SENTIERO ALPINO CALANCA

TAPPA 1

(San Bernardino - Rifugio Pian Grand)

A sei mesi dal mio compleanno posso finalmente scartare il regalo donatomi dalla mia principessa Giada: tre giorni di trekking sul Sentiero Alpino Calanca.

Lungo il viaggio osservo il panorama che si sviluppa durante i chilometri che precedono il muso scarlatto dell'auto: il confine di Chiasso, città e paesi sparpagliati nei fondovalle, ampie vallate dai contorni morbidi, poi valli più strette dalle profili irti e, infine, l'arrivo dove mi attende la sorpresa. Siamo in viaggio verso il paese montano di San Bernardino, una meta a me oscura in una terra straniera che praticamente non conosco. Nei miei trentaquattro anni di vita, la Svizzera è sempre stata ignota, lontana oltre un confine invisibile seppur realmente vicina a due passi da casa. Accarezzata numerose volte nei trekking alpini diretti a passi e valichi di confine, ma fisicamente toccata solo in una manciata di occasioni, ultima delle quali risale al Gennaio dell'anno scorso quando ho ciaspolato in Val di Fez con un nutrito gruppo di amici.

In meno di due ore di viaggio d'auto avvistiamo il cartello autostradale con l'indicazione per l'uscita di San Bernardino. Nei minuti successivi è un susseguirsi inesorabile di eventi imprescindibili di cruciale importanza: primo fra tutti l'acquisto, nel vicino supermercato, di un fagottino al cioccolato e una brioches alle mele, entrambe di fondamentale importanza per la seconda colazione; questa è resa necessaria solo ed esclusivamente per recuperare 15 Franchi Svizzeri in moneta utili per pagare i tre giorni di posteggio, non si pensi minimamente che abbiamo golosamente bisogno di rinnovate energie.

Auto a riposo nel parcheggio, zaino in spalla, scarponi ai piedi e racchette in mano, pronti per l'avventura alla scoperta di un nuovo mondo. Muoviamo i primi passi lungo la strada sterrata che serpeggia sinuosa nel vicino bosco di abeti con il primario obiettivo di incontrare l'indicazione del Sentiero n.712 del Sentiero Alpino Calanca.

Oltrepassata un'area giochi per bambini, con annesso parco avventura sugli alberi, la carrareccia costeggia la confinante autostrada con auto e mezzi pesanti che vanno e vengono sibilando come vento nelle fronde degli alberi. Successivamente, la via si allontana dalla strada trafficata e segue la tondeggiante sponda del Lago d'Isola con le sue acque scure.

Le gambe sono scattanti, fresche e pimpanti, maciniamo 1,8 chilometri in 20 minuti sorpassando alcuni flemmatici turisti che pigramente passeggiano chiacchierando, o altri che brucano i mirtilli di un sottobosco ricco di vegetazione. Al bivio con il Sentiero Alpino Calanca (1.616 m s.l.m.) salutiamo la civiltà con un arrivederci, da questo momento in avanti entreremo in un mondo selvaggio tutto da scoprire.

La traccia solca visibilmente il manto verdeggiante delle arbustive che ammantano il terreno boschivo e sale rapidamente in quota fra tratti dritti e altri in falsopiano. Le rigogliose piante di mirtilli hanno colonizzato ogni centimetro di terra, solo i massi sono indenni dalla loro massiccia conquista.

Una leggera brezza si insinua all'interno dell'abetaia trasportando il calore del Sole che risplende in un cielo punteggiato da rarefatti nuvoloni grigio-biancastri. Il suo tepore raccoglie i profumi del bosco e li fa navigare nell'etere trasportando profumi di resina, di terra, di corteccia, di funghi e un misto di fragranze non facilmente identificabili. Inebria i nostri sensi facendoci perdere la testa nei punti in cui gli aromi fungini si intensificano. Allungo lo sguardo qua e là nella speranza di essere fortunato nel trovare un boleto lungo il sentiero, ma resto a bocca asciutta con le narici frementi di eccitazione.

Le piante di mirtilli sono inverosimilmente ricolme di tondeggianti frutti violacei, stentiamo a credere alla nostra visione. In Italia le mandrie di turisti brucano avidamente ogni pianta come se non ci fosse un domani, qui, al contrario, si può fare un'indigestione colossale semplicemente guardandoli sulla pianta. Ne assaggiamo alcuni e ci accorgiamo che sono eccessivamente maturi, mollicci e dal sapore non propriamente fresco, quasi immangiabili, quasi; questo significa che sono lì da chissà quanti giorni. Sbigottiti per l'opulenza fruttifera, continuiamo la marcia.

Il bosco è solcato da tre, forse quattro, ruscelletti baldanzosi che saltellano fra i massi in direzione del fondovalle. Nelle loro minute conche veniamo bagnati da una delicata aria che rinfresca la nostra pelle imperlata di minuscole goccioline di sudore.

Tagliamo in una piccola valletta, alcuni tronchi bruciati dal sole e dalle intemperie giacciono inerti nelle loro posizioni quasi parallele al terreno a ricordare le valanghe che hanno scaricato la loro inaudita violenza nelle stagioni invernali di anni addietro. Gli abeti, nel frattempo, hanno lasciato il terreno ai larici passando il testimone in una sfumatura aghiforme di verde: dallo scuro e intenso dei primi al chiaro e delicato dei successivi. Nel passaggio, dal bosco di abeti a quello rado di larici, anche i mirtilli hanno lasciato il passo a un'altra specie arbustiva che inebria l'ambiente con note resinose tipiche del rododendro. Sfumature di vaniglia addolciscono quelle amare della resina.

Un'ora di cammino ci separa da San Bernardino. Ora l'aria è calda quasi afosa, ora il cielo è macchiato da nuvoloni che evolvono su loro stessi accrescendosi in misura, ora le prime fatiche iniziano a rosicchiare le nostre energie.

Breve pausa all'Alp d'Ocola (1.846 m s.l.m.) con una barretta energetica fatta in casa e un paio di quadretti di cioccolato fondente.

Alp d'Ocola

 

La Valle Mesolcina si estende ai nostri occhi mostrandoci la catena montuosa del versante orientale, ai suoi piedi il fruscio dei mezzi motorizzati rumoreggia ininterrottamente come un ruscello dalle acque briose, i pendii boscosi si inerpicano rapidamente verso le vette rincorrendo le nubi arcigne che si avviluppano nel cielo azzurro, i pendii alpini nelle quote più alte prendono forme affusolate che si allungano come punte di frecce, le cime scoperte si crogiolano al sole per far risplendere le loro pareti rocciose.

Val Vignun (ramificazione della Valle Mesolcina)

 

Ripartiamo brevemente seguendo il Sentiero n.712 che sale lungo il pascolo dalle alte erbe dalle tinte giallo-ocracee. Il ruscello che ne solca la veste giallognola ci porta ripidamente verso il dosso sommitale che sovrasta il pascolo; anche qui, come nel bosco di abeti, i mirtilli sono ovunque e i loro frutti bluastri creano una costellazione goduriosa al palato. Questi, osservandoli attentamente, sono di una varietà differente rispetto alla precedente, questi, a dispetto dei cugini, sono più croccanti, aromatici, leggermente aciduli e asprigni, e riccamente saporiti con il loro unico gusto mirtilloso.

La prima tappa della giornata è il Pass di Passit (2.081 m s.l.m.), un passo glabro molto ampio appollaiato fra un dosso duecento metri più alto e la Cima de la Fopela. Un paio di marcite, punteggiate da una candida moltitudine di eriofori, si trovano poco più in basso verso il sentiero appena percorso, altre due poco più avanti lungo il sentiero da percorrere; i loro fiori batuffolosi ondeggiano divertiti nel venticello che solletica questi umili pascoli. Oltre il passo, a una ventina di metri di distanza, il Lagh di Passit si crogiola al sole con le sue immobili acque leggermente solleticate dal vento. In direzione del dosso vi è un laghetto più piccolo, a quanto pare senza nome, che è completamente ammantato di alghe verdognole che ne opacizzano la superficie acquosa.

Saliamo sul versante meridionale della Val di Passit in direzione del passo successivo, Pass de la Cruseta. Allunghiamo l'occhio verso il laghetto e notiamo due persone fare il bagno fra i serpeggianti capelli alghiformi che disegnano le acque del Lagh di Passit, altre due persone restano a guardarli divertite dalla sponda vicina. Sull'opposto lato tondeggiante del laghetto, una minuta baitella osserva impassibile la scena mentre il Sole ne bacia le pareti sassose.

Lagh di Passit

 

La traccia, evidenziata dai segnalini di bianco-rosso-bianco dipinti, sale dolcemente sul pendio di erbe-sassi-mirtilli-rocce disegnati fino a un rugoso canyon.

Di bianco rosso bianco dipinti

 

La via riprende il cammino superando la minuta forra dalla grigiastra pietra lamellare nel quale gorgheggia allegramente un ruscello, poi si invola più velocemente lungo il pendio di sassi e sfasciumi conosciuto ai più come Revers di Passit. Un gregge di pecore, costituito da una decina di individui lanosamente imbellettati, bela pacificamente alla vista di due strani bipedi carichi con un altrettanto bizzarro fardello. Le osservo: alcune mi ricordano dei batuffoli di zucchero filato bianco, altre quello fantasioso aromatizzato al cioccolato fondente, tutte con quattro bastoncini di liquirizia sgambettanti e ognuna con un musetto nero come il carbone dolce della Befana; suppongo che l'immagine della mia fame sia palpabile nella vostra mente, tangibile come lo schermo che state guardando.

"Liquirizia"

"Gianduia"

 

Riprendiamo il cammino con gli occhi rivolti al terreno umido e indirizzo i pensieri alla meta che ci osserva dall'alto dei suoi 2.455 metri di altitudine.

Lagh di Passit e la Val Mesolcina

 

Riprendiamo il cammino con gli occhi rivolti al terreno umido e indirizzo i pensieri alla meta che ci osserva dall'alto dei suoi 2.455 metri di altitudine.

Il silenzio della scena viene interrotto da un fischio acuto proveniente da sfasciumi sovrastanti, allunghiamo l'occhio e una marmotta grassoccia è sull'attenti mentre ci osserva arrancare sulle pietraie. Ben presto capisce che siamo innocui come un filo d'erba che ondeggia al vento, quindi torna a occuparsi ai lavori giornalieri: siesta sul vicino masso piatto con i raggi solari che le scaldano la morbidosa ciccetta.

Allunghiamo il passo, il passo è sempre più vicino. L'ultima rampa di massi che porta al Pass de la Cruseta è un tappeto di roccia e praline di cioccolato dalle innumerevoli forme e dimensioni, il profumo è di cacao con screziature aromatiche che tendono al caffè e alla liquirizia. Il gregge di pecore ha soggiornato in questa zona nei giorni passati. Due ore e quarantacinque minuti di cammino con pause disseminate alla rinfusa lungo il sentiero di circa sette chilometri e il secondo obiettivo giornaliero è raggiunto: Pass de la Cruseta (2.455 m s.l.m.).

Un omino, alto quanto il sottoscritto, sorveglia il valico alpino con la sua statuaria mole rocciosa, solo e isolato dal mondo, taciturno e impassibile a ogni saluto, ritroso e di poca compagnia; mentre sgranocchiamo cioccolato e barrette energetiche sentiamo la sua presenza indagatrice e silenziosa.

Da una parte e dall'altra della cresta si estendono due anfiteatri montani che custodiscono remoti pascoli d'alta quota: il primo versante sale lungo una pendente sassaia mentre dal secondo scende un ripido sentiero agghindato con una robusta catena grigiastra dalle sfumature ramate.

La discesa è facile, serve solo un pò di attenzione per non scivolare o inciampare. Il sentiero zigzaga e le catene fanno il resto per portarci in qualche minuto alla traccia che taglia orizzontalmente l'adiacente pendio sassoso.

Sul lato opposto della valle è in attesa del nostro arrivo un altro omino che svetta sul profilo incavato del terzo valico (Bocca de Rogna), al suo cospetto altre pecore belanti che gironzolano pigramente fra i massi.

Bocca de Rogna

 

In questo tratto di traversata il Sentiero Alpino Calanca saltella fra i massi e sfasciumi crollati anni, decenni, secoli o, forse, millenni addietro ed è puntinato da numerosi sassi di quarzo opaco.

Uno spelacchiato teschio di camoscio è testimone della durezza implacabile della montagna, del suo ambiente impervio, del suo clima lunatico, eccentrico e alcune volte decisamente scontroso. La natura alpina non è solamente freddezza e ostilità, è anche amore e dolcezza, cambiamento ed evoluzione, capacità di adattamento. Una semplice farfalla dai colori bruno-nerastri accarezza dolcemente i lineamenti ossei del fiero animale che fu, e che ora ne rappresenta solo il ricordo; un atto di delicata tenerezza.

Bocca de Rogna (2.399 m s.l.m.), un nome un programma, è ammantato da un morbido praticello di soffice erba rigogliosa sapientemente tosata dalla nutrita mandria di pecore bianche, nere, cioccolato fondenti o al latte dipinte. Sentiamo nell'aria il profumo inequivocabile che ci stiamo avvicinando all'arrivo, alla meta finale del nostro cammino: il Rifugio Pian Grand. Errare è umano, l'aroma non è della fine di un cammino, ma della fine di un lungo percorso di digestione degli ovini qui presenti; cacca insomma. A parte gli scherzi, riprendiamo il nostro viaggio alla scoperta di un affascinante mondo ovino peculiarmente caratterizzato dalla cioccolatosità fecale che ne deriva.

I quindici minuti successivi e i loro contemporanei settecento metri di tragitto, sono una discesa ininterrotta fra massi delle dimensioni di un'utilitaria o piccoli come un vitello. Aggiriamo il crinale di un dosso erboso e finalmente avvistiamo il bivacco, o meglio la coppia di bivacchi, che spunta dall'altipiano roccioso incuneato nell'arco alpino posto sotto il Piz Pian Grand e la Cima de la Bedoleta. Il sentiero sale lungo il versante meridionale della propaggine settentrionale del Piz Pian Grand lungo prati chiazzati da massi sparsi qua e là e alcune pecorelle smarrite che pascolano serenamente.

Il bivacco, denominato Rifugio Pian Grand (2.395 m s.l.m.), è acciambellato su un terrazzo di massi piatti e di bassa erba tutt'attorno, si affaccia sulla valle sottostante e sulla sorella maggiore, la Valle Mesolcina. L'anfiteatro alpino, incastonato da Est a Ovest e poi a Nord, passa dal Monte Alta Burasca alla Cima de la Bedoleta fino al Piz Pian Grand. È affascinante la sua conformazione dalle pareti rocciose incurvate verso l'interno, a Settentrione si incurvano verso sinistra mentre a Meridione si inarcano verso destra, entrambe puntanti verso la Cima de la Bedoleta. Questo disegno mi ricorda la corona d'alloro anticamente usata dai romani per incoronare la gloria, e oggigiorno per onorare la sapienza del laureato.

Molliamo i nostri fardelli sulla panca in legno posta all'ingresso del bivacco maggiore, curiosi come un mal di pancia sbirciamo nel suo ventre alla ricerca del suo tesoro.

Scarponi alla porta, entriamo ad ammirare l'ingegno dell'uomo, la sua fantasia e la passione per la montagna. Le due capanne sono in legno, assemblate con travi e assi incastrati le une sulle altre. Numerosi posti letto a castello muniti di materassi e svariate coperte pesanti attendono i viaggiatori per accoglierli fra le loro calde braccia. In cucina un lungo tavolo si oppone al mobilio adornato di cucchiai, forchette e coltelli posizionati nell'apposita rastrelliera, pentole e bicchieri sono alloggiati nei loro vani o scaffali, un lavandino a scomparsa chiuso nel mobilio, capienti bombole a butano, e una miriade di stoviglie e suppellettili arricchiscono gli spazi rimanenti. Sui muri tutt'attorno sono appese diverse fotografie di persone, animali e luoghi vicini, lo schema del progetto del rifugio, testi, frasi o poesie in lingua tedesca che raccontano questo e quest'altro, quello e quell'altro, immaginiamo di saperne tradurre il testo o più semplicemente rimaniamo nella nostra ignoranza linguistica. L'altra capanna, più minuta, è adibita a dormitorio, semplice, essenziale come la camerata della sorella maggiore.

Mi sono scordato di parlare del meteo per gran parte del viaggio. Forse non è di vostro interesse, ma io ci tengo a precisare quanto sia importante una descrizione noiosa del carattere meteorologico del cielo. Ricordiamo, come di dovere, che è di fondamentale importanza la sua considerazione ed è meglio non scordarlo, altrimenti si indispettisce e con lesta tranquillità si arrabbia. Dal Pass de la Cruseta fino alla Bocca de Rogna, cinquecento metri di distanza, i nuvoloni si sono addensati prepotentemente fino a cancellare il ricordo dell'azzurro celeste, poi, con altrettanta rapidità, si sono scuriti fino a presagire il disastro imminente e, infine, con gran fortuna degli unici qui presenti, le nubi temporalesche hanno atteso che ci posizionassimo al riparo del Rifugio Pian Grand per servire l'antipasto a quello che forse arriverà: ora pioggerella fine e pungente, poi si vedrà.

Preparati i giacigli, dedichiamo una buona oretta a giocare a carte, Scala Quaranta e Machiavelli, e a dama. Nel frattempo, la pioggerellina insistente accompagna verso il bivacco i seguenti avventurieri: una giovane coppia di Tedeschi, un'inzuppata famigliola Svizzero-Tedesca composta da mamma e tre figli e, per concludere, quando la pioggia s'è fatta più insistente, una coppia di signori fradicia fino al midollo rappresentata da un Inglese e una Svizzera.

I primi, non appena arrivati, si tuffano sulla cioccolata calda dal profumo struggente e, poco dopo, su un risotto indefinito accompagnato da una zuppa dal netto profumo di non so cosa. I secondi, in concomitanza con la nostra pentola di risotto pre-confezionato-cotto-digerito ai funghi, cucinano spaghetti da condire col pesto di basilico dal profumo ammaliante. Gli ultimi, non appena asciugati, preparano qualcosa che mai sapremo cos'è in quanto, alla prima occasione di quiete temporalesca, usciamo rapidamente per sgranchire le gambe. Oppure, come il qui presente, a dare vita a un ometto dall'esistenza decisamente precaria.

Equilibrio n.1

 

Previsioni meteo alla memoria e conferma alla mano del meteo attuale, decidiamo sapientemente di anticipare la partenza alle 6:00 per l'indomani, quindi sveglia un'ora prima per cercare di evitare il temporale pronosticato per metà pomeriggio.

Ci insacchettiamo, la principessa in un sacco a pelo leggero e il rospo in un saccoletto, coperte tutt'attorno. In breve sprofondiamo in un sonno profondo.

© 2020 by  Bertolini Mauro  www.bmphoto.it

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