SENTIERO ROMA E...

TAPPA 3

(Rifugio Luigi Gianetti - Rifugio Allievi Bonacossa)

Nel salone da pranzo il trio incontra il quartetto, i primi si siedono per la colazione mentre i secondi si alzano per la camminata. Un altro arrivederci lungo il sentiero e i due gruppi si separano per vivere un'esperienza di vita differente sullo stesso cammino.

Numerose fette di pane ci aspettano a braccia aperte in un paio di panieri assieme alle solite marmellatine e ai soliti burrettini, ma questa volta entrano in campo anche delle pseudo-nutelline. Si preannuncia un giorno più gioioso per i nostri palati e stomaci.

 

Ricaricati con nuove energie e carichi del vecchio fardello, prendiamo la lunga via che ci separa dal Rifugio Allievi Bonacossa.

Chiudiamo il semicerchio dell'anfiteatro montano iniziato il giorno precedente, questo continua fino al Passo del Camerozzo. Un paio d'ore, forse meno, ci separano dalla tappa intermedia. In questo tratto di via, il Sentiero Roma solca continui saliscendi su placconate rocciose ed erbose, attraversa numerosi ruscelli che saltellano fra le rocce o che scivolano fra i tappeti rocciosi. Gli imponenti massi crollati in tempi remoti sono i baluardi di un impero roccioso in continuo cambiamento, restano immobili in attesa dei futuri mutamenti geologici con indefessa tenacia. Il viandante che li osserva è solo una goccia d'acqua di secondi in un oceano costituito da minuti, ore, giorni, mesi, anni, secoli e millenni. L'arco roccioso termina nei pressi di un massiccio spigolo granitico che scende verso valle come un'immensa radice di un secolare albero. Lo aggiriamo seguendo i segnalini CAI e le croci rosse del regime fascista e, senza grosse difficoltà, arriviamo al vero e proprio attacco al Passo del Camerozzo. Nell'ultimo tratto, prima dell'ascesa finale, dedico pochi minuti per il quotidiano equilibrista precario la cui fotografia riflette l'inquadratura ampia e ariosa di quella del giorno precedente: il rifugio in lontananza, le cime frastagliate che inzuppano le loro guglie nel turchese cristallino di un mare senza fine, di prati radi e di rocce levigate da leviatani glaciali.

Salutiamo Valle Porcellizzo per affrontare un tratto più impegnativo con le catene, queste agevolano notevolmente l'arrampicata sulle granitiche rocce cineree fino ad arrivare allo stretto incavo chiamato Passo del Camerozzo. Qui godiamo di una doppia vista quasi speculare su due vallate ad anfiteatro che si estendono quasi a perdita d'occhio fino alle lontane creste di confine. In entrambe le valli le mostruose forze dei ghiacciai in movimento hanno solcato lo spazio e il tempo fondendo la dura pietra come burro al sole, hanno sapientemente levigato il selciato della strada lasciando a noi un pavimento di lisce mattonelle screziate di verde e di grigio, e di qualche biancastro batuffolo lanuginoso che si crogiola nel tepore estivo.

 

Valle del Ferro

 

Breve pausa e riprendiamo il cammino. La discesa è più brutta rispetto all'ascesa, con calma e molta attenzione seguiamo ogni anello metallico concatenato al precedente e al successivo, serpeggiamo fra pareti a strapiombo e cenge sbriciolose, fra tagli nella roccia e minute protuberanze sul nulla. Ancora qualche fatica accompagnata da calma condita con altrettanta attenzione e, finalmente, mettiamo i piedi su terreno solido, stabile, costituito prettamente da un ghiaione. In ogni caso è sempre meglio che vedere strapiombi poco rassicuranti sopra la nostra testa e sotto i nostri piedi, a destra e a sinistra del nostro sguardo. Guardiamo il passo con occhi più tranquilli e molliamo gli ormeggi per riprendere a solcare i mari di roccia, erba e roccia. Consiglio imbrago e set da ferrata per coloro che hanno paura del vuoto o vogliono una maggiore protezione.

Il sentiero, o meglio la via su rocce bollate che ne indica la traccia, taglia in costa tutta la Valle del Ferro fino al passo successivo, il Passo Qualido. A circa metà via, qualche decina di metri più in basso dal sentiero, è situato il Bivacco Molteni-Valsecchi. Il rosso parallelepipedo quadrangolare dal metallico tetto ricurvo ammira l'immensa valle sottostante nella sua minuta statura sovrastata da imponenti cime, si gode la vita senza pensieri e senza preoccupazioni, ogni tanto accoglie per una notte l'escursionista nella sua ristretta dimora e lo saluta la mattina seguente mentre riparte per una seconda avventura.

Il Passo Qualido, oramai a breve distanza, ci aspetta assieme al dirimpettaio Torrione Qualido che spicca nel cielo sopra i nostri occhi. La salita è rapida e abbastanza agevole, molto ben segnalata, e la si affronta senza impegno.

Nella sella rocciosa scopriamo un nuovo paesaggio già conosciuto, in pratica la Val Porcellizzo e le due sorelle minori, la Valle del Ferro e la Valle Qualido. Il trio si assomiglia, anzi, sono quasi identiche: placche di liscia roccia bagnata dal Sole e da qualche rivolo d'acqua, prati smeraldini che cercano di conquistare ogni centimetro quadrato utile alle loro radici, sfasciumi e ghiaioni che ammantano i piedi delle frastagliate vette, un sentiero praticamente invisibile che taglia a metà costa le valli stesse, e qualche pecora intenta a spiluccare inesistenti ciuffi d'erba.

 

Lorena e Francesco in attraversamento di una placca

 

La discesa dal passo non rispecchia la salita. Anche qui, come al Passo del Camerozzo, bisogna fare attenzione a procedere lungo il sentiero incatenato. Non è tecnicamente impegnativo come il suo predecessore, ma in ogni caso è da considerare con nuovo e rinnovato rispetto. Oltrepassate friabili cenge a strapiombo e una salitella intagliata fra le rocce, la via scende fino ai prati sottostanti vestiti di pietre, rocce e i soliti immancabili sfasciumi.

Attraversato il terzo anfiteatro, vedi le descrizioni di quelli precedenti per visualizzarne le fattezze, arriviamo ai piedi del Passo dell'Averta.

Il canalino che porta in quota è abbastanza agevole e non richiede maggior attenzione degli altri, se non la solita meticolosità nel non far cadere sassi sui sottostanti escursionisti. Le catene sono l'elemento caratterizzante di ogni ascesa al passo e relativa discesa, seguire con la mano tutti gli anelli metallici porta l'avventuriero nella stretta insenatura che si apre sullo spartiacque fra la Valle Qualido e la Valle di Zocca.

La discesa segue il solito susseguirsi di catene che saltellano di parete in parete fino ad arrivare a un traverso che si affaccia su un canalino roccioso, fra le sue rocce si intravedono massi con bolli che forse testimoniano una vecchia variante o crolli passati. La traccia termina sul solito ghiaione, per poi lasciare spazio alle solite spianate di roccia e erba.

Aggiriamo la valle a mezza costa finché giungiamo a uno notevole sperone roccioso che si lancia nel vuoto sulla Valle di Zocca. Sulla punta del granitico baluardo godiamo della splendente vista su infiniti manti verdeggianti, lussureggianti manti d'aghifoglie e eterni manti rocciosi. Il Sole gioca con le vette, le creste, le dorsali e i torrioni, creando drammatici contrasti di luci e ombre fra la roccia e sulla roccia, fra le costole dei pendii montani e sulle ampie valli sottostanti.

 

Rifugio Allievi Bonacossa incastonato fra le rocce

 

Il Rifugio Allievi Bonacossa ci osserva silente a poca distanza, siamo separati da un'ultima discesa inanellata da un'ultima catena, un tratto quasi pianeggiante e un'ultimissima salita. Sul sentiero, quasi a darci il benvenuto a conclusione di questa terza avventura, incontriamo un'orchidea viola-rosata che, solitaria in questo brullo mondo, si fa accarezzare dai fili d'erba danzanti nella soffice brezza pomeridiana.

Arriviamo al rifugio accompagnati dal latrato di un cane chiuso nel suo recinto e da una zampillante fontanella che risplende di luce propria nelle ultime ore del meriggio.

 

La siesta al sole è un ottimo premio per le fatiche della lunga giornata, il secondo premio è una calda doccia pagata profumatamente come tutte le docce del Sentiero Roma, il premio finale è la cena a base di spaghetti al ragù, arrosto, e crostata alla marmellata con un sapore che fa rinascere in noi i ricordi di quando eravamo bambini, di quando aprivamo le confezioni delle merendine e gustavamo tondeggianti crostatine alla marmellata le cui farine venivano macinate in un bianco mulino toscano. Durante la cena siamo partecipi di un episodio abbastanza singolare che ci ha fatto inorridire: a seguito della nostra richiesta di acqua naturale del lavandino della cucina o della fontanella esterna riceviamo come risposta una bottiglia di plastica vuota e l'indicazione di riempire noi stessi tale contenitore presso il lavandino, esterrefatti riempiamo la bottiglia, i nostri sguardi si chiedono quanto sia difficile fornire al cliente una semplice caraffa d'acqua anziché comportarsi in questo modo. Forse ci è sfuggito qualcosa, o forse è meglio vendere acqua di una sorgente lontana centinaia di chilometri rispetto alla fresca fonte poco distante; è un mistero che rimane tuttora irrisolto. Con l'amaro in bocca, seppur l'ultima portata era un dolce, andiamo in branda.

 

© 2020 by  Bertolini Mauro  www.bmphoto.it

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