ISLANDA

GIORNO 7

(Akureyri - Djúpalónssandur)

Sono disteso sui sedili dell'auto e osservo il panorama che mi circonda attraverso i vetri imperlati di gocce di pioggia, nella loro trasparenza filtra un caleidoscopio di forme e colori deformati dalle loro tondeggianti rotondità, una scena di un film onirico nato dall'immaginaria mente della rugiada e proiettato nella realtà grazie alla mia fantasia.

La valle glaciale abbraccia il mio sguardo cullandolo fra verdeggianti pendii, limita la visione del paesaggio a un'ampia conca pianeggiante dai confini obliqui che puntano verso il cielo dove sono tagliati orizzontalmente disegnando morbide creste, queste si perdono in lontananza nella direzione in cui la valle si incurva verso destra per chiudersi su se stessa e trattenere le mie fantasie.

Colazione, sistemo casa e riprendo il viaggio; direzione Hvitserkur.

Inseguo le indicazioni del navigatore che si susseguono con l'avanzare del viaggio: procedi di qua e di là, svolta a destra e a sinistra, procedi di qua e poi svolta là, e infine la destinazione è sulla destra.

Spengo l'auto nel parcheggio sterrato che domina il vasto golfo, oltre il Mar Glaciale Artico. Alle mie spalle 2 ore di viaggio, 150 chilometri di asfalto e terra battuta, valli glaciali, piane alluvionali, fattorie, case sparpagliate nelle lande desolate e pecore che punteggiano le pianure.

Volgo lo sguardo sull'immenso scenario marino che si allunga in direzione di un immaginario infinito dove le onde si fondono con il cielo, attorno alla baia le montagne cingono la tondeggiante insenatura racchiudendo al suo interno una lingua di nera sabbia che si estende per diversi chilometri da una sponda all'altra del breve fiordo.

Il posteggio, dalla forma tondeggiante, ha nel suo ombelico una sottospecie di aiuola informe nata per caso dal connubio di terra, sassi e erba ammonticchiati alla bell'e meglio durante la realizzazione del parcheggio. La sua bellezza non consiste nell'accurata selezione delle erbe più o meno verdi e della loro non studiata disposizione, o dell'oculata alternanza di terriccio brunastro e roccia grigiastra, bensì dalle tre lanuginose pecore che dormono profondamente in posizioni spettinate; sorrido nel vedere la bellezza della semplicità quando si mostra all'occhio umano nella sua essenziale naturalezza. Immagino i loro sogni: la più vicina a me, quella con una zampa anteriore allungata in avanti e una posteriore distesa all'indietro, che zompetta allegra su delicate colline accarezzate dal vento; l'altra, quella raggomitolata su se stessa come un gomitolo di lana, che dorme acciambellata su se stessa sognando la sua medesima pigrizia mentre uno sconosciuto la osserva in un parcheggio desolato; la terza, quella appollaiata sul cucuzzolo terroso con una zampa a penzoloni e il muso appoggiato su un sasso, che baldanzosa attraversa una strada asfaltata alla ricerca della migliore erba che notoriamente cresce sulla sponda opposta della via, questo mentre l'automobilista di turno esterna una vivace fioritura di imprecazioni nel momento in cui deve inchiodare il veicolo per non travolgerla e svegliarla dall'intrepido sogno.

Seconda colazione, sistemo il fardello fotografico in spalla e vado alla ricerca di Hvitserkur, una scogliera dalla forma tutta da scoprire e da ammirare. Il sentiero raggiunge il belvedere che sovrasta la formazione rocciosa a forma di elefante, poi riprende il cammino lungo l'irto pendio che cade rovinosamente fino alla sottostante spiaggia corvina.

Il pachiderma roccioso sonnecchia con le zampe immerse fra nera sabbia e intangibili onde che gli solleticano la pelle.

 

Hvitserkur

 

 

La bassa marea unisce la terraferma all'isola proboscidata tramite un effimero lido costellato da conchiglie, meduse mollicce, impronte di uccelli e una collezione di alghe dalle svariate forme, alcune dai capelli scarmigliati o altre simili a lingue giallastre di animali fantastici.

 

Medusa

Islanda

Alghe

 

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