano e un abbraccio, un arrivederci solca le labbra di ognuno, un arrivederci a prossime avventure. Mi attende ancora un lunghissimo percorso fino al Rifugio Gerli-Porro. L'ambizione è notevole, voglio crederci e ce la farò. Qualora dovesse diventare "troppo" posso scendere a valle e annullare tutto, vedrò col passare delle ore. Il percorso dal Rifugio Carlo Bosio in avanti per tutta l'Alta Via della Valmalenco lo conosco in quanto solcato nel 2006 con l'amico Marco, quindi sono conscio di cosa mi aspetta. Quindi, avanti tutta.

La valle ai miei piedi è uno sfasciume unico fino ai confini del mondo, le sfumature rossastre giocano con le luci e le ombre delle rocce in un'interminabile crosta aspra, ispida e rugosa. I segnalini CAI e i bolli rossi sfumano nelle grinze rocciose del tempo, sbiancano di fronte alla severità del paesaggio, sbiadiscono a contatto con la durezza di questo antico mondo. Mi volto per un ultimo saluto agli oramai lontani amici e riprendo la vaga via alla ricerca di quella segnalata. In pochi istanti smarrisco le marcature rossastre e mi trovo a vagare a naso, purtroppo il vento non facilita la ricerca della traccia profumata e quindi sono costretto a inventarmi la strada. In meno di cinque minuti e sono affacciato a una balconata di diverse decine di metri che si tuffa su ulteriori sfasciumi sottostanti, risalgo per poi tendere verso destra dove avevo intravisto, poco sopra, che le scaglie pietrose continuavano fino ai piedi delle montagne. Ogni passo è fantasia, ogni metro a seguire è creatività di equilibrio e destrezza, arte nell'arrampicare e nell'arrancare, puro estro nel trovare un fantomatica via segnata. Finalmente trovo un bollo rosso e poi un altro ancora, il terzo lo trovo parecchi metri più in basso, ma non dispero perché è seguito da molti altri. Abbassandomi, lo pseudo-sentiero diventa uno vero e proprio, con forme e sinuosità a lui consone. Aggirato un nevaio incastrato fra il pendio del monte e la morena, la via scende in diversi tornanti e allunghi fino alla verdeggiante valle sottostante nella quale un placido torrentello scivola delicatamente fra smeraldini prati. Radi ontani, abeti e larici sono i primi a dare il benvenuto in Valle Airale.

Poco sopra la cintola percepisco un leggero fastidio sotto-ombelicale, immagino sia dovuto al freddo che ho assaporato al passo; passerà durante la giornata.

Nei pressi del Rifugio Carlo Bosio il fastidio diventa più insistente, immagino che entro sera dovrò cercare una toilette, o al rifugio di arrivo o al massimo en plein air lungo il cammino. Appoggio lo zaino su un masso piatto situato in vista del rifugio, mangio una barretta energetica fatta a casa, qualche sorsata di acqua coi sali, e riprendo il cammino.

L'Alpe Mastabbia dista 50 minuti, divenuti 30 minuti per minimizzare i tempi che mi separano dall'arrivo, ma interminabili per il dolore sempre più crescente all'addome.

Presso l'Alpe Mastabbia incontro l'alpeggiatore appoggiato alla ringhiera in legno che separa la vista della sua baita con la Valmalenco, a pochi metri di distanza una rigogliosa fontana zampilla cristallina nella luce splendente del sole. Mi fermo per prendere fiato dal fastidio al basso ventre e cerco conforto in qualche parola scambiata col signore. Lo saluto e gli auguro una buona giornata, continuo a porre un passo avanti all'altro non pensando alla stanchezza. Nei pressi di un'altra baita, tre simpatici maiali rosa si godono una profonda siesta, uno accanto all'altro con le orecchie rivolte in ogni direzione, il respiro profondo con le panciute pancette che si gonfiano ritmicamente. Poco oltre, a una ventina di metri dall'alpeggio, il prato smeraldino lascia il terreno al bosco di larici, abeti e qualche ontano. Il cielo, sempre più grigio e tetro quasi fosse in sintonia col malessere provocato dal mal di pancia, scurisce le tinte verdi che mi circondano rendendole più intense e cupe. Il sentiero segue la costa della montagna con un susseguirsi ondeggiante di morbide salite e discese intervallate da tratti quasi pianeggianti.

Chiudo gli occhi per non perdere la concentrazione, il tempo sembra dilatarsi, i secondi mutano in minuti e i minuti in ore, sembra che l'eternità del momento sia calata come fitta nebbia autunnale. Le emozioni e le sensazioni calpestano il terreno senza lasciare impronte e la vegetazione che mi avvolge ne viene solo sfiorata al mio passaggio. I colori diluiscono le loro screziature in tonalità monocromatiche come gli stessi miei pensieri, persi nell'etere dell'oblio. Senza rendermi conto ho raggiunto un vecchia cava di talco abbandonata da decenni, colgo l'occasione per fermarmi a riprendere fiato, a riprendere la labile concentrazione, a riprendere me stesso. Qui, nella desolazione lasciata dall'uomo, nello sfacelo che un tempo fu qualcosa e che ora è niente, prendo la decisione di interrompere il mio viaggio. Non ha alcun senso continuare, il dolore è in crescendo, fitti lancinanti ritmano i minuti che scorrono nel tempo, senza contare i chilometri e ore che mi separano dalla meta odierna che sono tutt'altro che pochi. Alzo bandiera bianca.

Piegato in due dalle fitte allerto il soccorso materno, chiamare il soccorso alpino mi sembra esagerato. Traffico permettendo dovrebbe arrivare a Chiesa in Valmalenco in circa 2 ore, mi dispiace scomodarla, ma non ho altre soluzioni. Non penso sia una cosa grave, probabilmente sarà solo il freddo preso al Passo di Corna Rossa, sono vivo e non sto per morire, quindi l'elicottero lo lascio a gravità maggiori.

Riprendo in spalla il mio fardello, mai pesato così tanto come quest'oggi. Ogni singolo muscolo della schiena è solidale alla pancia, condividono dolori differenti, ma tutti assieme gioiscono a farmi penare.

Lascio le rovine alle mie spalle e prendo il sentiero diretto verso la valle. Obiettivo primario è Alpe Lago, poi penserò a come arrivare a Chiesa in Valmalenco. In totale circa mille metri di discesa, spero di farcela, stringo i denti.

Le sfumature di grigio regnano sovrane, il nulla ha preso mente e corpo e li sta portando verso il basso. Mi fermo accanto ad altre rovine, immagino siano legate alle cave poco più in alto. Mi appoggio a un muretto in pietra, respiro e nuovamente respiro. Mi guardo in giro sconsolato per rendermi conto del luogo in cui mi trovo, un luogo che sembra lontano anni luce dalla civiltà, un luogo che sa comunque strappare un'emozione, davanti a me alcune orchidee violacee spuntano dal grigio della mia mente e grazie a loro il luogo prende forma e colore. Mi siedo sulla traccia del sentiero perché le energie vengono meno, il tempo passa e l'immaginario ticchettio di un orologio a lancette scandisce l'eterno.

Non voglio demordere proprio ora, devo resistere. Mancano ancora due ore o forse meno o forse più, ma non importa, l'importante è giungere almeno all'Alpe Lago, poi si vedrà. Stringo i denti, carico lo zaino, scendo senza voltarmi a salutare le orchidee.

All'Alpe Lago spero di incrociare qualcuno diretto a Chiesa in Valmalenco, magari riesco a sfruttare un passaggio in fuoristrada. Al mio arrivo, noto solo escursionisti che gironzolano senza meta, niente auto.

All'imboccatura della strada sterrata si apre un bivio: seguire la carrareccia nella speranza di trovare un passaggio o seguire il sentiero nella speranza di arrivare il prima possibile al paese? Un'ardua scelta decisa dalla disperazione anziché dalla ricerca della fortuna.

Col passare delle ore lo zaino si è trasformato in un supplizio. Scelgo la via più facile, ovvero quella della velocità a discapito della fatica alle gambe. Nell'incorporeo limbo in cui mi ritrovo arrivo al tornante in asfalto che porta a Primolo in un tempo che non ha unità di misura, andare oltre è impossibile, mi siedo e mi accascio sull'abbandono dei ricordi. Lungo tutto il percorso non ho incrociato un'auto, solo ciclisti o camminatori; il sentiero è stata la scelta migliore.

Piegato in due dal dolore attendo che arrivi il soccorso materno. Per telefono ho la conferma che manca poco, resisto.

È il momento di iniziare una giornata imperfetta, carico me stesso nell'auto e mi perdo in una nuova fine.

È una giornata imperfetta, la sofferenza è piena tranne per qualche spiraglio di tregua e una vena ottimistica, sul dolore gli ultimi ricordi dell'avventura conditi con i rimasugli di forze e uno sguardo all'arrivo aspettando il riposo.

È una giornata imperfetta, sotto la doccia è sparpagliata tutta la mia energia rimasta dopo questi giorni in montagna, l'acqua che solca la mia pelle aspetta di lavare l'arcobaleno multidolore che si irradia dal mio corpo.

È una giornata imperfetta, nel cielo le grigiastre nubi inglobano l'azzurro cristallino, la temperatura sembra piacevole, aridi aliti di vento scendono dalle montagne e il cupo verde dei boschi si spegne alla mia vista.

Epilogo

(a casa...)

Verso le 2:30 di notte mi sveglio per andare in bagno, rimango seduto sul gabinetto per un tempo interminabile con dolori e sofferenza in crescendo.

Verso le 4:00 di notte il soccorso materno chiama l'ambulanza, sono sdraiato per terra dal dolore e non riesco a concentrarmi per alzarmi.

Verso le 7:30 di mattina in pronto soccorso mi viene somministrata la seconda dose di morfina, riesco finalmente a rilassarmi e il dolore è forse un ricordo.

Verso le 11:00 di mattina vengo dimesso e rimandato a Settembre con un esame in matematica.

In un orario indefinito del pomeriggio passo finalmente l'esame di matematica: calcolo renale espulso.

Ora bisogna pensare alla prossima avventura...

 

© Bertolini Mauro

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