SENTIERO ALPINO CALANCA

TAPPA 3

(Capanna Buffalora - San Bernardino)

Il buio assoluto della nostra stanza è un universo di sensazioni incolore che si nascondono dietro un velo di cecità apparente. Accarezzo le morbide coperte che ci avvolgono mentre cerco una posizione più comoda per riprendere sonno. Ascolto lo zampillio della fontana fuori dal rifugio mentre gorgheggia allegramente. Annuso l'immobile aria della stanza che ricorda il legno e la resina. Assaporo la colazione che verrà. Mi rigiro un'altra volta e alzo lo sguardo verso un ipotetico soffitto, oramai sono completamente sveglio. Volgo i pensieri ai giorni appena trascorsi, penso a tutte le emozioni che mi hanno accompagnato lungo questo nostro cammino, ai colori, alle luci e alle ombre. I miei occhi osservano un mondo inesistente, ne disegno le forme e ne dipingo le tinte con la mia fantasia.

Torno alla realtà, immersa in un sogno, non appena la camera si illumina di una fredda luce elettronica emanata dallo strimpellante cellulare; è ora di dare vita a un nuovo giorno. I nostri occhi si osservano con un sorriso rilassato e felice, e sprofondano nella bellezza del nostro noi. Per qualche minuto rimaniamo placidamente acciambellati sotto le coperte nell'intento di rubarci reciprocamente il calore covato nella notte, la più bella carica di energia che si possa abbracciare.

Ribaltate e, poi, ripiegate le coperte, ci prepariamo, prepariamo lo zaino e prepariamo lo stomaco per la colazione; il mio è pronto da tempo immemore.

In sala da pranzo incontriamo solo un mattiniero avventuriero già indaffarato a ingurgitare pane con la marmellata e caffè. Tutti gli altri sono ancora in branda o si muovono pigramente dalla camera al bagno, e viceversa. Abbondante caffè e quattro enormi fette di pane preparato in rifugio sono sormontate da una generosa badilata di Nutella, e lo stomaco si può ritenere contento.

Salutiamo Capanna Buffalora e i pochi commensali con le game sotto i tavoli.

Ci immergiamo nel profumo di mirtilli, di terra umida, di legno e resina del vicino bosco di larici. Il cielo è limpido, di un azzurro fioco leggermente spruzzato di giallo e rosa. La fresca aria solletica le mie braccia nude accaldate dalla camminata mentre saliamo lungo il pendio fra larici, ontani, mirtilli e rododendri. Ci raccontiamo le emozioni della vita passata e di quella che stiamo vivendo, scherziamo e canticchiamo stonate canzonette che saltano alla mente, viviamo spensierati e felici questa stupenda nostra esperienza.

Al Pass de Buffalora (2.260 m s.l.m.) incontriamo nuovamente la Valle Mesolcina e veniamo catapultati nei ricordi della partenza: i paesi vicini e quelli distanti, il traffico autostradale, minuti pascoli sperduti nei boschi, il fruscio dei mezzi motorizzati e del torrente che si nasconde nell'incavo della valle, le nuvole che si addensano attorno alle vette.

La via continua il suo imperterrito percorso seguendo la costa orientale della valle fra magri pascoli sassosi e lievi declivi rocciosi. Lontani belati raccontano indistinte parole che descrivono le erbe più saporite e i fiori più profumati, o narrano ardue imprese epiche nello scalare irti pendii e valichi impervi, o spettegolano di strani personaggi carichi come muli incontrati sui monti mentre erano alla ricerca di loro stessi. Cerchiamo il gregge allungando la vista in ogni direzione, ma il nostro sguardo incontra solo massi muti, e nient’altro.

Presso il Fil de Nomnom inciampiamo nella prima vera difficoltà di questo percorso: il sentiero incontra una lunga serie di catene che lo seguono in tutti i passaggi esposti e pericolosi. Dapprima si insinua fra strette pareti rocciose tagliate verticalmente sulla valle sottostante, seguono due rampe di scale in acciaio che scendono rapidamente per diverse decine di metri e, infine, giunge a un tratto serpeggiante che precipita velocemente di quota in tratti scoscesi, ripidi e impervi, talvolta franosi. Facendo attenzione a dove si mettono i piedi, alle rocce sopra la testa e alla terra sotto gli scarponi, alle mani che non devono mancare la catena, in equilibrio su un sasso o sul terriccio umido, si raggiunge senza alcun pericolo la pianeggiante traccia che taglia interamente il versante meridionale della Cima de Nomnom.

La doppia scalinata del Nomnom

I pericoli non sempre sono legati a un sentiero vertiginoso o a una umida scala in acciaio, ma capita spesso siano rappresentati da elementi naturali imprevedibili come un nutrito gruppo di stambecchi. Sul percorso rimaniamo fermi sulla nostra posizione per ammirare stupendi esemplari di femmine snelle, di piccoli coi minuti corni e di imponenti maschi dai corni arcuati e butterati. Venti, trenta o forse addirittura una quarantina di esemplari. Ci osservano attentamente coi loro scuri occhi dal taglio orizzontale e noi ricambiamo con occhi colmi di bellezza. Fermi, noi e loro, gli uni a esaminare gli altri. Riprendiamo il cammino ponderando attentamente la situazione, a ogni nostro passo un pensiero per valutare movimenti e comportamenti di animali selvatici, imprevedibili. Sappiamo esattamente che ogni loro leggiadra mossa può comportare lo spostamento di un sasso che inesorabilmente correrà verso il basso senza guardare in faccia nessuno. Con questo pensiero, continuiamo il nostro cammino. Il gruppo di ungulati si allontana placidamente seguendo la nostra stessa traccia; per ora tutto bene. Poi si divide, la metà a noi più vicina sale rapidamente verso gli alti prati verticali e gli altri continuano lentamente il cammino.

Il primo gruppo di stambecchi

 

Giunti in prossimità dei primi, muoviamo passi veloci in avanti cercando di evitare l’imprevedibile, con un occhio sul sentiero e l’altro nella loro direzione; loro fermi ad osservarci e noi al sicuro oltre il loro sguardo incuriosito. Giunti in prossimità dei secondi, questi copiano i primi correndo velocemente a una quota maggiore dove il terreno sembra più friabile; noi fermi a studiarli. Passo spedito e incrociamo nuovamente le dita. A metà strada un maschio adulto si muove lentamente dalla sua posizione come se fosse scomoda e scomodamente muove un sasso schiacciato dalle dimensioni di piatto della pizza. Quest’ultimo inizia a vorticare inesorabilmente verso valle e, nota più interessante, verso la mia direzione. Urlo a Giada di correre e io rallento il passo analizzando la situazione alla ricerca della possibile traiettoria; un paio di passi indietro e il piattello sfreccia davanti al mio sguardo a una distanza di circa un metro, o forse più. Maledico il simpatico quadrupede che osserva la scena con superficialità e scatto in avanti per allontanarmi dalla loro vista. Salvi.

In prossimità della Bocchetta di Groven, il sentiero si incurva verso Sud per discendere a balzi il pendio erboso solcato da diversi ruscelletti e rigagnoli di cristallina acqua gelida. Qui incontriamo le prime propaggini di un rado bosco di larici arricchito da rigogliosi rododendri e dagli immancabili mirtilli. Aggirato un dosso giungiamo alla vista dell’attigua valle. In lontananza percepiamo il tipico ronzio di un’affamata motosega che ipotizziamo provenire da un’alpe centinaia di metri più in basso.

Aion de Sora e Piz de Groven

 

L'anfiteatro della località, notoriamente conosciuta col nome Aion de Sora, è un semicerchio di larici e sassi a metà costa, in alto sassi e massi a perdita d’occhio e in basso cupi boschi di abeti senza limite. Ne seguiamo il corso, una leggera salita e poi la discesa sulle balze rocciose ammantate da erbe e ruscelletti scivolosi, infine la traccia mantiene la quota fra radi larici.

In una sassaia vengo ispirato dai sassi piatti che la compongono e la mia fantasia inventa un omino mai pensato, lo progetta, lo visualizza e concretamente ne disegna la forma.

Equilibrio n.3

 

Continuiamo la via fino a raggiungere il bosco di abeti che sale fino a Motta del Perdül. Sul percorso che giunge al dosso incontriamo il dimenticato alpeggio Aion Vec che, coi suoi muri privi di tetto, racconta una storia di antichi pascoli e dure vite di montagna. Geometrie quadrate di pietre e sassi impilati con cura per definire abitazioni stagionali, ripari per animali, o semplici recinti. L'unico a conoscenza delle vicende dell'alpeggio è un enorme e sonnolento masso solitario che torreggia sull'eremo; silenzioso e impassibile tace sui ricordi del tempo che fu e lascia a noi l'estro per immaginare chi viveva questi luoghi inospitali.

Da Motta del Perdül il sentiero scende repentinamente, per qualche decina di metri, zigzagando in un fitto bosco di abeti,  per poi riprendere fiato e scivolare dolcemente lungo la costa della valle con leggere salite e morbide discese. Il bosco è un intreccio di abeti e larici, ontani e betulle, bassi arbusti e alte erbe filiformi. Profumi di resina e rododendro, di terra e funghi, di muschio e legno.

A un bivio con un vecchio sentiero, risaliamo il pendio che riconquista la quota persa precedentemente e riporta i nostri passi oltre quota 2.100 metri. Gli abeti lasciano ben presto il terreno a rade betulle e larici che crescono ostinatamente fra massi e sfasciumi. Poco sopra la sassaia, a una quota maggiore, il bosco continua a crescere rigoglioso incurante della faticosa conquista ottenuta da queste piante tenaci.

Ascesa verso il crepaccio roccioso in Val d'Auriglia

 

Il nostro obiettivo è il crepaccio roccioso che si intravede all'apice della Val d'Auriglia ove un’ombrosa fessura di roccia arcigna e bellicosa si innalza verso le alte vette. Un immenso squarcio nelle dure pareti della montagna, un taglio che sale fino a cime invisibili (fra Piz de Groven e Piz della Molera) e si sfuma nelle tetre nuvole temporalesche.

L'apice del sentiero coincide con una discesa verticale e leggermente strapiombante che segue freddi pioli metalli di una rampa di scale; questo è il secondo tratto impegnativo. Serve un pizzico di forza per tenere saldamente i gradini tondeggianti, abilità nel mantenere il corpo a contatto con la scala per non sbilanciare il baricentro arretrato dal pesante zaino, e nessuna paura delle altezze in quanto la rampa a piombo ha un'altezza di 3-4 metri, forse più o forse meno. Facendo la dovuta attenzione si oltrepassa l'ostacolo senza alcun problema. Il nostro timore, non insito nell'affrontare la scala, è indirizzato verso la stretta gola con le rocce verticali sul nostro capo: fratturate, esposte, in bilico alcune e salde altre, mostruose le più.

La scala a pioli del crepaccio

 

Incurante di qualsiasi pericolo e senza paura alcuna, un torrentello saltella fra i massi e strimpellando fruscii, mormorii e zampillii scende allegro verso la valle sottostante sparendo ben presto alla nostra vista dopo alcuni metri di corsa.

La traccia scende nuovamente di quota e giunge a un altro tratto attrezzato, catene e pioli, roccia umida e tuoni in lontananza. Serve attenzione per la roccia umida, ma nessuna difficoltà comparabile ai due precedenti ostacoli.

I boati dei fulmini, dapprima lontani, ora sono più vicini e incalzanti; acceleriamo il passo. Da qui al prossimo dosso è questione di interminabili minuti di saliscendi sfiancanti, non per la stanchezza ma bensì per il pensiero rivolto alla pioggia imminente.

Raggiungiamo il dosso chiamato Mottone (2.099 m s.l.m.) e ci fermiamo per ammirare le imponenti nubi temporalesche che, nelle ore precedenti, hanno cancellato ogni sfumatura di azzurro virandolo nelle innumerevoli screziature di grigio e nero. Tuoni in lontananza, tuoni sopra le nostre teste, tuoni in qualsiasi angolo fumoso del cielo e in qualunque anfratto roccioso dei monti. Le prime goccioline macchiano i massi e picchiettano sulla tela dei nostri zaini. Modalità mantellone attivata, ora è il momento di avviare le gambe.

Salutiamo lo statuario omino punzecchiato dalla pioggia e riprendiamo la via verso la prossima tappa intermedia: Rifugio Alp di Fora.

Attraversiamo il bosco in discesa accerchiati da poderosi paravalanghe che, sparpagliati qua e là, ricordano imponenti scheletri di mostruose bestie primordiali estinte in ere fantasiose in cui l'impatto di un asteroide ha disseminato il caos nelle vite di queste ossature metalliche. La foresta di abeti è punteggiata da radi larici, il sottobosco è tinto con le calde tonalità degli aghi, dalle pigne e dalla terra, e l'aria profuma di appassionati aromi di resina, mirtillo, terra, funghi, muschio, umido e di acqua piovana.

Dopo aver aggredito il primo tratto in rapida discesa, affrontato quasi di corsa, passiamo alla seconda parte del tracciato che degrada gradualmente fino al terzo tratto, zigzagante, che porta infine al Rifugio Alp di Fora (1.844 m s.l.m.).

Al termine di questa lunga marcia, grondanti di pioggia fuori e di sudore sotto la mantella, fermiamo i nostri passi al riparo di una baita adiacente il rifugio. Il tettuccio di legno ripara i nostri corpi accaldati e umidi di sudore dalla pioggia cadenzata e incessante. Riprendiamo fiato, ritempriamo le gambe, cerchiamo di toglierci di dosso un po' di umidità e pranziamo con un frugale pasto a base di cioccolato, frutta secca e biscotti.

Attirato forse dalle nostre parole disperse nella torrenziale pioggia, compare il rifugista che ci invita all'interno del rifugio per un caldo risotto coi funghi. Decliniamo l'invito con innumerevoli ringraziamenti, ma siamo perfettamente consci che ci attende ancora un interminabile tratto di percorso prima di giungere all'arrivo. Non possiamo perdere tempo, è un dispiacere rifiutare la gentilezza, ma è inevitabile.

Rassettiamo il nostro esiguo riparo, incalziamo i mantelloni e, prima di ripartire per il nostro lungo viaggio, salutiamo la coppia a pranzo nel Rifugio Alp di Fora porgendo nuovamente la nostra gratitudine per l'offerta che abbiamo rifiutato.

Ci allontaniamo con la pioggia che picchietta le nostre cerate, il rifugio immerso nelle gocce che rigano l’etere e, nell'incavo ombroso della porta d’ingresso, Boris il rifugista e la moglie che gesticolano con la sinistra mentre con la destra portano alla bocca una fumosa forchettata di bianco risotto punteggiato da bruni funghi porcini. Udiamo altri tuoni, non in lontananza, ma dentro il mio stomaco che si ribella al pensiero del pasto rinunciato. Piccola parentesi: erano ore che fantasticavo a proposito del trovare dei succulenti funghi porchini lungo il sentiero, cucinarli non appena arrivati a casa e goderne la bontà con un caldo risotto all'onda. Cammino a testa bassa, grondante di pioggia fuori, di sudore sotto la mantella e di bava alla bocca.

Pian di Renten è a qualche decina di minuti di cammino attraverso il bosco di abeti, una leggera salita ne precede il nome e un soffocato pascolo ne definisce la presenza. La via prosegue, e noi con essa. Cade quasi a picco lungo il versante occidentale della Valle Mesolcina fra tornanti stretti, tratti franati e franosi, porzioni attrezzate con catene e pioli, alberi da scavalcare e roccette da oltrepassare. Perdiamo quota velocemente macinando 300 metri di dislivello in poche centinaia di metri di distanza, ma altrettanto lentamente perché questo tratto della via è letteralmente e fisicamente interminabile. Altrettanto infinito è quello che ancora manca all'arrivo, ma è meglio non pensarci e rivolgere i pensieri al profumo di funghi che aleggia in ogni dove.

Al termine della discesa verosimilmente verticale, riprendiamo fiato in un fitto bosco (Bosch Nadi) di abeti alti e maestosi, o abbattuti dal tempo e ammantati da sofficiosi cuscini muschiosi.

Bosch Nadi

 

Tra leggere salitelle, piani raggrinziti tra i numerosi massi e la discesa verso valle, oltrepassiamo dapprima un erboso pianoro abbandonato, un altro tratto nel bosco e infine la località Nadi con le esigue casette isolate dal mondo e da tutti. Poco prima dell’alpe, il nostro naso odora un minuscolo fungo porcino (Boletus Edulis) alto un centimetro, forse qualche millimetro in più. Stupendo nella sua panciosa forma perfetta, grazioso e incantevole, immerso nell'ombroso bosco che lo nasconde da occhi guardinghi.

Boletus Edulis

 

Proseguiamo verso Nadi e i due segugi incontrano due porcini dieci o venti volte più grossi del precedente, statuari, sodi e profumati di goduriosa prelibatezza. Porto al naso il primo e poi il secondo, chiudo gli occhi per perdermi nelle loro fragranze e mi lascio scivolare al pensiero del sapore. Puliti dalla terra nel punto di raccolta, li inserisco nel mio cappello forellato e li porto a passeggio ondeggiandolo nella mia mano; chissà se riesco a disperderne le spore per arricchire ulteriormente questi boschi, la fantasia corre sempre nei miei pensieri.

Le aghifoglie lasciano lentamente il terreno alle latifoglie, principalmente castagni. I profumi mutano col cambiare della quota, delle piante, della temperatura, del sottobosco. Incontriamo note di terra, di castagna, di umido, di foglie secche e di humus.

Raggiunte le prime località satelliti del paese di Santa Maria in Calanca, significa che la fine del viaggio è quasi giunta.

Girovaghiamo a naso alla ricerca della fermata del Postale perché abbiamo perso i segnavia; stanchezza e smarrimento non ci fermano. Manteniamo la direzione verso valle che porta sempre da qualche parte.

Concludiamo l'interminabile odierno cammino, e i tre giorni di viaggio, davanti alla zampillante fontana antistante il municipio e il vicino capolinea del pullman.

Relax di una mezz'oretta in attesa del puntuale Postale che ci accoglie a porte aperte, direzione San Bernardino.

Guardiamo il mondo montanaro della Valle Mesolcina che scorre velocemente davanti ai nostri visi affacciati ai grandi finestrini. Stanchi e appassiti dai mille metri di dislivello macinati in discesa in infinite ore di cammino, perdiamo lo sguardo nel panorama che scorre e muta a ogni curva. Cambiamo Postale altre due volte, nella seconda incontriamo alcuni escursionisti conosciuti presso Capanna Buffalora la sera precedente; loro hanno ovviamente seguito un tragitto differente dal nostro e, pur partendo in ritardo rispetto a noi, siamo riusciti a incontrarli nuovamente.

In attesa del terzo mezzo dalla gialla livrea, cuociamo sotto il caldo Sole estivo e rimpiangiamo le temperature fresche e briose delle quote più alte.

Salutiamo il paese di Grono. Trasportati comodamente dal Postale, giungiamo all'ultima tappa svizzera: San Bernardino.

La nostra auto si gode le calde luci del pomeriggio ed è talmente assorta dal fruscio del torrente. Non nota il nostro arrivo se non quando la apriamo e sobbalza dal suo torpore illuminando i fanali con gialle luci intermittenti.

Nel vicino supermercato, piccolo, angusto, e riccamente traboccante di ogni genere alimentare e non, acquistiamo un dolce al cioccolato con nocciole simile a un plum cake. Lo divoriamo seduti vicino alla fresca fontana che ritempra i nostri corpi con la sua gelida acqua.

In sella all'auto prendiamo nuovamente la strada per l’ultima tappa: casa.

Al confine salutiamo la Svizzera con un piacevole arrivederci. Alle nostre spalle, in lontananza, il cielo brucia di arancione e giallo. Davanti al muso dell’auto le prime tinte scure di azzurro e blu.

A casa giungiamo col buio, un pizza d'asporto fra le fameliche fauci, una calda doccia e un letto per ripensare alle splendide e faticose esperienze appena trascorse.

© 2020 by  Bertolini Mauro  www.bmphoto.it

Created with Wix.com