SENTIERO ROMA E...

TAPPA 2

(Rifugio Luigi Brasca - Rifugio Luigi Gianetti)

L'alba bagna con la sua tiepida luce aranciata le granitiche cime retiche, il rifugio è ancora adombrato dalle vette che proiettano le loro maestose ombre sul versante opposto creando un regno di ombre su ombre. L'aria è fresca e piacevole, non fredda e pungente come mi sarei immaginato svegliandomi poco prima delle 7.

Francesco, Lorena e Tony si svegliano con me, insieme percorreremo il tratto fino al bivio tra il Passo del Barbacan e il Passo dell'Oro ove Tony ci saluterà, e noi, al contrario, continueremo la via attraverso il Passo del Barbacan in direzione del Rifugio Luigi Gianetti.

Scendiamo nella sala da pranzo per ricaricare le energie mentre il quartetto ha già gli zaini in spalla, noi con le chiappe sulle panche e loro con gli scarponi ai piedi. Ci incontreremo lungo il sentiero o direttamente alla meta. La colazione si presenta molto minimalista: un solitario pacchetto di fette biscottate confezionate, due altrettanto solitarie confezioni di marmellatine di pesca e un micropacchettino di burro. La solitudine regna sovrana e il trio finisce in un tempo pari a quello impiegato a sconfezionare il tutto. Chiediamo al rifugista qualche fetta di pane e un altro accompagnamento calorico da spalmare con espressioni da cuccioloni che chiedono  al padrone un biscottino con occhi grandi come lune piene. Veniamo accontentati con altrettante confezioni solitarie, ma almeno le fette di pane arrivano in gruppetto. Le energie ingurgitate basteranno per poche ore di cammino, forse meno. Sorvoliamo, saltiamo i conti e, preparati di tutto punto, ci incamminiamo lungo il sentiero.

Lasciamo la strada sterrata dopo una decina di metri dal rifugio e, alla sua destra, prendiamo il sentiero verso il Passo del Barbacan. La via si tuffa nel bosco di abeti e larici, ai loro piedi sassi e massi sono tinteggiati a macchia di leopardo da soffici muschi smeraldini. L'ambiente è fittamente ricco di vegetazione arborea e arbustiva, l'umidità ha il profumo di bosco, di corteccia bagnata e resinosa, di erba gocciolante di rugiada, di piante di mirtillo e ontani sgraziati. Il verde in tutte le tinte e screziature regna sovrano in questo mondo fiabesco, solo le indicazioni bianco-rosse dipinte rompono la monotonia monocromatica creando singolari contrasti.

La traccia prende quota rapidamente e senza farselo dire due volte sale ancor più velocemente, la pendenza non è banale e i muscoli freddi riescono a carburare quasi verso la fine della fitta boscaglia. Al suo termine, prendono posto massi e radi prati tinteggiati qua e là da violacee campanelle e altri fiori molto svogliati che non si degnano di risplendere e risuonare come le loro vicine. Il sentiero alterna tratti dolcemente pianeggianti, brevi come un respiro, a tratti ruvidamente pendenti, lunghi come una vita intera di respiri.

Prima di venire coperti dalla vasta ombra della Cima del Barbacan dedichiamo qualche minuti di riposo per un autoscatto fra compagni di fatiche.

Riprendiamo il cammino continuando a rampare fra pietraie erbose e prati sassolosamente pietrosi. Dopo un pezzo abbastanza ripido, come se non ne avessimo percorsi di simili finora, giungiamo al bivio dove dipartono il sentiero per il Passo del Barbacan e il Passo dell'Oro. Qui salutiamo Tony diretto verso l'Oro.

Un'altra ripida e sdruciolevole rampa di sassi, massi, ghiaia e sabbia, ci separa dalla tappa intermedia. La fatica del dislivello, e del fardello sulle mie spalle, inizia a incrinare le esigue energie ingurgitate a colazione. Al Passo del Barbacan raggiungiamo il quartetto che, al nostro arrivo, lascia spazio ai nuovi venuti. Ci salutiamo con un arrivederci al Rifugio Luigi Gianetti.

Breve pausa, chi con panino farcito con bresaola e formaggio, e chi, come il sottoscritto, con uovo sodo, crackers fatti in casa e qualche pezzetto di Parmigiano Reggiano; i fondi di magazzino per svuotare il frigorifero. Lasciarli a casa avrebbe dato vita a un coinquilino maleodorante che sarebbe diventato un pò ingombrante dopo la mia lunga assenza, quindi meglio svuotare il frigorifero e non dare adito a crescite fungine indesiderate e moleste.

La rampa iniziale, che collega il passo al bivio sottostante, non è da meno rispetto all'ascesa passata. Irta e sdruciolevole, disarrampicare è la scelta migliore per non ruzzulare.

Giunti al bivio, chiedo venia ai miei compagni di viaggio per rubar loro una decina di minuti necessari a realizzare la mia arte effimera con un equilibrio precario, sullo sfondo l'anfiteatro retico racchiude la Val Porcellizzo in tutta la sua ampiezza e il minuto rifugio rosseggiante dispenso fra le rocce. Dopo nove sassi in precaria instabilità, scatto loro una fotografia ricordo e riprendiamo la via lungo la landa desolata di massi e prati che caratterizza univocamente il delicato declivio che nasce ai piedi delle placconate rocciose saettanti verso il mare cristallino.

 

Val Porcellizzo

 

Il rifugio si avvicina a ogni nostro passo, le persone minuscole come acari su un bocciolo di rosa prendono forma e dimensione eretta, i dettagli sono più nitidi, i colori più distinti, e il nostro arrivo si accorcia a ogni nostro respiro.

Annunciamo la nostra venuta al rifugista di turno che ci accompagna nella camerata all'ultimo piano. Ogni centimetro quadrato è occupato da letti a castello o materassi per terra, anche alcuni pianerottoli defilati dai corridoi sono pregni di materassi o letti. Lo spazio è stato ottimizzato al massimo per ospitare il numero maggiore di escursionisti, alpinisti o arrampicatori.

Usciamo sulla terrazza affacciata sull'immensa valle per goderci un meritato riposo. Le pagine dei libri appoggiati sui tavoli sfogliano racconti lontani, i boccali di birra fresca e spumeggiante brillano di luce al tramonto, i panni stesi garriscono al vento come vele di strambi velieri, le nubi mutano e si sciolgono nel mare celeste in un lento turbinio di onde, i lunghi e affilati steli d'erba ondeggiano in una sinuosa danza ancestrale, le rocciose placche immobili osservano il dinamismo del mondo nella loro granitica staticità.

Affamati come lupi digiuni da giorni, ci appostiamo nel salone da pranzo in un'unica tavolata che accoglie i sette viaggiatori. Gli stomaci brontolano e gli sguardi di ognuno osservano attentamente la porta della cucina nell'interminabile attesa della cena. La scelta personale fra pasta al ragù e minestra di verdure e cicerchie cade su quest'ultima, buona e saporita, ma per riempire lo stomaco serviva qualcosa di più sostanzioso. Di secondo opto per il formaggio anziché il roastbeef, me ne pento perché la fetta era solitaria più di un eremita, e la carne, per sua fortuna, aveva una misera compagnia di patate. Sperando in qualcosa di più interessante e sostanzioso nel dolce, attendiamo sul patibolo l'arrivo di un budino al cioccolato che di montagna fa ben poco; a noi, al contrario degli altri commensali, non è toccata la tipica bisciola valtellinese, peccato. Non propriamente soddisfatti dalla cena, corichiamo le nostre affamate membra nei rispettivi letti sperando che la colazione sia più abbondante della precedente.

 

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