Agosto 2019, destinazione Dolomiti

L'itinerario di trekking è costituito da un percorso lineare che attraversa numerose catene e massicci montuosi, parte dal Lago di Braies e arriva a Belluno. Noi, per motivi logistici, lo abbiamo interamente percorso al contrario.

L'Alta Via delle Dolomiti n.1 è un sentiero che si snoda fra le stupende valli e montagne del Parco naturale di Fanes-Sennes-Braies, del Parco Naturale Regionale delle Dolomiti d'Ampezzo, del Gruppo del Nuvolau, del Massiccio del Monte Pelmo, della catena montuosa con a capo il Monte Civetta e, infine, del Parco Naturale delle Dolomiti Bellunesi. Questo nell'ordine ufficiale, giratelo al contrario da qui in avanti.

Prima di raccontare nel dettaglio cos'è l'Alta Via delle Dolomiti n.1 cito alcuni numeri:

  • 170 km di lunghezza (+40 km rispetto al tracciato classico)

  • 10.600 m di dislivello positivo (+3.300 m rispetto al tracciato classico nella sua direzione ufficiale)

  • 9.600 m di dislivello negativo

  • 694 m s.l.m. presso Case Bortot, quota minore e punto di partenza

  • 2.595 m s.l.m. presso Cima Gusela, quota maggiore (2.752 m nella versione ufficiale che coincide con il Rifugio Lagazuoi)

 

Questi valori possono rendere l'idea delle sue dimensioni, ma restano solamente dei numeri. Vivendola appieno in tutta la sua interezza se ne può assaporare la reale durezza, e bellezza...

P.S.: i dati registrati e indicati in precedenza possono avere un margine d'errore (che non posso realmente quantificare) dovuto al segnale GPS e al barometro del mio Suunto Ambit 3 Peak, quindi potrebbero non corrispondere esattamente alla realtà. Mi scuso in anticipo qualora si ci siano inesattezze.

Buona lettura

TAPPA Ø

(a casa...)

Sette giorni alla partenza per l'Alta Via delle Dolomiti n.1, quattro mesi fa iniziammo la preparazione del viaggio e ora stiamo contando le ore, interminabili, che ci separano dalla nuova avventura. Tutti i rifugi sono prenotati da mesi, sembrano anni. L'elenco delle cose da portare è pronto: abbigliamento, imbrago e set da ferrata, attrezzatura fotografica.

Quest'oggi, Sabato 27 Luglio, dedicheremo la giornata a contattare tutti i rifugi per confermare il nostro arrivo, a revisionare l'intero percorso rileggendo le varie relazioni trovate su alcuni libri e nel web, riassumere i sentieri e relativi bivi per non sbagliare strada, scansionare le cartine in formato digitale per averle prontamente a portata di mano sul cellulare, perderci su YouTube a guarda filmati a tema, ammirare le fotografie di chi ha percorso l'Alta Via prima di noi, definire il tragitto di rientro a Belluno tramite i bus di linea, inventariare la borsetta del primo soccorso per gli acquisti del caso, controllare le previsioni meteorologiche e, infine, pesare gli zaini con l'intero carico (10 kg Giada,18 kg Mauro).

I bagagli sono ridotti all'osso e anche così pesano esageratamente, oltre questo confine è impossibile andare. Limare il peso ha significato ridurre ogni vestiario a tre pezzi: uno per camminare, uno in sostituzione del precedente (mentre asciugherà dopo il lavaggio giornaliero) e l'ultimo in caso di urgenza. Ipotizziamo quindi di non riuscire ad asciugare in tempo utile alcuni capi, di non avere l'opportunità di lavarli o addirittura di danneggiarli irrimediabilmente; o di dimenticare qualcosa in rifugio, opzione da evitare a priori.

La mia passione fotografica impone la presenza di: la coppia Fujifilm X-T2 con Fujinon 56mm f/1.2, il trittico Sony a7III con Canon 16-35mm f/4Canon 24-70mm f/4 tramite adattatore Sigma MC-11, filtri a lastra e polarizzatore della Lee Filters, il treppiede con testa a sfera, scatto da remoto, power bank e relativi cavi per caricare le svariate batterie; insomma, parecchio peso. Il drone, DJI Mavic 2 Pro, resto alla magione per fare da guardia all'impero. Non lo posso portare in quanto è proibito volare nei tre parchi in cui entreremo: Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, Parco naturale di Fanes-Sennes-Braies e Parco Naturale Regionale delle Dolomiti d'Ampezzo. Nei giorni precedenti ho preso contatto con la segreteria dei relativi parchi e, su tutti i fronti, mi è stato risposto un “no” categorico. Potrei utilizzare il drone nelle aree ove è consentito, ma il prezzo di aggiungere altri 2 kg tra quadricottero, due batterie, radiocomando e varie, non è accettabile. Ingoiato il rospo, rinuncio a malincuore. Desidererei fotografare dall'alto laghi, strade e sentieri, frane e formazioni rocciose, alpeggi, resti della Grande Guerra e altro che scopriremo lungo il percorso, ma purtroppo la vita è fatta di rinunce, questa è una.

Le previsioni per Sabato prossimo mostrano una mattinata soleggiata e un pomeriggio variabile; accettabile. Quelle per il giorno seguente sono accettabili il mattino e inaccettabili il pomeriggio. Domenica è previsto il tratto su via ferrata, condirla con pioggia ed eventuali fulmini non sarà affatto piacevole. Inizia la preoccupazione sul futuro dei primi giorni, chissà come saranno i successivi. Manca una settimana, ancora troppo tempo per affidarci ciecamente alle previsioni meteo. Giorni in cui ci ansieremo a vicenda coi vari “se”, “ma” e “forse”, dubbi e perplessità; insicurezze che si concretizzeranno fin da Venerdì, quando confermeremo a noi stessi la decisione o meno di partire.

Durante i giorni del countdown il compito dei singoli sarà quello di contare minuti e ore alla partenza; il resto è tutto, o quasi, pronto. Resta da completare il kit del primo soccorso e acquistare alcune cibarie di supporto per le prime tappe del trekking (un paio di barrette di cioccolato fondente a testa, uvetta e zenzero disidratati) e per il pranzo del Sabato quando arriveremo a Case Bortot, termine del viaggio in auto.

Le previsioni per Sabato mostrano una mattinata con pioggerella e un pomeriggio uggioso; accettabile. Quelle per il giorno seguente restano invariate; inaccettabile. E siamo a Lunedì. Sospiriamo e pensiamo ai pochi giorni che restano.

Le previsioni per Sabato mostrano una mattinata con temporale, il pomeriggio di conseguenza; no comment. Quelle per il giorno seguente con sole e forse qualche goccia d'acqua verso sera; molto accettabile. Martedì.

Le previsioni per Sabato mostrano una giornata variabile; non male. Quelle per il giorno seguente con cielo coperto e possibili piogge; incrociamo le dita. Mercoledì. Ci guardiamo negli occhi e meditiamo di non roderci il fegato guardando il meteo; troppo inattendibile.

Venerdì. Oggi le previsioni per Sabato, Domenica e Lunedì sono da ustione senza la crema solare protezione 50+. A seguire, in rapida sequenza, fioccano i “no comment” che si sprecano sulle nostre labbra. Non ci crediamo, ma ci speriamo.

Da Martedì in avanti lo guardiamo con gli occhi, non lo esprimiamo a parole e tanto meno vogliamo imprimerlo nel nostro cervello. Lasciamo nuvole, goccioloni e fulmini ai pixel dello schermo del computer; chissà, se spegnendolo, cambierà idea sul futuro. L'imprevedibilità la lasciamo al caso e ai meteorologi, le previsioni le controlleremo di rifugio in rifugio quando forse saranno più azzeccate; si spera.

Ora sono sdraiato sul divano a scrivere del meteo che cambia e del tempo passato che non trascorreva; per fortuna oggi è la vigilia dell'inizio. Lo zaino, appoggiato a una gamba della scrivania, mi osserva con occhi assonnati; è la sonnolenza tipica di chi ha mangiato troppe portate in un unico pasto. Immagino non sia stato facile per lui ingurgitare magliette, pantaloni, pile, calze, mutande, guscio, mantellona, set da ferrata, attrezzatura fotografica e cibarie; senza contare le altre mille piccole cosette necessarie per lavarsi, ricaricare i diversi dispositivi elettronici e tutti i vari ammennicoli utili per sopravvivere. Probabilmente pesa troppo, ma tutto quello contenuto all'interno di quella sua pelle, tirata quasi a scoppiare, sarà indispensabile; o forse no. Al termine del trekking saprò, sapremo, cosa realmente non era strettamente necessario. Non mi interessa la fatica, il mal di spalle, di piedi o di gambe, i quadricipiti spezzati sotto la mole del mio fardello, il sole bruciante o la pioggia battente, il vento, il caldo o il freddo. Mi interessa la ricerca della bellezza che non conosco, la sua scoperta, la fatica per raggiungerla, l'emozione che raccoglierò passo dopo passo tra le rocce e le piante, tra le valli e le vette, tra la terra e il cielo, tra il mattino e la sera, notte esclusa perché serve per riposare. Voglio godermi ogni singola emozione che quest'avventura mi donerà. Un pizzico di speranza emotiva, ma solo un pochino, è rivolta al lato gastronomico: spero di ritemprare corpo e spirito con svariate prelibatezze d'alta quota, dalla più semplice alla più caratteristica.

 

TAPPA 1

(da qualche parte in provincia di Como - Rifugio VII Alpini)

Non voglio tediarvi nel raccontare delle ore passate in auto, dei tratti congestionati dal traffico d'esodo che anticipa il Ferragosto, della stanchezza della lunga guida, del cielo terso e dei paesaggi che cambiano di chilometro in chilometro. Al contrario, voglio rendervi partecipi del viaggio che è iniziato nel momento in cui il cartello autostradale ha scritto “Belluno” a grandi caratteri con una freccia diretta verso sinistra, l'uscita autostradale.

Siamo immersi in nuovi territori che in passato sono stati semplicemente sfiorati, luoghi di passaggio che servivano come contorno a una meta più lontana. Da oggi diventeranno parte della nostra storia, il presente che diverrà passato, il futuro della memoria di questa splendida avventura che ci attende. Montagne intraviste e presto dimenticate prendono forma ai nostri occhi, si colorano di verde, grigio e marrone, si ergono al cielo nella loro bellezza. Loro e noi, non ci conosciamo in questo momento, ma col tempo diventeremo amici. I boschi che ammantano pendii e valli hanno la bellezza dell'ignoto e della sua scoperta, sembrano essere costituiti da essenze mai viste prima, forme insolite e sfumature stupende. Il nuovo, seppur già visto sotto forme leggermente differenti, ha sempre un fascino incantato, magico, esoterico, inspiegabilmente affascinante.

Lasciamo l'Autostrada A27, pressoché deserta, per scontrarci nella Statale 51, del tutto congestionata. Non ne capiamo il motivo, rassegnati muoviamo un giro di ruota dopo l'altro con flemmatica calma. Seguiamo lo svogliato serpentone di mezzi che si dirige verso Belluno passando attraverso il comune di Ponte nelle Alpi, qui, dopo circa millecinquecento metri di coda, il traffico sparisce per magia. Nei pressi del Comune dell'omonimo paese realizziamo che l'estenuante rallentamento è dovuto agli automobilisti incuriositi nel vedere gli invitati a un matrimonio mentre attendono i futuri sposi. Oltrepassato, porto immediatamente la velocità di crociera da 5 a 50 km/h. La mia copilota, nel frattempo, allunga il collo per sbirciare oltre il finestrino e mormora qualcosa nella mia direzione; suppongo col significato intrinseco di voler guardare meglio. Sorrido a questo pensiero.

Alcune nuvole danzano nelle correnti del cielo, sparse e rade, timide pecorelle in un immenso prato cristallino. Le montagne appaiono di fronte a noi, sono come angeli custodi della città appollaiata sulla lunga collina. Avvicinandoci riconosciamo alcune fra le valli e le cime, diamo un nome alla Valle dell’Ardo, a La Schiara, al Pelf, al Monte Serva e al paese di Bolzano Bellunese posto sul versante montano che si erge su Belluno.

Oltrepassiamo il Fiume Piave che mormora silente sul suo cangiante letto sassoso, qualche chilometro oltre saltiamo lunghi distesi anche sul Fiume Ardo; oramai siamo a ridosso della cittadina. Seguiamo alcuni tornanti fra le case, guadagniamo quota per ritrovarci ben presto in cima alla collina, e dentro la città. Non indugiamo oltre, la traccia asfaltata da seguire punta dritta verso i pendii montuosi e la meta finale del viaggio stradale: Case Bortot, località nel comune di Bolzano Bellunese.

Dal paese Bellunese la strada sale e scende un paio di volte finché diviene stretta, tortuosa, leggermente ripida nei tornanti per sfociare infine in un gracile parcheggio rigonfio di automobili. Quaranta, forse cinquanta o più mezzi dormono baciati dal sole. Sono le due del pomeriggio, siamo stanchi, affamati e con la mia Fiat Panda Natural Power da posteggiare, anche lei stanca. Non ci sono posti liberi, ogni pertugio è occupato; sapevamo di correre questo rischio, ma non avevamo altre soluzioni per quest'oggi. La paura aleggia fra noi tre, inizia a scriversi sui nostri volti la rassegnazione di dover parcheggiare a Bolzano Bellunese, o forse poco prima se fortunati. Fermi, attendiamo secondi interminabili in preda al vuoto del nostro spirito che cerca di lottare invano con la palpabile sofferenza. La vita scorre veloce innanzi ai nostri occhi e l'unica soluzione è: lasciare i pesanti zaini e tutto l'occorrente in questo punto, Giada a fare da vigilante e il qui presente designato all'unanimità per ripercorrere la strada dell'andata alla ricerca di un posteggio. Il tempo di mettere nero su bianco i nostri pensieri e un signore, in tenuta da escursione, si avvicina al suo fuoristrada, sale e ci saluta sorridendo indicandoci il suo posto; che dire, una fortuna sfacciata. Buttiamo pudore e ritegno nel cestino del nostro io, senza vergogna parcheggiamo all'ombra di un albero e ridiamo di felicità.

Un altro passo verso l’avventura è stato completato. A parte la stanchezza per la guida e qualche decina di minuti di ritardo causa intenso traffico, tutto è andato come previsto. Siamo soddisfatti. Ora è il momento di appagare i nostri stomaci all'unisono brontolanti, richiamano la nostra attenzione. Dalla borsa della spesa compaiono magicamente una focaccia liscia, una alle olive e un'altra coi pomodorini. Ci rimpinziamo, forse troppo. Avanza una mezza focaccia da tenere per l’arrivo o per altre evenienze energetiche, sicuramente mie, mi conosco. Servono tante energie, fisiche e mentali, per affrontare la prima ascesa con i nostri zaini obesi. La prima. Scarponi ai piedi, zaino in spalla, macchine fotografiche addosso e racchette nelle mani, salutiamo il nostro destriero impastoiato; un arrivederci fra dodici giorni.

Lasciamo la civiltà urbana verso il mondo selvaggio delle Dolomiti, turismo permettendo.

Una stradina sterrata prende vita dall'ultimo lembo di terra adibito a parcheggio per allungarsi rapidamente all'interno del rado bosco di latifoglie, prevalentemente aceri, carpini e altre piante di cui non ricordo il nome, o semplicemente non conosco. Il sole penetra fra le alte fronde degli alberi per illuminare le numerose more che vogliono abbronzarsi, pallide, coi loro verdi screziati di rosso; attendono la maturazione e l'inevitabile raccolta. Quelle precoci catturano immediatamente la nostra attenzione e con la stessa velocità cascano in bocca fra aspri gridolini acidi. Per Giada sono una leccornia, lei adora la frutta semi-acerba, per me sono un'aratura delle papille gustative; chissà se al nostro ritorno saranno qui ad aspettarci, nere, mature e succose.

La via prosegue ora con una leggera ascesa, dolcemente sale sul fianco tondeggiante del monte, poi, con la stessa tranquillità, si adagia nel punto in cui il suo largo corso si divide in due tracce: il sentiero CAI 501 con direzione Rifugio VII Alpini e il sentiero per Bus del Busòn. La traccia da seguire rimane in quota, l'altra scende chissà dove. La mia curiosità divampa come carta in un falò, con grandi occhi dolci da cucciolo guardo la mia compagna di viaggi per addolcire la sua inevitabile risposta negativa. Imploro, quasi mi inginocchio (“quasi” perché il peso dello zaino non me lo permette) e riesco, quasi, a convincerla, ma poi la mia fantasia si scontra con la realtà e alla fine riesco solamente a strappare un arrivederci per quando verremo a recuperare l'auto. Siamo molto incuriositi dal nome e da quello che cela il suo significato. Bando alla ciance, la strada da percorrere è lunga e siamo ancora all'inizio dell'inizio.

Chiusa la parentesi divagatoria, il sentiero CAI 501 torna a scorrere sotto le suole dei nostri scarponi, sotto il nostro peso da pachidermi. Scende e risale, sale e ridiscende, brevi tratti per guadagnare quota e molti altri per perderla. Incontriamo i primi camminatori della giornata, tutti in direzione opposta alla nostra, ci salutiamo per dimenticarci gli uni degli altri. Al momento siamo gli unici in salita.

Alcuni punti panoramici esplodono verso la valle sottostante squarciando il bosco in ampi varchi, da qui si vedono altre vallette, pendii boscosi, pareti verticali, creste che portano a cime, vette, e avventure di persone a noi sconosciute. Un miraggio compare nel sottobosco, solitario, inaspettato, un cigno scolpito nel legno gorgheggia limpida acqua, fresca e inebriante. Una sorsata per sciogliere i muscoli, un'altra per lavare via tutti i pensieri, una terza per dissetarci nel caldo e umido pomeriggio estivo.

In località Casera de i Alberch, rovine oramai, la via si lascia alle spalle la monotonia dei sali-scendi e con spavalderia si inerpica inseguendo svariati tornanti che guadagnano velocemente quota. In lontananza percepiamo il ruscello, da poco attraversato, che gorgheggia echeggiando fra massi e strette rupi. La stanchezza che immaginavamo potesse comparire con le prime difficoltà camminatorie si è rivelata infondata e questa prima ascesa ha messo i puntini sulle “i” sul nostro allenamento.

Brevi tratti piani si alternano ad altre salite che ben presto si traducono in un lungo trasverso verso il letto del Torrente Ardo. Un ponticello in calcestruzzo armato sorvola le briose acque che saltellano fra i massi calcarei, fra le pozze trasparenti dalle sfumature verdi, azzurre e aranciate. Verso monte la linea cangiante di roccia sale verso pareti scoscese, a valle discende in un verde cupo del manto boscoso. Altri avventurieri di ritorno, ci sentiamo tanto solitari quanto soli.

La via segue il versante opposto, si inerpica fra felci e alte erbe che crescono dove gli alberi sono più radi. Incontro la prima orchidea selvatica delle Dolomiti (Epipactis sp.), sono proprio contento!

La via spiana nel punto in cui un affluente piomba d'improvviso dall'alto di una parete rocciosa, diversi salti e infine le gocce arrivano sui nostri corpi accaldati. E appesantiti. Attraversiamo nuovamente il torrente su un secondo ponte in calcestruzzo, ammaccato qua e là ove i sassi lo hanno scheggiato. Concediamo ai nostri corpi una breve pausa, non per la stanchezza provata che non percepiamo, bensì il tempo necessario per fotografare le tre cascate che saltellano di roccia in roccione, con una stupenda pozza verde-azzurrognola al termine del loro viaggio. Questa è talmente trasparente, fresca, ammaliante e intrigante, che sento l'estrema necessità di tuffarmi, di perdermi fra le sue braccia. Sogno, vaneggio e vagheggio, e torno alla realtà dei fatti: lo zaino mi attende, Giada idem, il rifugio pure. Un'altra volta sarò tuo, ora il mio destino è scritto sulla linea del sentiero.

Riprendiamo il cammino assieme ai nuvoloni che iniziano ad accumularsi alle nostre spalle regalandoci qualche attivo di tregua dall'implacabile sole. Sotto una falesia strapiombante, saltelliamo fra i massi per attraversare nuovamente il ruscello. Oltre, un bosco di faggi. Il secco letto di foglie di queste piante accoglie i nostri passi fra croccanti scricchiolii, secchi quanto soffici. Le chiome, poco più in alto, attutiscono i rumori, li evolvono in suoni, note, nella stessa musica del vento che fa ondeggiare le verdi foglie appese ai rami grigiastri. Continuiamo a salire seguendo i tornanti che conquistano metri di altitudine ad ogni curva.

Piante di lamponi compaiono in una minuta radura, l'istinto è quello di mangiarli, lo seguiamo senza battere ciglio; succosi, dolci e aromatici, proprio lamponosi. Saltuari abeti indicano il raggiungimento di una quota maggiore, come se le nostre gambe ed energie non se ne fossero accorte prima. Sono il preludio al pensiero finale, in qualche manciata di minuti intravediamo l'arrivo: il Tricolore sventola svogliatamente, il Rifugio VII Alpini è al suo fianco in nostra attesa (1.502 m s.l.m.). Le conifere si fermano al limitare del prato che accerchia il rifugio alpino, come un branco di leoni attorno alla preda. Saliamo l'ultima salita della giornata, pochi metri e la prima tappa è conclusa.

Il nostro arrivo è abbracciato da numerosi voci, parlano tutte di montagna, alcune in dialetto bellunese, altre in inglese sfumato all'orientale, altre in tedesco e in italiano. Non siamo piombati nuovamente nella civiltà cittadina, ci sentiamo invece immersi in qualcosa di differente, antiteticamente evoluto, distante dal mondo e vicino a noi, tranquillo e vociante, romantico e duro. Il rifugio è città. Dove non arriva il turismo di massa, la stessa città si tramuta in qualcosa che tende all'essere armonioso, equilibrato, quasi bilanciato con la vita selvaggia che lo circonda. Al contrario, ove la civiltà porta inciviltà, seppur oltre le mura di una circonvallazione, il rifugio diventa solo una facciata, una mera apparenza di un qualcosa che tende a sembrare selvaggio, ma in realtà è solo un manifesto pubblicitario dell'ipocrisia.

 

Il primo rifugio, VII Alpini, è armonia con la conca montuosa che lo abbraccia, con le cime imperiose de La Schiara che troneggiano su di esso, con gli abeti, i faggi e i pini che ammantano le rughe delle valli, con gli animali selvatici che osservano gli umani dalle loro intime postazioni.

Belluno è lontana oltre le propaggine delle montagne, vicina quasi a poterla toccare con lo sguardo.

Entriamo. Veniamo accolti dai rifugisti, sorridenti e disponibili. Mentre affrontiamo l'ultima salita della giornata, la scricchiolante scala in legno che porta ai piani superiori, il gestore ci anticipa che hanno riservato la camera di Harry Potter per il nostro soggiorno. Giada mi guarda con occhi a forma di cuore, io sorrido nel vederla, il gestore se la ride per il paragone. Non ci aspetta il sottoscala, come i fan del mago si potranno aspettare, ma bensì il sottotetto. Siamo al terzo piano, il legno ci circonda, ci avvolge, ci ascolta e suona a ritmo dei nostri movimenti. Nella cameretta contiamo due letti accoppiati, un mobile nascosto in un buio angolo e dei letti metallici smontati dove la falda del tetto diventa un tutt'uno col pavimento. La luce entra da una finestra a vasistas, piove dall'alto sulle coperte piegate, sui nostri occhi rivolti verso il cielo nuvoloso.

Adagiamo a terra i fardelli, si appoggiano sul pavimento come se li avessimo fatti cadere, i suoni rimbombano nella stanza a base quadrata e a parete triangolare. Apriamo immediatamente la finestra e sbirciamo dalla feritoia che apre ai nostri sguardi quello già intravisto a livello dell'erba, ma con pannelli fotovoltaici tutt'attorno.

L'avventura non finisce quando si giunge all'arrivo, il traguardo è quando si chiudono gli occhi ricolmi di fatiche ed emozioni.

Possiamo scegliere fra la doccia calda a gettoni e quella fredda. Optiamo per quella fredda, non perché siamo taccagni o abbiamo paura del freddo o non siamo coraggiosi, semplicemente perché vogliamo goderci l'avventura fino in fondo. Il primo getto d'acqua sembra caldo, ma si tramuta ben presto in aghi di ghiaccio. Mi insapono e, mentre sciacquo la schiuma di dosso, ripenso ai bagni estivi nel freddo torrente della Val Vertova; ora non sembra glaciale, gelido, solo un pochino. I versetti di Giada mi fanno sorridere, ma la sua tenacia vince contro l'acqua.

Ritemprati, rigenerati, rinati a nuova vita, ora siamo.

Ultimo passaggio, lavare i panni sporchi. Li stendiamo all'esterno, ondeggianti nel debole venticello serale.

Succo di frutta lei, birra io. Ingurgito la focaccia rimanente per nascondere il brontolio viscerale, penso di aver guadagnato un briciolo di tregua fino alla cena; almeno spero. Dedichiamo il tempo che scandisce queste ore di relax ricordando quello che abbiamo visto, lo scriviamo entrambe con parole leggermente differenti sui nostri taccuini per inciderlo saldamente nei nostri ricordi. Rientriamo nell'alloggio di Harry Potter portandoci appresso i panni. Nel sottotetto, tiriamo un paio di stringhe di un mio vecchio scarpone che porto nello zaino in ogni scampagnata, possono sempre tornare utili. Oggi, e sicuramente nei giorni a venire, ci serviranno come stendibiancheria.

Chiudiamo la porta cigolante per nascondere il delirio dei nostri averi, come una carneficina: le pelli appese, corpi squarciati per terra e interiora disseminate ovunque, per i deboli di cuore tradurrei il tutto in panni stesi, zaini aperti e vestiti adagiati sui letti.

Scendiamo in sala da pranzo, è tempo di cena. Il menù propone diverse possibilità, la nostra scelta cade sulle seguenti pietanze: spaghetti aglio, olio e peperoncino anticipano salsiccia con patate al forno e piselli al pomodoro, per lei penne al ragù inseguite da salsiccia con patate al forno, e infine crostata con marmellata di mirtilli per entrambe. Soddisfatti, voto 7.

Ci spostiamo nella saletta accanto mentre i rifugisti sparecchiano e armeggiano con tavoli, panche e sedie; chissà cosa staranno architettando. La risposta arriva a minuti, serata dedicata a La Schiara tenuta da Luca che, a quanto dimostra, la conosce veramente bene.

È interessante scoprire vecchie fotografie di questo mondo a noi sconosciuto. Le proiettano sulle mura del rifugio, luci colorate che illuminano pareti, sassi, mattoni e calce che hanno conosciuto numerose generazioni, storie, vite. I racconti narrano di avventure, ardite, forti, a lieto fine e finite male, di conquista e sacrificio.

Alle 23:00, forse più, l'applauso finale ringrazia Luca e chiude la serata. Io, invece, mi sveglio da un torpore mentale e fisico. Appoggiato alla sedia di fronte, sono piombato in un sonno a singhiozzo, fra sogni fantasiosi e immagini reali di arrampicate in artificiale e fotografie di repertorio. Me ne vergogno, ma avevo esageratamente sonno e resistervi era per me impossibile, come respirare.

Laviamo i denti col vociferare al pian terreno, il sottofondo si zittisce non appena saliamo al piano superiore. Ora è tempo di riposare, dormire, sprofondare nel materasso e sotto le morbide coperte.

Chiudiamo gli occhi con le stelle che illuminano fiocamente il quadrato trasparente, il resto del mondo che ci attornia è oscurità.

 

TAPPA 2

(Rifugio VII Alpini - Rifugio Pian de Fontana)

Apro gli occhi, la cornice sul cielo emana una morbida luce che si irradia in una porzione della stanza. Intravedo sagome scure, lineamenti che mi ricordano i dettagli della camera, il tetto in legno, le pareti, il piccolo mobile, le coperte arruffate, la sagoma di Giada. Guardo l’orologio, ore 5:03, in anticipo di un'ora sulla sveglia. Attendo impaziente. Al piano inferiore odo i primi rumori, passi leggeri sul pavimento, passi pesanti giù per le scale. Mi domando chi siano, saranno i rifugisti all'opera per preparare le colazioni o qualche escursionista mattiniero che, come me, è impaziente di affrontare una nuova giornata in montagna? Ascolto, attendo. I rumori provenienti ai piani inferiori divengono più insistenti con il trascorrere dei minuti e la loro energia viene amplificata nel sottotetto come una camera di risonanza.

Nella tenue oscurità mi sento osservato, mi volto e incrocio lo sguardo di Giada che mi sorride per augurarmi il buongiorno. Quindici minuti alle sei, ancora presto. Mi rigiro nel letto come un pesce fuor d'acqua.

Trascorrono seicento secondi interminabili, lenti e noiosi. Mi alzo, la toilette attende. La gelida acqua sorgiva del rubinetto catapulta il mio ego mattiniero nel mondo crudele dell'alta montagna, il primo passaggio d'acqua sul viso è uno schiaffo, il secondo un buffetto e il terzo una carezza, non perché ci si abitui, bensì perché si perde la sensibilità della pelle. Scherzi a parte, mi preparo per una nuova avventura, carico e sognante. La mia compagna di avventure mi segue sbuffando, sperava di dormire ancora un pochetto, ma quando mi sveglio senza poi riaddormentarmi è impossibile tornare nelle braccia di Morfeo, quindi per me è meglio levare le tende. Nei nostri spostamenti non incontriamo anima viva, sono tutti tornati a letto o in sala da pranzo in attesa della colazione o già usciti per affrontare La Schiara? Torniamo nel nostro alloggio e riorganizziamo gli zaini per il trekking odierno.

La colazione, prevista per le ore 7:00, è stata anticipata e noi ci troviamo a iniziarla quando qualcuno è già in dirittura d'arrivo. Caffè americano, pane a fette spalmato con la Nutella confezionata nelle sue micro-confezioni. Sufficientemente soddisfatti, voto 6.

Ultimi preparativi e ci tuffiamo nella frizzante aria del primo mattino. Profuma di erba bagnata, di rugiada, le note floreali si mischiano a quelle resinose, terrose a seguire. Riempio i polmoni di queste bouquet aromatici, voglio assaporare ogni stilla emozionale che quest'avventura vuole regalarci.

I primi escursionisti stanno già affrontato la salita, si stanno dirigendo verso l'attacco della ferrata. Li intravediamo piccini lungo la sassaia erbosa che si innalza obliquamente verso La Schiara, fra i radi pini e abeti del crinale. Altri, seduti su una panca, chiacchierano di argomenti che non riesco a percepire. Ci osservano mentre calziamo gli scarponi e carichiamo gli zaini in spalla. In particolare, le mie due macchine fotografiche attaccate allo zaino rapiscono l'attenzione di molti. Luca, il più curioso fra tutti, ci interroga sui nostri programmi, carichi come muli siamo decisamente interessanti da intervistare. La sorpresa dei presenti è rivolta al nostro percorso in primis, ma anche ai nostri fardelli. Sentiamo commenti scettici, ma allo stesso tempo entusiasti l'idea e il coraggio. L'idea è nel percorrere l'Alta Via delle Dolomiti n.1 al contrario, non è da tutti, è insolita per la maggior parte dei camminatori che generalmente resta fedele ai numeri arabi nel loro ordine classico, dal numero 1 al 12. Il coraggio è nell'affrontare la Ferrata del Marmol in salita con gli zaini molto pesanti, per loro è troppo faticoso. Il tutto si traduce in una scommessa fra loro e noi, fra la parete e la forza, fra i chilometri e l'allenamento. Il mio zaino e l'attrezzatura fotografica suscitano interesse, perplessità e, forse, anche ilarità nelle menti dei presenti; poco importa, io voglio affrontare questa sfida fino in fondo. Rifugisti e altri camminatori, usciti nel frattempo per ascoltare i nostri progetti, si aggiungono ai presenti per un collettivo augurio di buona giornata. La perplessità generale si traduce in una scommessa nei nostri confronti, sulla nostra “sopravvivenza” all'intera Alta Via o, più semplicemente, al compimento della via ferrata.

Sono testardo, forse anche delirante. Prima del nostro viaggio, e ancor prima durante la sua organizzazione, in diversi mi hanno tacciato come pazzo. Mi hanno chiesto di tenere un profilo basso sul contenuto dello zaino, di limitare il bagaglio fotografico, di rivederlo, ripensarlo, rivalutarlo. Non demordo facilmente. Mentre scrivo il racconto, completo fino all'ultima parola e passo finale, sono seduto comodamente a casa, soddisfatto. O era meglio lasciarvi in suspense fino in fondo? Oramai la frittata è fatta, buona continuazione di lettura.

Partiamo. La salita che porta all'attacco della ferrata è relativamente ripida, o forse ci sembra tale sotto il peso degli zaini, ma la affrontiamo con energia tale da superare due signori in pochi minuti. Nel frattempo mi perdo ad ammirare altre orchidee, sono un caso disperato o disperatamente perso.

Raggiungiamo il tratto finale quando i primi sono ancora alle prese con gli imbraghi. Stupore altrui, ci prepariamo sotto sguardi incuriositi.

In breve siamo pronti, i primi camminatori in contemporanea coi due protagonisti. In cuor mio speravo di anticipare la ciurma per non avere nessuno sopra la testa, ma siamo costretti ad attendere la partenza di quattro ragazzi. La nostra mole fa soggezione, quindi conquistiamo il biglietto successivo. Accade quello che speravo non si verificasse, dopo cinque metri siamo intasati, troppo lenti i primi. Alzo gli occhi al cielo, non per osservare le alte pareti che ci sovrastano. Continuiamo la lenta marcia.

I tratti su roccia si alternano a scalette in ferro incastonate nella grigia parete. Chi ci segue è scomparso, coloro che ci anticipano sono poco più avanti. In una stretta gola ci fermiamo per ammirare e fotografare la bellezza dei dettagli di questa montagna, le sue profonde rughe, i suoi lontani pinnacoli; sono arte, pura e dura bellezza.

È l'occasione per perdere le tracce dei primi ed essere raggiunti da uno spavaldo signore che sale senza attrezzatura di sicurezza, veloce, rapido nei movimenti, sicuro, lo perdiamo dietro una stretta curva. Ora siamo soli, voci in alto, altre in basso. Rimbalzano da una parete all'altra, si parlano, si ripetono, provengono da direzioni improbabili. Riprendiamo la marcia in compagnia di spiriti senza nome, non seguono i nostri discorsi, ma ciarlano dei loro, indistinti, vacui.

Tratti piani, altri in salita facilmente arrampicabili senza usare i pioli ferrosi, poi le scale e infine un bivio: a sinistra la Ferrata Zacchi che punta alla vetta de La Schiara e a destra la Ferrata del Marmol che invece si accontenta di arrivare alla Forcella del Marmol passando presso il Bivacco Sandro Bocco.

I tratti più belli della ferrata sono la circumnavigazione delle profonde forre scavate nei millenni, entriamo con spalle alla valle e occhi alla roccia, tocchiamo il punto più profondo e ne usciamo nel senso opposto con un paesaggio aperto sui monti. Scorgo un'inaspettato Raponzolo di roccia, un fiore che mai prima d'ora avevo incontrato e che mi sorprende, mi entusiasma.

Il cielo terso del primo mattino si sporca di rade nubi, il vento che scorre in quota scrive l'irrequietezza del meteo montano.

La via punta verso oriente nella direzione di un pendio di roccia viva e sassi, ripido, ma non verticale come in precedenza. Dimentichiamo i tratti attrezzati e ci inerpichiamo su un sentiero che zigzaga verso l'ignoto, le nubi. Durante l'ascesa gli ammassi umidi hanno avvolto completamente le creste, le cime. In breve tempo ci ritroviamo immersi nell'umidità, densa, tangibile, fredda. Tratti con il cavo in acciaio si alternano ad altri con un sentiero leggermente esposto; pian pianino saliamo. Giada mi anticipa nei movimenti, io mi perdo a guardare in giro, a scattare qualche fotografia, a cercare orchidee impossibili. Camminiamo immersi nei nostri pensieri e avvolti dalla nebbia.

Un “ciao” inaspettato salta fuori dall'effimero muro grigio di umidità, io lontano non lo sento, percepisco lo spavento dell'apripista che non si aspettava di incontrare qualcuno in discesa, l'altro, il corridore incrociato in salita, sorride e ci saluta mentre mi sorpassa in velocità. Lo perdiamo dopo pochi metri, mangiato dal Nulla che avanza. Nei pressi dell’arrivo, senza sapere quanto manca in termini di tempo, distanza e dislivello, percepiamo i primi morsi della fame e, a stretto seguire, anche di stanchezza.

Intravediamo il Bivacco Sandro Bocco (2.266 m s.l.m.): in lontananza una sagoma indistinta e scura, uno spettro ricurvo, mentre da vicino è una semplice costruzione in lamiera rossa dalla forma tondeggiante. Sbirciamo al suo interno, più per curiosità che per scovare qualche novità. Tutto ordinato e pulito, fuori posto giacciono inermi alcune vettovaglie e vestiti di colui o colei che a quest'ora sarà ormai di ritorno dalla vetta. Chiudiamo nuovamente la porta col chiavistello e saliamo verso la vicina, si spera, forcella.

In un tratto traverso incontriamo una statuaria palina con tre indicazioni: Cima de La Schiara, Ferrata del Marmol e una terza direzione, la nostra, non contemplata.

Il vento è leggero, non sferza come nell'ultimo tratto di salita, forse si muove differentemente o forse siamo protetti dalla roccia o forse qualsiasi altra cosa. Ci fermiamo, mangio il primo panino con la marmellata dei due a mia disposizione (il pranzo al sacco acquistato presso il Rifugio VII Alpini) e un paio di pezzi di zenzero disidratato. Giada si limita al cioccolato fondente e a qualche mirtillo disidratato, dura e pura, ha energie da vendere lei.

Il sole va e viene, si alterna coi massicci ammassi nebulosi che danzano e turbinano fra le cime e le pareti verticali.

Confrontiamo i nostri resoconti della ferrata da poco affrontata: il risultato comune è la semplicità con la quale l'abbiamo superata, la bellezza dei paesaggi, l'asprezza delle rocce verticali, dei pinnacoli rivolti al cielo grigio, alle sfumature di grigio su grigio, alla sorpresa di aver scovato un endemismo (il Raponzolo di roccia, ai più conosciuto col nome scientifico di Physoplexis comosa).

Proseguiamo senza sentire il peso degli zaini, siamo leggermente stanchi, ma suppongo sia abbastanza normale dopo un'intesa ascesa su ferrata.

La colma, ovvero la Forcella del Marmol, ci attende oltre un altro tratto di sentiero con cavo d'acciaio. Il set da ferrata è utile, non tanto per la difficoltà di questo sentiero, ma per la sicurezza di non ammazzarci sotto il peso dei fardelli in un'eventuale fatidica caduta. Salutiamo in italiano visi che possono parlare una qualsiasi lingua europea, la risposta giunge presto fra accenni di inglese e tedesco inframezzati da alcuni ansimi di fatica. I primi viaggiatori della giornata, in senso opposto ovviamente. La Forcella del Marmol è il confine fra nuvole pesanti a Meridione e cielo azzurro a Settentrione, mi viene da pensare che le nebbie si siano arenate sulle cime sorelle de La Schiara e che non abbiano la forza, o la volontà, di andare oltre, verso Nord. Il Pelf, monte aspro dalle pareti impossibili, ci osserva fra le nubi, timoroso, si tiene a distanza dalla nostra vista. Fra noi e lui si ergono falesie calcaree drammaticamente verticali, impervie, strapiombanti in molti punti, baluardi a difesa della sua timidezza.

Ammiriamo lontane montagne, valli e vette che al momento non sappiamo identificare, ci limitiamo a osservare la bellezza delle Dolomiti in tutta la vastità del panorama. Per pigrizia non apriamo la cartina per un confronto diretto, restiamo fermi con i sensi persi verso i profili montuosi dell'orizzonte, nel fruscio del vento, nella fresca umidità dell'aria, nel profumo di pasta al ragù, nel… Mauro aspetta un attimo, pasta al ragù? Credo di avere le allucinazioni, a quota 2.262 m, a chilometri dalla civiltà, senza vita umana in vista, com'è possibile sentire questo profumo? Chiedo a Giada, per lei è profumo di pasta al pesto. Ok, sono due cose ben diverse, ma il profumo è ambiguo, sembra essere entrambe e niente di tutto questo. Continuiamo a camminare e l'odore sparisce, chissà da dove proviene. I nasi se ne riappropriano, non è possibile! Compare e scompare, ma non per colpa del vento, è come se stagnasse in alcune zone rispetto ad altre. Tuffo il naso fra i papaveri gialli, niente. Lo infilo in un cuscino di una pianta che non conosco, tombola! Questa pianta odora di ragù, o di pesto, o di entrambe, o di tutt'altro. Sono scioccato per il ritrovamento inaspettato.

Riprendiamo la marcia, nel frattempo mi è venuta l'acquolina in bocca per il profumo e l'immagine di un ricolmo piatto di pasta condita con abbondante ragù di carne fatto in casa e una generosa spolverata di Parmigiano Reggiano. Ok, ho fame. Ho fame anche ora che scrivo davanti al computer di casa dopo aver pranzato, niente ragù quest'oggi, risotto allo zafferano; mi posso accontentare.

Sporchi nevai, incastonati fra le sassaie, restano nascosti al sole per non sciogliersi. Oggi sono fortunati, le nuvole giocano a loro vantaggio. I pensieri volgono ai paesaggi selvaggi, duri, impervi, feroci, rudi, decisamente scoscesi e meravigliosamente unici nella loro bellezza maestosa. I pendii de La Schiara e le montagne vicine hanno creato un vero paradiso.

Lo sconnesso sentiero, fra pietre e sassi, evolve in uno più morbido e ondeggiante. L'asprezza del grigio viene sostituita dal verde dei prati e da mille colori, tonalità varie e screziature fantasiose. I pendii diventano immediatamente soffici, danzano a ritmo del vento, fluttuano come alghe in balia delle correnti marine. Farfalle, api, mosche e una moltitudine di insetti vola laboriosamente, ronzano in allegria attorno alla miriade di fiori. Nel cielo azzurro i balestrucci cinguettano mentre giocano, si rincorrono o cacciano chissà quali prede. Siamo passati da un ambiente ostile, infernale, a uno amorevole, paradisiaco.

Sul letto di un torrente, o quello che sembra rappresentare, ritagliamo una lunga pausa per pranzare, riposare e goderci il primo sole della giornata. Crema alla mano, ci imburriamo per bene onde evitare l'ustione assicurata delle nostre bianche pelli. Panino con la marmellata, cioccolato fondente e tanta fresca acqua per dissetarci. Siamo contenti, felici, anche la stanchezza fa questi brutti scherzi quando si riposa in un luogo incantevole.

Forcella Nerville (1.953 m s.l.m.) ci aspetta a breve distanza, qui la traccia da seguire scende verso la valle alla nostra destra, Val de Nerville. Inizia con un leggero solco nel prato e poi, dopo qualche centinaio di metri più in basso, si scioglie definitivamente nell'erba alta. I tracciolini sui sassi sono pochi, mancano i massi su cui dipingerli. Quelli sui tronchi degli alberi ancora meno, mancano gli alberi. Gli omini di pietra manco a parlarne, mancano ovviamente i sassi. Insomma, riusciamo a ritrovare la traccia solo studiando la cartina, altrimenti l'istinto era il passo successivo. La prossima volta mi porto un decespugliatore. Zigzaghiamo e tagliamo per prati, le sterpaglie crescono rigogliose e mantenere la retta via, se dritta si può definire, è difficile, ma non impossibile. Servirebbe della manutenzione, ma immagino che tempo e soldi a disposizione non cadano dal cielo così di frequente in questa vallecola; peccato.

Ai margini del bosco di abeti e larici, giungiamo in località Casonet de Nerville (1.641 m s.l.m.). Una stalla dimenticata, un alpeggio perso per sempre. L’edificio è crollato quasi completamente, trascurato negli anni passati, dismesso per colpa dell'evoluzione umana. Una targa commemorativa ricorda chi e cosa viveva questo luogo, noi cerchiamo di immaginarcelo ricco di vita, di uomini piegati dalla fatica, di cani mentre abbaiano al bestiame al pascolo, di vacche e vitelli, di maiali e capre, di anime inconsce del loro destino scritto in un futuro che tocchiamo con mano. Un vero dispiacere. La storia si nutre dell'altrui linfa vitale, ne racconta le fatiche e le lodi, i dispiaceri e le emozioni, ma quando la vita finisce cambia ospite. Si sposta lasciando dietro di sé una scia di ricordi che, col trascorrere del tempo, divengono sempre più effimeri fino a quando se ne dimentica.

Torniamo a macinare terra e sassolini sotto le suole degli scarponi. Il sentiero CAI 514 segue il pendio della Cima Nerville e tende a mantenere la quota con leggere salitelle. In coincidenza con il CAI 518, proveniente dal Rifugio Bianchet, posto più in basso nella valle, la traccia si trasforma immediatamente: prima selvaggia, ora civilizzata. L'involucro di plastica di una caramella segna il confine fra la terra dimenticata e disabitata, poco conosciuta e battuta, e i luoghi più turistici. Tiriamo le somme sui risultati delle scelte degli escursionisti, in questo momento tocchiamo con mano la differenza fra un sentiero solcato abitualmente da chi segue la via più facile e veloce per chiudere l'Alta Via delle Dolomiti n.1, verso il Rifugio Bianchet, e un sentiero raramente calpestato da chi, invece, ha il coraggio di completare il lungo cammino senza scorciatoie. La difficoltà della ferrata, che di scoglio ha ben poco per i conoscitori delle vie attrezzate, è il problema principale per cui sono pochi i camminatori che chiudono l'Alta Via presso il Rifugio VII Alpini. I rifugisti ce ne hanno parlato la sera precedente, dispiaciuti, ma purtroppo la situazione è questa, inevitabile. Forse non lo è del tutto, basterebbe seguire il percorso al contrario come i due qui presenti e ogni problema si risolve.

Avanti tutta, il grosso del cammino odierno è alle spalle, manca poco all'arrivo. La via da seguire punta direttamente al Rifugio Pian de Fontana, la nostra meta finale.

Saliamo per il pendio, assolato, che riprende velocemente quota per poi continuare in costa fra tratti piani, falsi piani in salita e delicate rampette. Sotto i nostri occhi le pareti di roccia crollano verticali, prati impossibili dalle inclinazioni prepotenti puntano al fondovalle, in basso boschi scuri di abeti ombrosi ammantano pendii meni impervi, quasi dolci. La profusione di fiori, tra cui stelle alpine e orchidee selvatiche, sfidano la gravità. Hanno conquistato terre difficili da domare, ostili, severe. Semplicemente, nella banalità di questo avverbio dai toni svilenti, è evoluzione, magnificenza, ricchezza.

Forcella La Varetta (1.704 m s.l.m.) è la tappa intermedia che ci proietta in un nuovo paesaggio, quello della Valle dei Ross e della più minuta Valle della Scala. Siamo a circa sette ore di cammino, pause comprese, e non abbiamo ancora scritto la parola fine; anche questo è un disincentivo per chi segue l'Alta Via. È più facile scendere al Rifugio Bianchet, a un paio di ore di distanza. Alle nostre spalle salutiamo La Schiara con il suo ditone puntato alle nubi, Gusela del Vescovà. Non sappiamo se si limita a un arrivederci o a un addio, non sappiamo come evolveranno i profili delle montagne, cosa mostreranno o nasconderanno.

Nella nuova valle i pendii rocciosi sono differenti, alcuni rossi come ferro arrugginito, altri striati, stratificati e modellati dalle glaciazioni. Nella semplicità di un luogo, la minima sfumatura lo rende unico, prezioso, stupendo. In lontananza, sui pendii erbosi prossimi al rifugio, vi è un gregge di pecore che si muove come una razza sul fondo marino, ne segue il profilo, si adatta alla forme del terreno.

La stanchezza inizia sentirsi e, a testa bassa, riprendiamo la marcia serrata attraversando un vicino pratone dalle alte erbe e con qualche orchidea a far capolino coi suoi colori rosati. La discesa giunge ben presto con un'abetaia, questa ben presto sostituita da una faggeta, fresca, profumata di foglie secche, umidità, fiori, funghi, terra bagnata e corteccia; è inebriante, rilassante. Saluto un'orchidea verde come i fili d'erba che la attorniano, nessuno penserà a cosa rappresenta, per me è semplicemente bellezza.

Scendendo di quota vi è il letto di un ruscello in secca, è il passaggio fra il tratto discendente e quello pianeggiante. Oltre, qualche centinaio di metri più avanti, un frusciante ruscello delimita l'inizio dell'ultima ascesa. Altri faggi, più radi dei precedenti, e con un profumo diverso, più secco, terroso e legnoso. Al limitare del bosco intravediamo delle baite, il rifugio, la meta. Pian de Fontana (1.632 m s.l.m.) ci aspetta nel vento, all'ombra delle nubi, con il freddo e la tristezza mista a gioia per aver completato un'altra tappa; un giorno divenuto passato e, allo stesso tempo, un altro obiettivo conquistato.

La camerata è praticamente vuota, ci sono solo due signori che sonnecchiano nei rispettivi letti. Svisceriamo gli zaini, questa volta con più ordine e ci prepariamo a lavare i nostri corpi sudati e puzzolenti. La doccia sognata, quella calda, rapidamente si concretizzata in quella fredda, gelida. Il giorno prima non avevo patito gli aghi glaciali, oggi decisamente l'opposto. Sarà la stanchezza maggiore, sarà il freddo ambientale, sarà la fame, sarà quel che sarà, ma ho decisamente bisogno di scaldarmi. Seppur fredda, il corpo si è ritemprato, rinvigorito, l'acqua ha giovato, ma lo spirito necessita di calore.

Lavati i panni, successivamente stesi sul cavo d'acciaio che trattiene la teleferica al suolo, ci spostiamo all'interno del rifugio dove trascorriamo il pomeriggio a scrivere, raccontarci, mangiare una fetta di torta al cioccolato e bere una dissetante pinta di birra, io, una tisana al finocchio, lei.

In attesa della cena mi diletto nello sprecare altro inchiostro per allungare il racconto e di conseguenza la vostra noia. Se siete arrivati fino a questo punto, complimenti! Non saprei se farli a voi che avete un'ottima resistenza a questa lettura o a me che vi intrattengo con testi sopportabili, spero non soporiferi.

Cena, finalmente! Fame, tanta fame! Il sottoscritto si mangerà zuppa di verdure e legumi (per scaldarmi), omelette, piselli al pomodoro (secondo round dopo ieri…) e crostata con marmellata ai frutti di bosco guarnita con fette di mela. La qui presente si papperà rigatoni alle verdure ("per aggiungere verdure alla dieta" cit.), arrosto coi capperi, piselli al pomodoro (questi ultimi, che novità…) e crostata con marmellata ai frutti di bosco, ma senza mele, a lei non piacciono. Soddisfatti, voto 7.

Siamo sazi, stanchi e insonnoliti. Stasera non vogliamo saperne di presentazioni di stupendi monti, intrepide avventure, proiezioni di splendide foto o qualsivoglia di interessante, unico e irripetibile; è tempo di andare a nanna. Desideriamo ardentemente spegnere il cervello e sprofondare gli stanchi corpi nei morbidosi materassi, ogni cellula del nostro corpo lo richiede, anche il mio solitario neurone sonnecchiante.

La sveglia per l'indomani è impostata a un'orario indefinito, determinato esclusivamente dall'alzata degli altri. Non siamo svogliati o pigri, ogni tanto sarebbe bello esserlo e alzarsi a mezzogiorno. La prossima tappa sarà breve, la colazione è alle ore 7:30 e c'è un gruppetto di ragazzi inglesi che partirà prima di tutti senza consumare il “breakfast” (devono correre in fondovalle per prendere l'autobus di linea). Loro sono in sette, tanti, e diamo per assodato che facciano abbastanza rumore per svegliarci; quindi, sveglia assicurata.

 

TAPPA 3

(Rifugio Pian de Fontana - Rifugio Sommarico Al Pramperet)

L'ambiente è immerso in un buio profondo, tranne un chiaro alone provenire dall'ingresso. Dalla finestrella situata accanto alla porta d'ingresso filtra un chiarore spettrale che si irradia sofficemente all'interno della camerata. Chissà qual'è l'orario, dalla fioca luce immagino possano essere le 5:30, forse prima. Mi giro nel letto, attendo. Mi rigiro e ri-rigiro nella conca che il mio corpo ha scavato nel ventre del materasso.

La luce esterna è ancora blanda, ma che orario sarà mai? Non voglio saperlo per non alzare gli occhi al cielo, il cielo di assi di legno del letto superiore. Mi giro di nuovo, attendo, mi arrendo. Cambio posizione tante di quelle volte da perderne il conto.

Dopo un tempo interminabile che stimerei in tanto così, ma proprio tanto, finalmente accresce la luminosità esterna, leggermente; mi chiedo se stia per giungere l'alba. Guardo l'orologio, ora voglio avere conferma dell'ora: sono le 5:58. Evito di pormi la domanda “…da che ora sono sveglio?”, meglio non pensarci.

Tra le 6:00 e le 6:30, chi qua chi là, si muovono le prime ombre informi all'interno della camerata. La sveglia è immaginariamente squillata. Al termine degli altrui preparativi, ci alziamo con flemmatici movimenti, non abbiamo alcuna fretta. Io, forse si, avrei un certo buco allo stomaco, voragine aggiungerei, e necessito di zittire il brontolio ventrale. L'attesa la trascorriamo a guardare gli ultimi bagliori aranciati dell'alba che si estendono sulle nebbie stagnanti nella valle. Queste ammantano valli e pendii montuosi, solo alcune vette più alte sbucano dal grigiume e si godono i primi raggi del sole. Siamo all'ombra del Monte Belvedere, lui sicuramente gode della stupenda vista illuminata dall'alba, noi ci accontentiamo della sua ampia ombra che tinge di toni scuri la Valle dei Ross in cui siamo.

Allo scoccare delle 7:30 arriva l'agognata colazione: caffè, pane spalmato con crema di cioccolato e nocciole, e un bicchiere di succo d'arancia. Voto 6.

Carichi come muli da soma, iniziamo il cammino affrontando la prima ascesa della giornata. Il sentiero solca il pendio erboso punteggiato da variopinti fiorellini multicolore e multiforme. In alcuni brevi tratti è franoso, scivoloso per l'umidità del terreno, ma mai difficile. In basso, nei pressi dell'alpe ove sorge il Rifugio Pian de Fontana, sonnecchia il gregge di pecore intravisto nel meriggio addietro. Alcune alzano il muso biancastro verso l'alto scrutando quei due individui che si muovono lentamente verso sconosciuti pascoli, altre dormono profondamente con le teste appoggiate al corpo lanuginoso delle vicine, un paio starnutisco soffiando suoni buffi che ci fanno ridere a crepapelle nel muto silenzio della valle.

Le basse nebbie dell'alba salgono a quote maggiore accompagnandoci lungo il cammino. Fagocitano gli alberi del fondovalle, li cancellano alla vista, e con loro anche i prati e le rocce. Ogni singolo dettaglio della valle scompare, rimane un unico ricordo che porteremo con noi.

Un cartello squadrato avvisa i passanti che, oltre le sue diciture stampate, il percorso diventa più difficile, tecnico, per esperti. Lo oltrepassiamo facendo attenzione all'avvertimento.

I muscoli delle gambe si scaldano con rapidità, si sciolgono e prendono il ritmo delle rampe che guadagnano quota a ogni metro. Le difficoltà si limitano a tratti esposti, pendii molto scoscesi, rocce bitorzolute da conquistare, terre fragili e alte erbe; niente di realmente problematico, basta fare molta attenzione per non ruzzolare a capofitto fino all'alpeggio di partenza.

Giungiamo a un minuto pianoro, un dosso dal quale si gode della vista sull'anfiteatro montuoso sottostante. Rubiamo attimi di riposo per ingurgitare un delizioso pezzo di cioccolato e qualche fresca sorsata d'acqua. Alcune orchidee, Negritelle sp. per la precisione, colgono il mio interesse con le loro livree rosso-purpuree, minute, dolci nel profumo, delicate e semplicemente stupende.

Con il trascorrere del tempo, anche il rifugio, l’alpe e le pecore vengono illuminati dal caldo sole. Con l'aumentare della temperatura le nebbie si sono sciolte nella brezza delle quote maggiori. I bianchi ovini gironzolano per i prati imperlati di rugiada alla ricerca di erbacee leccornie con due cani trotterellanti a tenerle in riga.

Veniamo raggiunti dai due signori italiani, per intenderci quelli che sonnecchiavano nella camerata al nostro arrivo presso il rifugio. Ci salutano nuovamente e pongono la domanda di rito: “Dove state andando?”. Noi al Rifugio Sommariva al Pramperet, loro al Campaniletto. Non conosciamo questa località, cima o qualsiasi cosa sia. Cerchiamo sulla mappa, niente. Riprendiamo il cammino, noi avanti e loro a seguire, entrambi su un unico sentiero, ognuno per la propria meta.

Alla seconda rampa, la roccia è modellata maggiormente dall'azione millenaria dell'acqua piovana e dalle precedenti glaciazioni. I massi e le pareti inclinate sono lisce nella loro visione generale a causa del ghiaccio, nel dettaglio scarificate con rughe profonde per via dell'acido carbonico disciolto nella pioggia. Il carsismo è un fenomeno veramente stupendo, unico. Ricordo il trekking percorso anni addietro sull'Altopiano di Asiago, nei pressi dei Castelloni di San Marco; lì la bellezza calcarea erosa dalla pioggia è qualcosa di inimmaginabile, magica, splendida. Vi consiglio vivamente di andare a scoprire questa località. Ripescando i ricordi mi viene voglia di ripercorrere l'intero percorso in tenda e bivacco.

Giungiamo infine in una valle, a tratti piana e a tratti leggermente pendente, incastonata fra Monte Talvena, Cime de Zita e Cime di Bachet. Massi, alcuni enormi altri meno, prati verdeggianti puntinati da fiori gialli e rosa, pendii franosi, cime verticali. Fra i macigni precipitati chissà quando, cogliamo il movimento di un'ombra grassoccia, allunghiamo l'occhio per osservarla mentre si muove agilmente di sasso in sasso, spilucchia fili d'erba con la bocca già piena, si ferma, ci guarda, continua e sparisce. La marmotta ricompare sopra un vicino masso, si appollaia sulla sommità, si sdraia al sole allungando le zampine, modella il grasso alle asperità della pietra e rimane immobile a godersi il caldo. Alle sue spalle compare la sosia, ciccia e morbidosa come la prima. Questa, al contrario, resta in piedi a osservarci, guardinga, non si fida delle nostre figure amorfe. Giada molla lo zaino a terra e, carica di macchina fotografica, si avvicina a loro, di soppiatto, come un felino a caccia della preda, bassa, quasi accovacciata a terra, esagererei con un aggettivo strisciante, si sposta sottovento per non far trapelare informazioni odorose alla vedetta, silenziosa si avvicina, sciolta nei movimenti, furtiva. A ogni passo una foto, a ogni metro un ritratto più stretto sulle due malcapitate. Giunge a un paio di metri dall'obbiettivo, forse meno, continua a scattare. Senza motivo, almeno non apparente a noi, scappano nella tana. La cacciatrice torna sui suoi passi e insieme ci sediamo su un roccione in attesa delle due. Attendiamo minuti, niente. Taglio una fetta di mela e la appoggio dove erano sparite, attendiamo minuti, niente. Ne troveremo delle altre più avanti, riprendiamo il cammino.

Cento metri oltre, forse duecento o trecento, vai a saperlo, ci fermiamo nuovamente, altre marmotte in vista. Io resto sul sentiero e osservo le malcapitate piantonate dal bipede felino che ripete la tecnica precedente. La lascio ai suoi divertimenti e raggiungo i signori che nel frattempo ci hanno superato. Loro sono fermi, osservano il pendio di un monte. Giada è sparita alla mia vista, ma sono al corrente di cosa sta combinando. Seguo la linea dei loro sguardi e corro parallelamente lungo la linea immaginaria dei loro occhi diretti verso una poco lontana sassaia. Intravedo due camosci, manto chiaro, marroncino, corna corte, gambe lunghe, uno sdraiato che dorme, uno intendo a brucare erbe invisibili. Percepisco degli insoliti squittii, dei gridolini, mugugni, versetti, allungo lo sguardo nella direzione in cui suppongo vengano emessi e noto due grasse marmotte in lotta. Si aggrovigliano, rotolano verso il basso, si allontano e si rincorrono, si agitano per prevaleggiare l'una sull'altra, ruzzolano ancora verso il basso e si separano nello scendere a capitomboli, si raggiungono zompettando per combattere nuovamente, si sfidano di continuo in un groviglio di peli, rotondità flaccide, zampette litigiose. Sorrido nel vederle, nell'ammirare la loro lotta per il territorio, per la femmina o per una discussione fattasi troppo accesa. Quasi mi viene da ridere a vederle capitombolare giù per il pendio erboso come se non ci fosse niente di pericoloso nel farlo; se lo facesse un uomo ne usciremmo sfracellato, loro tutt'altro, anzi, credo che manco si siano accorte dei sassi che raggiungono.

Compare la cacciatrice da dietro la curva, sorriso stampato sul volto. Si è sbizzarrita nell'immortalare una famiglia di marmotte, piccolo annesso. Questa volta si è limitata a non farle scappare, ma dal suo racconto è andata ancor più a ridosso dei tre mammiferi grassocci; avrà affinato la tecnica, sorrido. Ci raccontiamo e entrambe ridiamo delle scenette viste.

Riprendiamo il cammino con gli occhi ricolmi della cicciosità pelosa di questi splendidi animali. Il sentiero CAI 514 continua a salire gradualmente, conquista un basso dosso e infine vira sulla nostra destra tagliando un ghiaione che precipita dal monte Cima de Zità Sud. I sassi sono talmente bianchi che sono costretto a indossare gli occhiali da sole, la sassaia riflette la luce come neve, abbacinante. Nel salire dolcemente questo tratto franoso, intravediamo un terzo ungulato che pascola non lontano dagli altri, sul dirupo erboso che domina la valle.

A qualche decina di metri dalla Forcella de Zità, scorgiamo alcuni escursionisti, coppia di signori compresa, che salgono sul pendio sassoso e a sprazzi erboso di una non lontana vetta. Sulla sua sommità una costruzione metallica, forse una croce o altro. Che sia il famoso Campaniletto? Cogliamo l'occasione per impadronirci della nostra prima vetta dolomitica, quindi tagliamo per finte tracce che solcano il ghiaione posto a ridosso del monte Cima de Zità Nord, poi una sella erbosa costellata da un'infinità di Negritelle sp. e, infine, su per l'ultimo tratto ghiaioso. In vetta ci salutano i due signori e si congratulano per la nostra ascesa. Suoniamo la campana, Giada un rintocco delicato, io con un strimpellata rozza e rumorosa. Il rimprovero nei miei confronti arriva secco come un fulmine a ciel sereno, gli altri sghignazzano per la scenetta. Foto reciproche per ricordare il momento, loro poi si allontanano verso casa, Vicenza abbiamo scoperto.

Qui il panorama è mozzafiato, la montagnola senza nome, seppur bassa rispetto a tutte le sorelle maggiori che la circondano, mostra ai nostri occhi vallate senza fine, vette verticali, massicci montuosi vicini e lontani, cime a noi sconosciute, boschi, prati d'alpeggio, baite e piccoli borghi. Ingurgitiamo immagini, luci e ombre, colori, forme e geometrie, saziamo la nostra fame di bellezza, ma non lo stomaco che brontola. Finalmente abbiamo dato un viso al "famoso" Campaniletto, la mappa non lo indica, ma da oggi sarà per tutti colui che ha la campanella.

Giungiamo alla Forcella de Zità (2.395 m s.l.m.) ripercorrendo l'immaginaria traccia che ci ha condotti verso la cima innominata. Cascasse il mondo intero, ora devo assolutamente mangiare altrimenti piombo a terra come una pera cotta. Panino con la marmellata, cioccolato fondente e zenzero candito; che goduria!

Nell'osservare il carsismo delle rocce qui presenti, scovo una cordata di orsetti gommosi intenti a scalare una falesia, altri su una vetta vicina mentre ammirano il paesaggio sottostante; una genialità inaspettata. Mentre scrivo, rido come un'ebete ripensando alla scenetta.

Cima de Zità Sud è oltre un leggero pendio ghiaioso, una decina di minuti al massimo di salita. Decidiamo di conquistare una seconda vetta. L'ascesa è facile, raggiungiamo l'obiettivo non programmato in una manciata di minuti. Il panorama è ancora più suggestivo rispetto al Campaniletto, qui osserviamo meglio le Cime de Zità, il Monte Talvena, il Monte Preson e le Cime di Bachet, la valle percorsa, le valli vicine e lontane, monti e vette che prima erano nascoste, e un immenso ammasso di nubi vorticose che rotolano nel cielo nei pressi del Monte Talvena. L'effimero mastodonte sale lungo il pendio del monte per nutrirsi del suo corpo roccioso, giunto in vetta ne ingloba la sommità celandola totalmente. Impaurita dalla scena, per non rischiare di scomparire con il monte, scendiamo tornando sui nostri passi.

Alla Forcella de Zità salutiamo la terza tappa, le emozioni trascorse, i ricordi più belli. Voltiamo lo sguardo sull'ignoto e riprendiamo il cammino in discesa. La traccia solca dapprima il versante Occidentale di Cima de Zità di Mezzo, poi continua a scendere fino a raggiungere una cresta, abbastanza ampia e alquanto ripida, che precipita velocemente fino al punto in cui il sentiero vira repentinamente nella vallecola laterale, verso Nord. Perdiamo quota in rapidità lungo la cresta rocciosa per poi voltare a destra nel punto in cui incontriamo una zigzagante traccia, questa serpeggia tagliando il verticale pendio erboso fino al sottostante pianoro sassoso, qui il taglione settentrionale. Altra moltitudine di fiori, di colori, di profumi, di farfalle, di mosche e insetti vari, senza contare le immancabili orchidee selvatiche, nuove e sconosciute.

Giunti al pianoro, lo tagliamo diagonalmente seguendo segnavia blu, rossi e bianchi, omini in pietra e frecce sbiadite. Il sentiero, in vista della forcella chiamata Portela del Piazedel (2.097 m s.l.m.), ridiscende fra tratti su roccia e altri franosi. Nella stretta sella si apre un nuovo paesaggio: Val Pramperet. Completamente ammantata da pini mughi su entrambe i lati, alcune frane di chiara roccia ne solcano il manto scuro, morbido e pungente. Le nuvolette, che vanno e vengono nel cielo, incrementano la cupezza dei verdi scuri e solo i pascoli di Pra della Vedova e della Casera di Pramperet stagliano i chiari verdi sul resto, ombroso e cupo.

Il sentiero si tuffa fin da subito in questo basso bosco di aghi e piccole pigne. Rade erbe e fiori fanno da contorno alla traccia assieme ai numerosi rododendri e ginepri. Il profumo che ci avvolge è di resina, speziato, di vaniglia e ginepro, di terra e legno; inebriante, riempie l'anima. In alcuni punti siamo più alti delle piante, in altri si aprono delle finestre sulla valle, lungo tutto il resto del percorso vediamo solo mughi, vette e cielo nuvoloso. Al bivio, fra il sentiero da seguire l'indomani e il rifugio di destinazione, mancano cinque minuti alla meta e poi concluderemo la terza tappa, così dice il cartello.

Il Tricolore sventola nel cielo grigio, qualche squarcio ne ravviva i colori e lo fa risplendere nell'etere. Il Rifugio Sommariva al Praperet (1.857 m s.l.m.) ci aspetta con una terrazza colma di turisti dalle mandibole indaffarate a masticare.

Siamo arrivati leggermente in anticipo rispetto alle previsioni che avevamo ipotizzato, è primo pomeriggio. Una delle rifugiste ci accoglie con un raggiante sorriso, entriamo, e veniamo accolti da altrettante raggianti fettuccine artigianali prodotte in rifugio. Che dire, fame! Molliamo i fardelli nella camerata n.1, come l'Alta Via delle Dolomiti.

In terrazza ci sediamo a un tavolo in legno, il sole si alterna alle nubi, la calda luce con la fredda ombra. Pranzo con un piatto di fettuccine al ragù di cervo, buonissime, e birra. Il secondo pranzo è la ciliegina sulle energie sprecate dal lungo cammino, anche se quest'oggi è stato più breve del precedente.

Il pomeriggio lo riassumiamo così: rigenerante doccia calda, lavaggio abiti zozzi e puzzolenti, allestimento della tendopoli nella camerata sperando di essere gli unici, relax giocando a carte e chiacchierando coi rifugisti.

Sono tutti giovani, il più vecchio avrà la mia età (quota 35), forse qualche anno in più. Li sorprendiamo in terrazza a ridere, raccontarsi e scherzare, tutti con un bicchiere di vino rosso in mano, spensierati e leggeri. Scopriamo, con gioia per loro, che quest'oggi è il giro di boa della stagione al Rifugio Sommariva al Pramperet; metà dei lavori, metà delle esperienze vissute, metà dei ricordi passati, metà di tanto altro ancora da vivere, lavorare e ricordare in futuro.

Con l'avanzare del pomeriggio compaiono altri avventurieri, un ragazzo solitario, coppie di inglesi o americani, un nutrito gruppetto costituito da tre famiglie di inglesi, e diversi tedeschi. Il rifugio si popola di vita, quelli che abbiamo incontrato a pranzo sono spariti nel primo pomeriggio. Due vite in montagna, una che vive le alte quote durante il giorno e compare nella civiltà solo alla sera e quella “mordi e fuggi” che arriva per pranzo e scompare subito dopo. Entrambe utili all'economia del rifugio, ma diverse. Una racconta la vita dell'intera giornata, le varie vicissitudini dei giorni precedenti, l'avventura, mentre l'altra raramente racconta qualcosa, si ferma per troppo poco tempo e sparisce non lasciando traccia. Non è una critica negativa al secondo modo di vivere la montagna, è solamente differente. Anche noi la viviamo giornalmente durante i weekend, e i lunghi percorsi sono solo rarità durante l'anno o fra gli anni. Sarebbe bello poter dare di più, alle persone e ai luoghi, ma la frenesia quotidiana non sempre lo permette.

Dalla camerata n.1 compare il ragazzo solitario che si aggrega al capannello, ci racconta del suo viaggio iniziato in tenda e concluso in rifugio causa innumerevoli temporali. La sua mole è pari a quella di un armadio a due ante, alto, folti capelli ricci e barba scarmigliata, mi dà l'impressione di essere un orso solitario in marcia nei selvaggi territori canadesi, Italiano lui. Racconta delle piante e fiori incontrati, fotografati e classificati, pendo dalle sue labbra e sbircio le foto dallo schermo della sua reflex. Scopro essere un esperto, di lavoro e passione, e il mio interesse per le orchidee diviene un granello di polvere nel deserto. Gli racconto, con risate generali, la scenetta del ragù e lui, incredulo, cerca di capire di cosa si tratta dalle nostre vaghe descrizioni botaniche. Mostro con orgoglio le mie orchidee, foto senza nome che in meno di un secondo acquistano anche il cognome. Poc'anzi predicavo il "dare di più" e da piante e fiori è nato.

Il mondo è piccolo, non sappiamo quanto lo sia realmente. È Settembre, sono a casa, girovago nella brulicante bacheca virtuale di Facebook alla ricerca di qualche chimera interessante, fra montagne, viaggi e orchidee di tutto il mondo. Il social network, saltuariamente, mi propone vari profili mai visti che ritiene possano essere di mio interesse, quest'oggi uno fra questi coglie la mia attenzione: abbiamo un amico in comune e la foto allegata ha qualcosa di familiare. Apro la pagina di colui che l'ha creata e compare...Duccio! Direte voi, chi è? L'orso, come simpaticamente l'ho soprannominato (quando leggerà questo appellativo mi sbranerà, spero di no...). Tanto distanti, quanto vicini. Non sono uno che rompe le scatole agli altri, o forse si, ma non chiedo "amicizia" e finisce qui. È Ottobre, sono a casa, Messenger (app di Facebook) richiama la mia attenzione e...compare Duccio! Direte voi, come mai? L'amica in comune, sapendo della nostra e sua scampagnata dolomitica, gli ha raccontato di noi e lui mi ha contattato. E poi è lui l'orso, lo sono io più di lui...io di fatto e lui di mia immaginazione.

Torniamo a noi, scena: siamo in montagna fra le Dolomiti, è pomeriggio inoltrato e i rifugisti sono alla fine della loro meritata pausa. Loro, chi da una parte e chi dall'altra, spariscono tutti per preparare la cena, allestire le tavolate nella sala da pranzo, e sicuramente tante altre faccende da rifugio.

La luminosità del cielo cambia d'improvviso, piomba l'oscurità dall'alto, il buio è pesante, cupo, spettrale. Si alza il vento, freddo, umido, profuma di pioggia e terra bagnata. Raccattiamo al volo tutti gli abiti lavati e la salvietta in microfibra ad asciugare, tempo di stenderli in camerata e all'esterno crolla il cielo. Piove a dirotto, senza fulmini o grandine, solo tanta pioggia, tanta. In Inghilterra direbbero "It's raining cats and dogs". Dura poco, ma il segno del temporale rimane indelebile fino a tardi, sicuramente fino all'indomani. Tutto è fradicio, grondante. L'aria è fredda, pizzica la pelle, la fa rabbrividire. I profumi secchi al sole ora sanno di pioggia, di terra umida, di erba bagnata, di umidità.

 

Entriamo in sala da pranzo per attendere la cena. Siamo da soli a parte un bambino, figlio dei rifugisti, che scorrazza avanti e indietro, sotto e sopra, per tutta la stanza.

In procinto dell'orario di cena, 18:30, compaiono i vari locandieri che apparecchiano le tavolate. Nel punto in cui siamo, apparecchiano, siamo soli, isolati. Tutti gli altri si siederanno ai vari tavoli, gli uni vicini agli altri. Nel momento in cui tutti sono seduti, ci sentiamo come due neo-sposini che siedono soli davanti a tutti gli invitati. Ci guardiamo negli occhi e ridiamo a questo pensiero, ma non ne facciamo parola per evitare la vergogna e l'obbligo di dove fare un qualsivoglia discorso agli immaginari parenti e amici di una vita.

Mi dispiace trovarmi isolato dalle avventure delle altre persone, non poterle conoscere, chiacchierare in inglese, spolverarlo per raccontare la nostra strada e ascoltare quella altrui. Un peccato, ma il destino ci ha tenuti separati. Mi limito a guardare i volti, studiarli, cercare di conoscerli, provare ad allungare l'orecchio per ascoltare i loro racconti, e di sfuggita far parte di quei gruppi chiassosi. Parliamo di noi, ci auto-raccontiamo le nostre avventure e ripercorriamo le strade da affrontare nella quarta tappa, la più lunga fra tutte: dal Rifugio Sommariva al Pramperet al Rifugio Vazzoler.

Ceniamo con: scelgo zuppa di verdure, formaggio d'alpeggio (è Asiago, non d'alpe come me lo ero immaginato, grasso, giallognolo, saporito e salato) con polenta e spinaci, e strudel di mele per finire; mentre Giada opta per pasta con ragù di pollo (bizzarro, ma buono), spezzatino con polenta e spinaci, e strudel di mele per finire, io. Stasera doppia porzione di dolce; grazie amore mio che non ami lo strudel (personale risata di compiacimento…). Voto 6.

L'allegra brigata di rifugisti offre a tutti i commensali uno snaps ai mirtilli, tutti si chiedono cos'è e presto il significato viene versato in un bicchiere da grappa. Un liquido violaceo, con alcuni mirtilli che galleggiano nella soluzione colorata, profuma di alcool e mirtillo, ovviamente. Brindiamo con loro al traguardo raggiunto, auguri in diverse lingue, tutti con lo stesso significato. È dolce, poco alcolico, fruttato, mirtilloso, saporito, denso, scivola bene in gola e sparisce rapidamente nel gargarozzo. Voto 8.

Buona notte Dolomiti!

 

TAPPA 4

(Rifugio Sommarico Al Pramperet - Rifugio Vazzoler)

La notte appena trascorsa ha alternato brevi momenti di silenzio, in cui la quiete ha regnato sovrana nel sonnolente torpore delle ombre, a infiniti attimi temporaleschi in cui brontolii profondi, rantoli cavernosi e tuoni gutturali, ne spezzavano l'armonia. La piccola camerata da sei posti letti, completamente occupata, ha amplificato il pesante russare di un qualcuno, che non sono riuscito a identificare fra le scure ombre delineate nel buio. I tappi incastonati nei canali uditivi non sono stati una barriera sufficiente a frenare l'inarrestabile ondata di suoni molesti; in futuro dovrò munirmi di armi da difesa molto più sofisticate.

Oltre la finestra è buio e solamente una fioca aura luminosa disegna sagome indistinte. Il timore mi assale nel guardare l'orologio, sono le ore 3:15. È finita, non riuscirò più ad addormentarmi e domani sarò uno zombie. Mi rigiro nel sacco-lenzuolo come una trottola fino alla seconda lettura dell'orario, ore 5:00. Mi rigiro nuovamente cercando di allontanarmi dai pensieri, impossibile.

Alle 6:00 mi alzo, esco, l'alba mi aspetta. Sgranchirmi le gambe e respirare aria nuova, saranno la cura alla notte insonne. Varcare la soglia è come rinascere, i polmoni si gonfiano di ossigeno e gioiscono col profumo di erba umida e resina dei mughi. Nella camerata, al contrario, l'ambiente era saturo di odori e la densa aria era soffocante. Sei persone che si portano appresso zaini sudati da giorni, un abbigliamento lavato a mano con acqua fredda e poco sapone, persone pulite o forse no, il respirare di un'intera notte. La finestra leggermente aperta ha solo smorzato un'asfissia assicurata, una probabile morte lenta e inevitabile.

La grondaia gocciola vistosamente, umidità notturna o un temporale passato in sordina a me sfuggito. Il prato è fradicio, madido, zuppo, i fili d'erba sono appesantiti dall'acqua che devono sorreggere al punto da essere praticamente sdraiati al suolo. L'anfiteatro montuoso è libero da nuvole e, finalmente, riesco ad ammirare la cresta rocciosa che sovrasta la valle. Oltre, il cielo azzurro irradia lucentezza sul mondo sottostante, è talmente limpido da poter vedere le tenui stelle sfuocate dall'alba. Nel fondovalle, al contrario, le bassi nubi coprono tutto con la loro spessa coperta grigiastra. All'orizzonte solo una lontana montagna si erge oltre il mare, risplende nell'iridescenza del primo caldo sole.

Sento rumori di movimento alle mie spalle, dalle singole camerate escono letargiche figure dagli occhi socchiusi, dai movimenti lenti e impastati, dalle voci roche e sommesse. Lentamente tutto il rifugio si sveglia, torna a nuova vita. Come piccole formiche laboriose, ognuno adempie ai propri doveri: chi si mobilita per allestire le tavolate e preparare la colazione, chi invece assembla gli zaini, si lava e indossa abiti meno sporchi, chi se la prede comoda e si stiracchia all'aperto godendosi placidamente l'aria fresca del mattino.

A tavola siamo i primi, abbiamo fretta di iniziare la marcia. Colazione con caffè, pane spalmato dell'immancabile crema cioccolato e nocciole, bicchiere di succo e una fettina di crostata. Nel momento in cui ci alziamo per pagare, la maggior parte dei viaggiatori deve ancora entrare nella sala da pranzo per mangiare. Voto 7.

A uscire dal rifugio siamo i primi, mentre gli altri hanno ancora le gambe sotto il tavolo e una fetta di pane fra i denti, noi abbiamo fretta di macinare terreno sotto i nostri piedi. Quest'oggi sarà una corsa contro il tempo: il percorso richiederà oltre 9 ore di marcia e non vogliamo arrivare a sera. Inoltre, nel corso del pomeriggio, è previsto un temporale funesto. Non vogliamo arrivare inzuppati al rifugio, quindi, marciamo decisi.

Banchi d'umidità rotolano sopra il tetto del rifugio dirigendosi con rapidità verso la muraglia rocciosa che li trattiene, si arenano, si aggrappano a essa e si accumulano gli uni con gli altri fino a che divengono panciuti e grigiastri. L'azzurro e i vaporosi bianchi giocano a nascondino in un alternarsi di luci e ombre, con loro i vicini pascoli si tingono mutevolmente fra verdi allegri e spensierati, e cupe tonalità.

Le erbe dei prati, madide di rugiada, bagnano immediatamente i pantaloni, ne tracciano disegni astratti e sul loro tessuto disegnano pennellate che, passo dopo passo, si sfumano in una tela informe chiazzata di verde e di terra. Le nostre impronte scrivono sul terreno umido parole narranti il nostro passaggio, effimeri racconti che saranno cancellati da altre storie o, semplicemente, dal prossimo acquazzone. Le racchette graffiano e punzecchiano il morbido terriccio, lo rigano e lo infilzano senza produrre dolore, lasciano una scia di righe sgraziate e punti profondi, apparentemente senza significato.

I boschi di mughi prendono velocemente il posto del pascolo, i verdi brillanti si sfumano i quelli più scuri, i profumi di umidità si sciolgono in altri resinosi e speziati.

Nel momento in cui raggiungiamo il bivio incontrato in precedenza, la temperatura dell'aria cambia velocemente, le nebbie si alzano e si sciolgono nel cielo terso che le sovrasta, la densità dell'aria diviene più spessa, quasi palpabile, e la sua freschezza si appiccica alla nostra pelle.

Il sentiero prende la via di destra, fra mughi e radi larici che si innalzano solitari. Orchidee rosate fanno capolino ai piedi dei bassi pini ove le erbacee sono riuscite a strappare terreno prezioso alle legnose arbustive. Vaniglia, spezie, resina e legno, sono alcuni dei profumi che le mie narici riescono a riconoscere, rododendro, ginepro, larice e mugo, sono le piante che me li ricordano. I tratti di leggera salita, modesta discesa, e altri pianeggianti, portano in vista della Forcella del Moschesin (1.940 m s.l.m.). Un tranquillo pendio, qualche decina di metri d'ascesa, ci separa dal varco fra le montagne: a destra Spiz di Moschesin, a sinistra Costa del Barancion, alle nostre spalle la Val Balanzola e, oltre, un nuovo mondo da scoprire.

Al passo ci attende il Forte del Moschesin, presidio militare progettano per difendere la Patria dalle invasioni straniere degli inizi del ‘900. Un rudere dalle mura in bianca pietra calcarea, da un tetto dipinto di blu, da piante e fiori che ne abitano le spoglie dimenticate. Il presente è solo un ricordo tangibile di una storia conosciuta dai libri e che per nostra fortuna non abbiamo vissuto; è qui per non dimenticare.

Riprendiamo la marcia lungo il pianeggiante sentiero che taglia in costa la montagna dello Spiz di Moschesin, poi seguiamo la discesa seguendo numerosi tornanti. Mughi e alcuni larici qua e là, poi mughi e numerosi larici con qualche abete, infine radi mughi con svariati abeti e larici, infine il bosco che accerchia Malga del Moschesin con il suo pascolo dalle alte erbe. Una fontana zampilla acqua cristallina nella sua vasca, l'unica forma vivente presente in questa desolazione statica.

Un paio di escursionisti, i primi della giornata, anzi no, i secondi a seguito delle due ragazze americane sbucate dal nulla in prossimità del Forte del Moschesin, ci salutano oltrepassandoci puntando al forte. Chissà qual'era la provenienza delle americane, dove avranno dormito, tende non ne abbiamo intraviste fra i loro fardelli. Dubitiamo possano arrivare dal Passo Duran, ancora troppo distante, forse da punti di partenza più vicini che non conosciamo o forse decisamente più mattiniere dei soliti due onnipresenti. Bando alle ciance, fantasticherie a parte, manteniamo il passo perché ci attende fin troppa strada.

Nel fitto bosco di abeti e larici, la luce del sole sembra essere un lontano ricordo. Muschi e licheni crescono ovunque, come i numerosi funghi dalle carnagioni variopinte e dai gusti sicuramente da non assaporare, salvo conoscerli approfonditamente. Nel nostro caso, ci limitiamo a osservare e ammirare. Un rombo ci distrae dalle visioni culinarie. Echeggia un frastuono fra le alte fronde delle piante, nel cielo sopra le nostre teste, fra le pareti rocciose delle montagne. In un primo momento non capiamo cosa sia, perdura, si muove, evolve nell'aria, in un momento è forte e subito dopo più pacato e lontano, e poi riecheggia di nuovo, più distinto. Pensiamo a un aereo di linea, ma è tutto così inusuale, bizzarro e anomalo. Con un punto di domanda stampato in fronte, riprendiamo il cammino.

La traccia, ben visibile, alterna piani a delicate discese, e viceversa. Gradualmente ci avviciniamo ai piedi del Castello di Moschesin; montagna arcigna, aspra, selvaggia, dura e impervia che si erge a dominare la valle, il bosco cede terreno a massi, sassi, macigni, pietraie, precipitati in tempi remoti, forse anche recenti.

Il frastuono si ripete, ora divenuto quasi assordante, cupo e viscerale, si scontra con la quiete della natura come uno tsunami quando incontra la costa. Alziamo gli occhi in cerca di qualcosa, ma i rami ostacolano la visuale. Un aereo, chissà quale aereo può fare questo casino, proprio non riusciamo a immaginarlo. Andiamo avanti, ora i punti interrogativi sono due.

Il bosco finisce ove inizia la sassaia. Affrontiamo una distesa di pietraie cangianti a perdita d'occhio: verso l'alto, bianco fino alle cime, verso il basso, bianco fino ai boschi, verso Nord, bianco fino ai pendii solcati dal sentiero; bianco ovunque. Massi a non finire, sassi a fare un'indigestione, ghiaia e sabbia da riempirci un mare intero. Solo alcune erbe, mughi e altre piante sono riuscite a rubare preziosa terra a questa desolazione infinita, rade, singolarmente sparpagliate in questo deserto.

Il tuono torna, questa volta doppio. Occhi al cielo per scrutare ogni pixel di questo schermo azzurro. Fra alcuni banchi di nubi compaiono aerei militari che piroettano, vanno in una direzione e subito dopo virano verso un'altra, ruotano su loro stessi, si incrociano e poi si allontanano. Sbigottiti, siamo senza fiato, senza parole. Mi chiedo perché fra i vari Parchi Naturali delle Dolomiti sia possibile questo, sono allibito. Non è permesso il volo di un drone all'interno dei parchi, ma al contrario possono volare sul loro confine dei caccia da combattimento? Stiamo scherzando? Macino la ghiaia sotto gli scarponi per non pensare a quello che ho udito e visto.

Qualche minuto più tardi, un altro doppio rombante fracasso tuona nella vallate, il cielo è solcato da altre due scie biancastre anticipate da due grigi aerei.

Infine, giungiamo alla Forcella Dagarei (1.620 m s.l.m.) immersa fra gli abeti. Qui, sembra tutto tranquillo e rilassato.

Abbiamo perso il conto dei voli acrobatici, forse sette o addirittura otto. Mi immagino la montagna come un luogo di quiete , dove l'uomo ha lasciato un segno meno indelebile rispetto a città e paesi, o di pianure antropizzate. Un posto dove puoi trovare pacifici animali selvatici che brucano beatamente fra i loro pensieri, dove l'aria non è inquinata ma fresca e pura, dove i muschi e i licheni crescono ovunque vogliano sentendosi liberi di colonizzare sassi e tronchi. Oggi, al contrario, è stato tutto brutalmente stuprato dal vile Dio Denaro. Inspiro a pieni polmoni quasi per fare annegare questi pensieri, espiro tutta l'aria come per strapparmeli di dosso, guardo il sentiero che si dilegua nel fitto bosco per annebbiare il ricordo.

Manca una manciata di minuti alla strada sterrata che ci porterà al Passo Duran, forse 15-20 minuti al massimo. Percorriamo qualche metro e i segnavia scompaiono nell'intrico di numerosi alberi abbattuti. Sul versante sinistro non è possibile proseguire, proviamo a scendere tenendo la destra nella speranza di intravedere sulla sponda opposta i tracciolini bianco-rossi, ma niente. In poco tempo ne scorgiamo uno sulla destra, quindi puntiamo al ruscelletto sul fondo per poi risalire; sentiero ritrovato. Andiamo spediti e sicuri verso la meta intermedia.

Costringo la mia compagna di avventure a una pausa obbligatoria, ho scoperto uno stuolo di finferli a qualche metro da noi e voglio proprio fotografarli. Saranno una ventina, forse più. Gialli e aranciati, carnosi, alcuni sono adulti, altri no, molti sono pronti per essere mangiati mentre altri, piccoli, assomigliano a tondeggianti praline. Sono bellissimi, mai ne ho trovati così tanti tutti assieme, sono stupendi.

Col profumo nel naso, completamente inebriato dagli speziati toni fungini, muovo ogni passo in un sogno chimerico.

La discesa in poco tempo si rivela più complicata del previsto, incontriamo nuovamente degli alberi abbattuti dal forte vento dell’Ottobre scorso. Questa volta non sono una decina, ma l'intero bosco ha assunto la posizione orizzontale. Il sentiero è ovviamente sparito sotto un tronco e quelli a seguire, devastazione sia alla nostra destra che a sinistra. Tornare indietro per cercare un'alternativa è improponibile quanto guardare in avanti per intravedere qualcosa di utile per la nostra avanzata. Ci guardiamo negli occhi, lei è intimorita e spaesata, io spaesato e agguerrito. Osservo attentamente la moltitudine di abeti, ceppaie, tronchi, rami, tutto incasinato l'uno sull'altro, l'uno nell'altro, l'uno sotto l'altro; il gioco “shanghai” coi bastoncini rende perfettamente l'idea del paesaggio. Ragioniamo velocemente su come affrontare questo inaspettato groviglio, valutiamo il significato di ceppaia, di tronco orizzontale, di rami che puntano in infinite direzioni, di tronchi appesi, di rami spezzati e appuntiti come lance. Entriamo nel labirinto e dimentichiamo immediatamente l'ingresso. Aggiriamo la prima ceppaia, spezziamo rami, li curviamo e pieghiamo ai nostri voleri pur di proseguire. Camminiamo sul primo tronco che punta dritto verso valle, dentro il gioco, nel cuore del groviglio. I nostri passi molleggiano sul suo dorso, infilziamo le racchette sulla corteccia e ci aggrappiamo ai rami che saettano ovunque. Incrociamo un altro albero, più grosso dell'attuale, e cambiamo direzione seguendone la lunga linea orizzontale. Rami, aghi che graffiano la pelle, rami e ancora aghi. Desidero ardentemente un machete per farmi largo in questa bislacca giungla, ma devo accontentarmi delle racchette e delle mie mani. Saltiamo a terra con un balzo di un metro, gli zaini pesanti sulla schiena e le ginocchia scricchiolanti; aiuto Giada per facilitarle il compito a non ammazzarsi come ha rischiato il sottoscritto. Annaspiamo fra altre fronde, meno spesse e impenetrabili di tutte quelle attorno a noi. Aggiriamo altre ceppaie e passo dopo passo riusciamo a scendere verso valle. Ci arrampichiamo su un tronco che sorvola la sterpaglia, ma questo rimane a un'altezza di circa due metri da terra, sotto di lui rami, rami spezzati, sassi e pur sempre duemila millimetri di volo. Mentre descrivo a voce alta cosa ci aspetta, mi sento scrutare dal basso da due grandi occhi azzurri che gridano a voce alta “siamo nella cacca fino al collo!”. Le dico di attendere accanto alla ceppaia, io cammino sul tronco per saggiare le nostre possibilità di successo e lei che mi risponde “dove vuoi che vada?”. Le rispondo che questo ponte è fattibile fino alla fine dove si incrocia con altri, ma che dobbiamo prestare la massima attenzione perché al minimo errore ci aspettano trappole e trabocchetti in stile Indiana Jones; purtroppo non siamo in un film dove possiamo ripetere la scena ciak dopo ciak. Passo dopo passo, con lo sguardo fisso sulla corteccia e le mani salde sulle racchette infilzate su di essa, superiamo anche quest'ultimo ostacolo. Al bivio possiamo scegliere fra due tronchi: uno che punta verso il basso e uno verso sinistra. Ridiamo, forse per non piangere, alla vista del segnalino bianco-rosso sul tronco del secondo abete, ridiamo, forse per ironia della sorte o per divertimento. Torniamo alla realtà, quella che ci impone di scendere dal tronco e proseguire via terra; la via aerea nelle altre due direzioni porta a intrichi di rami ancor più impenetrabili dei precedenti. Dobbiamo saltare a terra, non saranno duecento centimetri, forse centocinquanta; in ogni caso un bel volo. Vedo terra, niente sassi o rami appuntiti. Calcolo bene la distanza e mi tuffo in una mezza disarrampicata sgraziata, Giada mi segue con le mie braccia allungate per accoglierla e facilitarle nuovamente l'atterraggio. Anche questa è fatta, ne stiamo affrontando troppe tutte insieme. Quasi strisciamo sotto un tronco vicino cercando di farci largo fra i rami e, mio malgrado, qualche ragnatela con ragno annesso. Superiamo piante minori ed esili, o grosse ma dalle chiome più rade. Aggiriamo, scavalchiamo, scivoliamo sotto, cavalchiamo con le gambe a penzoloni o facilmente arrampichiamo. Finalmente, dopo non sappiamo quanto tempo, interminabili minuti, forse ore, giungiamo a un pratone e la strada poco distante su cui sfrecciano i centauri; nella verità meno di venti minuti per percorrere circa 200 m di distanza.

Una dolce riva, i sassi e la terra friabile sotto le suole, un guado, gli scarponi sprofondanti fino al fiocco di stringhe, un'irta riva, l'erba alta quanto la mia vita che ci avvolge come una coperta, un prato, la terra fradicia d'acqua e le alte erbe che nascondono i nostri passi, un albero, il segnalino bianco e rosso illuminato dal sole, il sentiero, la salvezza.

Galoppiamo verso l'asfalto, ora vogliamo scappare a gambe levate dalla natura selvaggia, e intricata; prima la cercavamo come se fosse la salvezza per le nostre anime civilizzate, e semplici, ora voliamo verso una nuova libertà.

Un solitario tavolo in legno per picnic ci aspetta all'ombra di un solitario abete che si crogiola al sole. Noi, stanchi e sporchi, ci svacchiamo sulle due panche coi fardelli al nostro fianco, sudati e puzzolenti, noi e loro. Vuotiamo le menti dalla fatica e riempiamo gli stomaci con un grosso panino farcito di marmellata all'albicocca; uno intero a testa. Le due falde di pane sono talmente ricolme che, a ogni morso, zampilla appiccicume aranciato da ogni bolla di lievitazione. Mani e dita grondano zucchero aranciato, le lecco consapevole di ingrassare la dieta con terra, batteri e forse anche ragnatele, ma non posso sprecare queste energie fondamentali per quel che ci attende. Quel che non ammazza, ingrassa.

Guardiamo alle nostre spalle il prato e il bosco, ripensiamo alla tragedia lignea che giace inerte al suolo, alla staticità del luogo che sembra non aver sofferto o visto alcunché di terrificante. È tutto così maledettamente normale, pare finto, costruito, assurdamente perfetto, qui la normalità della natura in veste montana, là la distruzione della natura in veste montana, entrambe rappresentano la natura, ma entrambe sono diametralmente opposte, bipolari. Più semplicemente la natura è adattamento, si adatta a qualsiasi cosa, è l'uomo che vede in ogni variazione un qualcosa di strano, insolito, diverso e avverso. Più semplicemente la natura non si accorge di quello che crea o distrugge, perché a ogni mutamento genera nuova variabilità, caos, distrugge o crea, cambia, evolve, e la normalità con un soffio di vento la vanifica in un secondo, ma la stessa distruzione diventa in un attimo una nuova tranquillità. La natura, tutto questo parlare che definirebbe “ciarlare”, lo descriverebbe più semplicemente in: quotidianità.

Oltre l'abete scorgiamo una palina che indica l'Alta Via delle Dolomiti n.1 e una direzione a noi sconosciuta, forse è una deviazione per evitare la selva disastrata o forse è il sentiero classico; non lo sappiamo, non abbiamo alcun interesse nell'ottenere una risposta ai nostri quesiti e dopo tutta questa fatica è l'ultimo dei nostri pensieri.

Affrontiamo l'asfalto incalzando una falcata all'altra, senza sosta, a marcia serrata, martellante, ritmica, costante. Vogliamo guadagnare ogni secondo o minuto prezioso per la nostra causa: evitare il temporale pomeridiano. Diciotto minuti, ottanta metri di dislivello positivo, milletrecento metri di distanza, Passo Duran conquistato.

Guardiamo il passo con occhi assenti, non cogliamo nessuna emozione da questo luogo. Nel parcheggio, fra le innumerevoli auto e moto, una giovane coppia pranza davanti al posteriore del loro van col culone all'aria, loro seduti sulle sedie pieghevoli, alcune corde a terra, una bottiglia d'acqua brilla al sole, rinvii e moschettoni escono da uno zaino, una bacinella con delle pesche sul dorso di un altro zaino, una borraccia metallica con qualche botta di troppo riversa su un fianco accanto alle gambe della sedia di lui, parlano e ridono, sereni, spensierati come le loro numerose proprietà vomitate dalla vettura camperizzata non appena le hanno aperto il portellone posteriore.

Ora torniamo alla nuda terra, vogliamo che l'asfalto resti solo un lontano ricordo.

Un paio di vacche al pascolo ci osserva mentre scaliamo la rampa di rosso terriccio, secco, arso dal sole, mangiato dai rivoli stagionali che si creano durante i temporali estivi, raschiato da zoccoli bovini dalla forma circolare. L'ascesa, sofferta come tutto il cammino da Belluno fino a qui, causa sole implacabile e caldo afoso, termina in un tratto pianeggiante fra mirtilli e abeti. Più avanti ci aspetta la strada sterrata, questa si allunga in due direzioni, ovviamente a noi interessa esclusivamente quella verso Occidente che porta al Rifugio Bruto Carestiato.

La mappa in nostro possesso descrive una falsa verità: racconta di un'ascesa delicata pari a circa un centinaio di metri diluiti in due chilometri di distanza, nella realtà tutto sembra raddoppiare, se non addirittura triplicare. Sarà il sole implacabile che, quando decide di mettersi in mostra, rende l'aria umida più irrespirabile, pesante, densa come melassa. Sarà la strada abbacinante di ghiaia e sassi che, quando decide di puntare verso l'alto, rende il nostro cammino più faticoso, noioso, stancante come se il nostro fardello pesasse il doppio. Stringiamo i denti.

Intravediamo un'alpe e sogniamo immediatamente il rifugio, ma la cartina non corrisponde. Siamo giunti a Casera Duran, a meno di metà strada dalla prossima tappa intermedia e siamo già stremati dal caldo, e dalla fatica che ne consegue. Continuiamo senza fermarci.

Le nuvole di passaggio sgravano la pesantezza di questa tratta, le ombre trasportate dal vento rinfrescano la pelle imperlata di innumerevoli goccioline di sudore, l'aria diviene così più leggera, respirabile, dolce come acqua di sorgente. Le fronde degli alberi sono fonte di ristoro momentaneo, attimi di tregua dal sole imperioso.

Attraversiamo una sassaia che riflette tutta la bellezza del sole, poi un piccolo ruscelletto e infine ci tuffiamo in un boschetto di abeti e larici. Le ombre sono un vero piacere, molto meno la salita. Affrontiamo un tornante, poi un'altra salita. L'ultimo tratto è pura fatica, ma udire alcune voci è un sollievo.

Intravediamo delle persone, un tetto, altre persone, un muro, un altro, altre persone, persone, persone e ancora persone. Siamo giunti infine al Rifugio Bruto Carestiato (1.834 m s.l.m.), invaso di turisti, orde di uomini, donne e bambini, sembra di essere a Venezia in un giorno festivo. La caciara è quasi assordante, manco riesco ad ascoltare i miei pensieri, forse è la stanchezza o forse c’è proprio trambusto.

Ci fermiamo per una breve pausa ristoratrice sul retro del rifugio ove il gregge è meno denso. Resto appoggiato alla staccionata in legno mentre Giada entra nel bar per acquistare una lattina di Coca Cola. Sorseggiamo il nettare dolce-amaro e addentiamo voracemente una stecca di cioccolata. Le menti sono briosamente solleticate dalle bollicine di anidride carbonica e si perdono nello zucchero. Nel mondo esterno il vociare degli adulti, le urla dei bambini che corrono come scalmanati; delirio cittadino nella quiete del mio torpore cerebrale, dentro di me la stanchezza si crogiola fra il dolce e l'amaro, fra gli aromi caramellati e l'acidità briosa della bevanda americana.

Oramai siamo alla resa dei conti con le energie e ci attende molta strada, altre salite e discese, e il temporale che inizia ad addensare le nubi sui monti. Riprendiamo la marcia con una nuova energia, ci sentiamo rigenerati. La mia compagna di scorribande zompetta allegra, è contenta per aver bevuto la sua adorata "cochina", ma leggo nei suoi occhi il dispiacere per averla divisa; la ringrazio per la fatica della condivisione forzata con un sorriso raggiante, mi sorride di rimando con i suoi occhioni azzurri come il mare; altre energie confluiscono in me. Mi sento carico come una molla, ma allo stesso tempo affaticato e appesantito, ovvio lo zaino.

Il sentiero scende delicatamente verso il pendio dei monti, Pala delle Masenade, Cresta delle Masenate, Cima Moiazza Sud. Abeti e larici, muschi morbidosi e mirtilli, sassi e massi. Il bosco termina con l'estendersi dell'estesa area franosa di ghiaia, sassi e massi. D'ora in poi, per diverse centinaia di metri, dovremo affrontare un territorio più brullo, bruciato dal sole e scarnificato dalle frane di secoli e millenni addietro.

Il sentiero continua la sua corsa seguendo la costa dei monti, sale leggermente e scende altrettanto dolcemente, aggira i massi, li scavalca, li discente, si tuffa fra i mughi e cammina solitario nella sassaia. I colori sono due: il grigio e il verde. Il primo ha numerose sfumature che virano dal bianco al rosso, dal tortora al piccione, dal calcare all'ardesia, dall'ocra al panna. Il secondo, decisamente meno presente, si tinge di scuro tra i mughi, di chiaro fra le rade erbe. Il resto della tavolozza cromatica è caratterizzata da finissime screziature di numerosi colori invisibili per quanto sono rari: alcuni fiori si mettono in mostra lungo la via, ma timidamente tendono a nascondersi per non farsi notare.

La traccia fa il periplo dell'intera valle fino alla rampa, ripida e boscosa, che sale fino alla Forcella del Camp (1.933 m s.l.m.). Il nostro arrivo viene festeggiato da una decina di manze scodinzolanti che orchestrano i loro campanacci per fare festa, ridiamo per il chiassoso benvenuto. Breve pausa, siamo stanchi e lambiamo lo stato di sfinimento. Le giovani vacche si allontanano al nostro arrivo, puzziamo così tanto? Cioccolato e frutta disidratata, altamente necessarie per poter avanzare. Veniamo punzecchiati da alcune gocce di pioggia, ghiacciata, trasportate dal vento. Nella valle opposta il cielo non è bianco-grigiastro come in precedenza, bensì grigio-nerastro. Le nuvole danno la seria impressione di esaudire i desideri meteorologici previsti da ARPA Veneto.

Prepariamo a portata di mano il guscio, in caso di pioggerellina, e la mantellona, in caso di nubifragio. Non stiamo a perdere tempo, non indugiamo oltre il necessario, meglio riprendere il cammino per rubare minuti preziosi al temporale in arrivo.

Il sentiero scende immediatamente, si biforca: a destra in piano o a sinistra in discesa. Dobbiamo rimanere in quota e scendere leggermente, almeno a quanto mostra la cartina. La prima opzione sembra essere la più interessante, la seconda meno appetitosa. Tagliamo tenendo il monte sulla nostra destra. Pochi passi e ci troviamo sotto una parete strapiombante di nuda e dura roccia che sale rapidamente per dare vita alla cima Pala del Camp. Non ci soffermiamo ad ammirare il paesaggio per due motivi: il temporale in arrivo e la paura della roccia sopra le nostre teste. Il sentiero, dopo il tratto di falso piano, declina in brevi tornanti veloci e si congiunge con un altro proveniente da sinistra; forse ci siamo congiunti con l'altra variante. Proseguiamo.

I grigi nebulosi turbinano e si alternano con altri più cupi e arcigni, in lontananza i neri sono padroni del cielo. Tagliamo in orizzontale l'immensa sassaia cercando di allungare il passo ove il sentiero lo consente, stanchezza permettendo. Udiamo in lontananza fulmini che echeggiano nella valle, dapprima saltuari ma col passare del tempo sempre più incalzanti. In vista del Col d’Ors, la via sale e si arrampica fra i mughi, infine raggiunge la sella con qualche passaggino faticoso, ma non esageratamente impegnativo. Siamo decisamente stanchi, stiamo per raggiungere il limite fisico costruito con fatica.

Giungiamo all'ennesima tappa intermedia, Col d’Ors, assieme a una coppia di inglesi. Entrambe con direzioni divergenti. Ci chiedono quanto manca al Rifugio Bruto Carestiato, quanto è lungo il sentiero, la sua difficoltà. Leggiamo nei loro occhi la preoccupazione per il temporale, la fatica della salita da poco affrontata, e ancora altra preoccupazione nell'ottenere le mie risposte tutt'altro che dolci. Il temporale arriverà a momenti, forse qualche minuto, o poco più, ma è dietro l'angolo. A noi resta la discesa nel bosco e poi la salita al Rifugio Vazzoler tramite strada sterrata, loro hanno ancora tutto un traverso fino alla forcella, la discesa nel bosco e un altro taglione per tutta la valle prima di arrivare a destinazione. Entrambe verremo colti dalla burrasca, entrambe siamo stanchi, noi siamo consci di quello che ci attende e loro non lo dimostrano, noi siamo preparati tecnicamente e loro non lo sembrano. Gli auguri di buona camminata e buona fortuna si scambiano nell'aria fredda ed elettrica. Ognuno segue la sua strada, il suo destino, la sua fortuna o sfortuna.

Scendiamo. Il primissimo tratto è decisamente impervio, friabile e sdrucciolevole, poi si ammorbidisce rimanendo franoso e scosceso. Nei pressi del bosco di larici iniziano a cadere le prime gocce di pioggia, la preoccupazione accresce. Nel bosco di abeti arrivano i goccioloni, ci fermiamo, trasformiamo la nostra livrea e, in meno di due minuti, diventiamo mostri informi, uno rosso e uno blu. Siamo due macchie nel verde della foresta, io scarlatto lei oltremare, che si muovono nel buio del temporale come spettri di un incubo. La pioggia diviene ben presto assordante, martellante, torrenziale. Grondiamo acqua, fuori pioggia e dentro sudore; non capisco se perde la mantella, se il confine impermeabile si è sciolto ed è stato spazzato via dal vento. Nella faggeta si aggiunge la grandine, fine, secca, dura e ghiacciata. I tuoni sono sempre più incalzanti, vicini, temibili. In tutto questo trambusto ho paura per i fulmini, addosso ho diverso materiale elettronico e metallico, vedi treppiede e racchette, macchine fotografiche, obiettivi, batterie e altro; mi sento un parafulmine ambulante, ma finché sono nel bosco ho la vana speranza che la saetta possa scaricarsi su soggetti più alti; incrocio le dita, spero ma non ci credo.

Giunti all'ennesima sassaia, la tempesta si placa e in lontananza compare addirittura il sole. Tiriamo un immenso sospiro di sollievo per aver scampato il peggio, almeno per il momento. Manteniamo il ritmo incalzante, maciniamo altro terreno per la paura di una seconda ondata di maltempo. La strada sterrata è sempre più vicina, quasi riusciamo a distinguere i sassi che la ammantano.

Arriviamo infine all'ultima tappa intermedia, la carrareccia, e d'innanzi a noi ci attende l'ultimo tragitto prima di concludere definitivamente questa nostra quarta tappa. Togliamo le mantelle.

Nell'etere volteggiano rade goccioline trasportate dal vento che solleticano la pelle sudata. L'aria è umida e tiepida, una leggerissima brezza dal tono delicatamente fresco riempie i nostri polmoni inzuppati. I pantaloni sono fradici, gli scarponi con loro. Tolgo la parte terminale delle due gambe di tessuto per fare asciugare la pelle, i due mozziconi di tela li appendo allo zaino. Il mantellone lo appollaio sulle lunghe racchette che ho nel frattempo appoggiato a una spalla.

Ripartiamo, stanchi, bagnati, ma baciati da un delicato sole. Siamo in tre, io e lei, il fantasma scarlatto che ondeggia immediatamente dietro il mio zaino. Un tornante, un secondo, un terzo, un quarto e già perdo il conto. Entriamo nel bosco e la strada continua a mantenere l'ascesa, il piano o la discesa proprio non esistono.

Mi siedo su un tronco tagliato per riprendere fiato, beviamo e mangiamo qualcosa; sono esanime, credo di aver esaurito le ultime stille di energia. Vuoto.

Riprendiamo la marcia con un passo più lento, ma costante. La mia mente impreca per le mie malsane idee: allungare l'odierna tappa per risparmiare un giorno, portarmi appresso un peso fotografico esagerato. La mente si scinde dal corpo, ora sono due entità separate, ognuna fa quel che gli pare. Resta vigile la coscienza che percepisce il mondo, le fatiche, le sensazioni, le forme e i colori, riesce solamente a ricordarli, ma per il resto è assenza, vuoto.

L'ultimo pezzo di cioccolato fondente finisce con quelli che in pochi minuti si riveleranno essere i duecento metri finali. I nostri visi sono emblematici e rispecchiano la nostra stanchezza.

Come un'oasi si presenta all'esploratore del deserto, il rifugio si illumina di immenso ai nostri occhi. Quarta tappa conclusa, Rifugio Vazzoler conquistato (1.714 m s.l.m.).

 

Non entriamo, ci fermiamo davanti all'ingresso e molliamo le mantelle sulla panca in pietra, gli zaini per terra, togliamo gli zuppi scarponi coi pesci rossi, cambiamo la t-shirt con una asciutta, indossiamo una felpa pulita e ci sediamo a contemplare il muro. Trascorrono secondi, minuti o forse più, il tempo e lo spazio non hanno più significato, siamo esausti. Scambiandoci il sorriso constatiamo d'aver ripreso una parvenza umana, non spettrale come dinanzi a questo presente.

Entriamo. Dei ragazzi stranieri, dagli accenti indecifrabili, forse tedeschi o scandinavi o altro, giocano a carte al tondo tavolo nell'atrio. Salutiamo un rifugista che in breve ci accompagna nella nostra suite due per tre, esagerando con le dimensioni, con letto a castello, finestra e sedia.

Chiusa la porta, gli zaini esplodono magicamente rigurgitando vestiari vari e varie attrezzature. Sui due letti si riversano le cose asciutte, sul davanzale quelle bagnate da asciugare, per terra quelle da lavare. Ci sediamo sul letto inferiore, immobili, esauriti. Ordiniamo le idee, rimaste indenni dall'immensa fatica, per ripensare alla giornata e ridere per la pazzia.

Oltre il corridoio si allunga un ballatoio con annesso stendino, sarà ben presto colonizzato con le nostre mantelle. In bagno godiamo ogni secondo a nostra disposizione per rinascere a nuova vita con una doccia calda, stupenda, ristoratrice, rigenerante, rivitalizzante. Con la possibilità di bloccare lo scandire dei pochi minuti a disposizione, aumenta la durata per potersi insaponare adeguatamente e sciacquarsi con ogni goccia a disposizione dei secondi in scadenza. Voto 9.

Laviamo il vestiario zuppo, sudicio, fetido, nel lungo lavandino. Ultimiamo il processo di lavanderia stendendo calze, pantaloni, mutande e magliette sul solitario filo appesantito dai mantelloni.

Tornati in cameretta, qui appendiamo le cose umide sulle vecchie stringhe blu, ora la nostra suite è diventata una tendopoli disastrata; come ogni giorno passato.

Ci riposiamo in attesa della cena, ma restare chiusi in questo bugigattolo è snervante, quindi scendiamo in sala da pranzo per trascorrere il restante tempo. Scriviamo le nostre memorie, ci raccontiamo e sorridiamo della giornata che, tutto sommato, si è conclusa senza inconvenienti, pioggia a parte. Narriamo alla rifugista le ultime ore di corsa sotto il temporale e dell'incontro con la coppia. Di rimando ci racconta la storia dei due: arrivati in rifugio per mezzogiorno si sono fermati per pranzo, un pranzo completo, non una portata veloce, successivamente hanno richiesto l'aggiornamento meteo e, a seguito del consiglio di non proseguire, hanno voluto ugualmente continuare pur col temporale alle spalle, e fin troppa strada da dover percorrere. Scrolliamo la testa, il disappunto è esplicito nei nostri sguardi.

Mentre scrivo, mi idrato con una birra media, senza pretese, ma goduriosa da ingollare.

La cena giunge come un lampo: spaghetti alla carbonara e spaghetti al pomodoro, uova frittellate con speck e patate saltate e scaloppine di tacchino con patate fritte, strudel e gelato cioccolato e limone. Voto 5.

Chiedo ai rifugisti la disponibilità per avere un vecchio quotidiano, non hanno quotidiani, qui non arrivano. Pondero la mia idea. Chiedo le tovagliette usate per la cena di tutti i commensali, almeno quelle non sporche; acconsentono storcendo il naso. Allo sparecchiamento delle tavolate, scompaiono da una parte le tovaglie di carta e ricompaiono al nostro tavolo. Tutti gli sguardi mi sono addosso, sorrido mentre accartoccio ogni pezzo e lo lascio appallottolato sull'altro lato del tavolo. Sempre con gli occhi sulla mia strana operazione, mi sposto vicino alla stufa, raccatto i nostri scarponi bagnati e li farcisco con le palline, e poi torno al tavolo, soddisfatto.

Dieci minuti, forse meno, e tutti gli escursionisti, nessuno escluso, sono già affaccendati a copiare le mie mosse. L'indomani avremo tutti gli scarponi asciutti, altro che stufa.

Artisticamente realizzato, soddisfatti del lavoro, andiamo in branda per spegnerci in un sogno lungo quanto tutta la notte.

 

TAPPA 5

(Rifugio Vazzoler - Rifugio Adolfo Sonino Al Coldai)

La vallata è completamente immersa nelle ombre proiettate dalla corona montuosa, il cielo sopra le cime seghettate è limpido, completamente terso, di un azzurro tenue sfumato di rosa e di verde. L’alba illumina la volta celeste, ma il paesaggio che ci circonda è ancora nella fase letargica della notte, coi suoi colori bui, spenti, desaturati o tendenti al blu.

Il terreno a costellato da pozzanghere e la grondaia gocciola, il temporale di questa notte ha scaricato parecchia pioggia. L'aria è fresca e decisamente umida, densa, palpabile, quasi tangibile.

Sul ballatoio sono rimasti alcuni indumenti di qualche escursionista poco lungimirante; noi abbiamo ritirato tutto prima di tuffarci nel sonno. Quel qualcuno ha avuto la malaugurata sorte di dimenticarsi l'abbigliamento ad asciugare, ora, al contrario, è zuppo dopo la tempesta notturna. I nostri abiti sono tutti asciutti, il microclima della nostra microcamera ha asciugato anche le ultime umidità rimaste nei tessuti.

Solita colazione: caffè, pane con pseudo-Nutella e un bonus di biscotti confezionati. In rifugio non si pretende di più e per “solita” colazione intendo un termite atto a non sminuirla, ma semplicemente per paragonarla orizzontalmente alle altre. Voto 6.

Zaini in spalla, usciamo nell'aria umida e frizzante del mattino. Fra gli abeti, scuri in volto, ci aspetta la strada sterrata, grigia sul dorso. Parte dolce, con leggere pendenze e solo in alcuni tratti tira rapidamente in salita per smorzarsi subito dopo. Cento metri di ascesa e giungiamo a Casera Favretti (1.827 m s.l.m.).

Un tratto pianeggiante, leggermente ascendente poi, fra abeti, mughi, ginepri, mirtilli e larici, ci porta infine a un cancello oltre il quale si estende un prato che sale fino alla Sella di Pelsa. Da qui in avanti solo erba e sassi, massi alcuni dei quali proprio immensi, e poi ancora erba e sassi, larici e abeti che mimano sagome burbere e solitarie in una valletta immersa nel silenzio. Centro metri di ascesa e giungiamo a Sella di Pelsa (1.954 m s.l.m.).

Oltre il passo, il sentiero scende gradualmente fra i pascoli inframezzati dai numerosi mughi e da un ruscelletto che serpeggia nella piana.

Un gruppetto di mucche, sparpagliate davanti al buffet della colazione, osserva il nostro passaggio col solito sguardo vacuo, altre sono più interessate a brucarne l'erba imperlata di rugiada. Poco oltre, dopo qualche centinaio di metri, un dosso si erge dinnanzi al nostro sguardo, lì la via sale obliquamente tagliando fra larici e abeti. Un secondo gruppetto di vacche, sparpagliate per il pratone, contempla ogni filo d'erba con minuziosa attenzione. Al contrario, un vitello ci guarda con occhi grandi come susine, la testa segue i nostri movimenti mentre le sue zampette secche e asciutte restano piantate a terra come antiche radici di un millenario larice. Dolce, tenero e con un musetto proprio simpatico; ma lo sguardo vacuo è onnipresente.

Superiamo il dosso senza grandi fatiche, seppure il sentiero è irto e il suo tracciato friabile.

Il paesaggio diviene più ricco di vegetazione, distese di mughi, abeti e larici che svettano oltre le basse piante, rododendri e ginepri al capezzale dei mughi, erbe e fiori tutt'attorno, ma nessuna orchidea selvatica. Dal rifugio fino a questo punto non ne ho vista una, sarà la zona o il periodo, ma di orchidee manco l'ombra.

La via sale leggermente e discende altrettanto, poi risale e tiene la quota, poi risale e risale ancora. Si dimostra un tratto abbastanza tranquillo, tutt'altro che faticoso.

A un bivio decidiamo di prendere la via più difficile e forse maggiormente panoramica, quindi lasciamo l’Alta Via delle Dolomiti per la Direttissima al Rifugio Attilio Tissi. Oggi sarà una tappa breve, di defaticamento da ieri, quindi ci possiamo permettere una variazione all'itinerario anche perché il temporale pomeridiano è ben lontano. Il sentiero sale dolcemente, poi man mano che prende quota si inerpica sempre di più fino al tratto finale ove sbuca dal bosco. Oltre, una prateria multicolore di fiori e di orchidee, finalmente. Qui la traccia sale ripida, diretta, senza se e senza ma, guadagna quota fino a raggiungere il Rifugio Attilio Tissi (2.250 m s.l.m.) e poi spiana fino a toccarlo.

Fermiamo la nostra marcia a lato del rifugio in un punto riparato dal vento. Qui, quasi in vetta al Col Rean (2.281 m s.l.m.), soffia un vento teso, freddino, quasi fresco, piccante in certe folate, meno in altre, che ci fa rabbrividire la pelle imperlata di sudore. Protetti dalla massiccia costruzione, togliamo gli zaini per far asciugare la schiena e mangiucchiare una mela. A farci da compagnia un gruppetto di giovani rifugiste che sgambettano dentro e fuori il rifugio come operose formichine operaie: una stende i panni al vento, due puliscono una stanza, una o due un'altra, e altri movimenti si scorgono attraverso le trasparenze di alcune finestre.

Il sole sbuca dalle nubi stiracchiate dal vento, tese come corde di violino. È caldo e il suo tepore scioglie i nostri muscoli. Salutiamo le donzelle affaccendate e puntiamo alla vetta non molto distante.

Accanto alla croce osserviamo il panorama sottostante: la Val Cordevole, il paese di Alleghe e il suo omonimo lago, il Torrente Cordevole e il suo letto alluvionale, paesetti e paesini, alpeggi e pascoli alpini, montagne e cime, boschi e... devastazione totale. Quasi la totalità dei pendii forestali sono stati pettinati dal vento, migliaia, forse milioni, di abeti, pini, larici e altre piante, sono state tutte rase al suolo, realmente pettinate. Si scorgono i singoli tronchi sdraiati a terra, tutti nella stessa direzione o in quella che ha preso con le raffiche del vento. Ci sono zone completamente spoglie, altre ancora boscose, forse riparate, ma la quasi totalità delle foreste non esiste più. Lo spettacolo è agghiacciante, spettrale, lascia senza fiato. Minuti di silenzio sono spazzati via dal vento freddo, le parole per descrivere questo scempio e le nostre emozioni non riescono manco a uscire dalle labbra.

Scendiamo. Torniamo verso il sentiero.

La profusione di fiori non ha più la sua bellezza variopinta, il suo profumo variegato, ora tutto mi sembra grigio e odora di niente.

Un gruppetto di vacche si crogiola su un piccolo pianoro erboso, bruca, scodinzola, intona melodie sgraziate coi campanacci, si guarda attorno con le orecchie solleticate dal vento, beatamente spensierate si vivono la faticosa vita di alpeggio. Al bivio, riprendiamo il sentiero lasciato chissà dove più indietro e su un vicino masso spilucchiamo un pasto veloce: panino con la marmellata.

Durante la breve discesa all'intersezione tra i due sentieri abbiamo osservato attentamente la vallata e ora conosciamo in anteprima quello che ci aspetta: pianoro, discesa, pianoro e salita fino al passo; tutto sommato non sembra niente di difficoltoso. E così sarà, percorriamo il pianoro sommitale, scendiamo il gradone e raggiungiamo quello inferiore, qui un breve tratto lineare e poi uno strappetto su ghiaione fino a raggiungere la Forcella di Col Negro (2.203 m s.l.m.). La valle è spoglia, caratterizzata da sassi e massi, prati sparsi a macchia di leopardo, numerosi fiori multicolori e un venticello più mite rispetto alle ore precedenti.

Mentre conquistiamo la quota apicale incontriamo un nutrito gruppetto di escursionisti, tutti tedeschi. In cima alla sella, al contrario, una famiglia italiana: un ragazzino, il primo ad arrivare scattante ed energico come una gazzella, i genitori distanziati e affaticati, e infine la sorella, a fare da scopa a babbo e mamma con la sua stazza da boulderista.

Nella vallecola successiva il re del paesaggio è il Lago Coldai, in secondo piano la Forcella Coldai e chiudono a cerchio Cima Ovest di Coldai e Torre di Coldai.

Riprendiamo il cammino. Il primo tratto è fra i sassi, poi arriva l’erba, e infine i prati solcati dalla ragnatela di sentieri che le centinaia di turisti hanno disegnato negli anni passati. Qui la ricchezza floreale è stupenda: fiori di ogni colore, forma e profumo. Le api, le mosche, le farfalle e i moscerini si muovono freneticamente da un fiore all'altro, si fermano e ripartono, entrano ed escono, impazziti da tutta questa opulenza gastronomica. Mi tuffo anch'io fra le screziature rosa, gialle, rosse, azzurre, alla ricerca delle orchidee. Inebrio anima e corpo con le loro sfumature di miele, di vaniglia, di frutta esotica.

Versetti striduli e graffianti echeggiano fra le pareti montuose, anticipano la visione di numerose macchioline nere in volo che piroettano nell'etere, volteggiano, planano e poi si appollaiano su qualche masso a osservare. Gracchi alpini, pennuti dall'animo semplice, simpatico e scherzoso.

Aggiriamo il Lago Coldai sulla sponda occidentale, saliamo il dolce pendio e ci fermiamo a osservare la macchia d’acqua su un dosso che la sovrasta. Le nubi addensate sulla Torre di Coldai e Torre di Alleghe nascondono il sole senza lasciar trapelare alcun raggio. Questo implica che non vedremo la bellezza delle acque turchesi, le sfumature verdi, i blu del punto più profondo. Salutiamo il lago con un arrivederci, magari la prossima volta saremo più fortunati; ovviamente porterò il drone per immortalarne le acquose beltà.

Altra discesa, decisamente breve.

Il Rifugio Adolfo Sonino Al Coldai (2.132 m s.l.m.) ci attende dietro la curva con la sua terrazza sulla Val di Zoldo.

Il Pelmo, a qualche chilometro di distanza in linea d'aria, ci osserva o ci rivolge la schiena, resta lì immobile nella sua statuaria posizione mentre le nuvole passeggere gli accarezzano la dura pellaccia grigiastra. Assaporiamo il paesaggio, l'aria fredda solletica la pelle, la stanchezza scivola via nel vento e lo stomaco brontola. Rimandiamo l'ammirazione del paesaggio d'un paio d'orette, prima tocca alla doccia calda per scacciare il freddo e sciogliere i muscoli, poi al pranzo, il secondo della giornata e infine il relax.

Saliamo in camera, da due, tutta in legno, letti a castello, e finestra sul mondo vista Val di Zoldo. Il Pelmo, ora quasi totalmente immerso nelle alte nebbie, trattiene nascoste le sue bellezze per l'indomani. Siamo contenti per la bellezza di questa semplicità unica, meritata e sudata.

Doccia, calda ovviamente perché il nostro lerciume quotidiano deve essere scrostato adeguatamente; un pizzico di lusso è necessario anche in questi contesti selvaggi ed essenziali. Giada si prepara per il bagnetto, inseriamo il gettone, tutto tace, lei sbuffa, scendo per chiedere aiuto, risalgo accompagnato dalla rifugista, smonta la scatola mangia-monete e ci guarda perplessa, noi con lei, inseriamo un secondo gettone e l'acqua calda arriva per magia. Mi preparo per il bagnetto, inseriamo un altro gettone, tutto tace, non è possibile, no no, sbuffo, Giada scende per chiedere aiuto, la rifugista smonta nuovamente la scatola magica e ci guarda perplessa, tutto si ripete, inseriamo l'ennesimo gettone e la magia si ripete. Torniamo alla realtà del corridoio lasciando la doccia per la coppia successiva, li avvisiamo delle eventuali difficoltà tecniche in cui potrebbe incorrere.

Lavati e stirati, scendiamo in sala da pranzo. Troviamo numerosi tavoli liberi, scegliamo quello vicino alla finestra, abbiamo ancora fame di paesaggio, ma ora è meglio sfamare la bestia. Gulaschsuppe con Weizenbier per lo scrittore e bistecca ai ferri con Coca Cola per la musa ispiratrice. Non che io sia un esperto di gulash, ma è evaporato nel piatto, proprio buono; sono rinato a nuova vita.

Ora ci attende un lunghissimo pomeriggio, scrittura dei nostri racconti, partite a carte, passeggiata esterna per respirare il panorama, intrufolarci in discussioni altrui per carpire i segreti della prossima tappa e, per passare altro tempo, ripetere tutto più e più volte fino alla noia. Così, lentamente, siamo a sera e la cena è in arrivo: canederli in brodo con una vagonata di formaggio grattugiato per me, canederli col ragù per lei, braciola di maiale con le patate fritte e insalata mista, e yogurt coi mirtilli per entrambe, ovviamente una porzione a testa, sia mai una in due. Voto 7.

 

TAPPA 6

(Rifugio Adolfo Sonino Al Coldai - Rifugio Città di Fiume)

Ore 23:13, sono sveglio. Ore 2:15. Ore 3:05. Ore 3:31, vado in bagno a cambiare l’acqua al merlo. Ore 5:01. Ore 5:15. Ore 5:30, vado in bagno a lavarmi. Ore 6:00, ci alziamo e prepariamo lo zaino. Ore 6:10, siamo in terrazza ad ammirare l'alba, la nascita di un nuovo giorno. Ore 6:15, scalpitiamo in attesa della colazione.

All'apertura della porta della sala da pranzo ci troviamo soli, io e lei, tavoli, sedie e panche, la colazione a buffet e la solitudine. Caffè, pane con crema di cioccolato e nocciole, una fetta di crostata alla marmellata di mirtilli. Voto 7.

Pronti a partire col sole oltre l'orizzonte. Siamo i primi, mentre tutti hanno le gambe sotto i tavoli noi le abbiamo in movimento.

Attacchiamo la discesa lungo il sentiero affacciato sulla Val di Zoldo, con decisione, grinta ed energia da vendere. Una marmotta ci saluta da un masso solitario, qualche decina di metri più in basso rispetto al sentiero, la sua mole è seconda solo a quella di una pasciuta nutria.

Camminiamo col sole già alto nel cielo, il cielo azzurro e qualche striatura biancastra che sporca la volta celeste.

Maciniamo in meno di mezz'ora il dislivello che separa Rifugio Coldai a Malga Pioda (1.843 m s.l.m.). Da qui in poi è in programma un'altra marcia serrata sulla strada ghiaiosa in veste estiva, o pista da sci se in veste invernale.

Salutiamo il gregge di pecore che sonnecchia nel prato, una capra nera come la pece fa la bulla fra gli altri ovini e solamente una pecora adulta riesce a tenerle testa.

Lungo questi tratti facili cerchiamo di rosicchiare ogni minuto che le gambe riescono a conquistare, prezioso tempo che sottraiamo al temporale previsto per le 14:00. Seppure la probabilità che la pioggia ci raggiunga sia solo del 50-60%, preferiamo mettere le ali ai piedi per incrementare il margine di sicurezza.

La strada è di una noia infinita, è quasi più stancante correre sulla sua veste ghiaiosa che affrontare un'irta ascesa su sentiero. Stremati, non dalla fatica, arriviamo finalmente al Rifugio Palafavera (1.525 m s.l.m.) in sessantacinque minuti.

Indicazioni sulla direzione da prendere non ce n’è, quindi, cartina alla mano, decidiamo di seguire la strada asfaltata e puntare al Rifugio Monte Pelmo; nel frattempo, prima o poi, troveremo l'indicazione da seguire. Riprendiamo la marcia. Prima di giungere al rifugio incontriamo una palina che indica il sentiero da inforcare, tagliamo nel bosco e saliamo il pendio.

La selva è fradicia di umidità, le fronde gocciolano copiosamente e il terreno è intriso d'acqua; i nostri scarponi scivolano e sprofondano sulla terra bagnata e in poco siamo nuovamente sporchi.

In alcuni punti i segnavia sono parzialmente coperti dalla vegetazione lussureggiante o sbiaditi dal tempo, in altri casi segnano vie parallele, forse la traccia vecchia e quella nuova. Il sentiero CAI 474 sale in quota con tenacia, ma senza strappi violenti. Macina metri di dislivello senza sosta fino a raggiungere l’incrocio con un'altra traccia che taglia orizzontalmente il pendio. Il bosco di abeti lascia man mano il posto ai larici e betulle, i mughi attendono a una quota maggiore.

Attraversiamo angoli di bosco che tracimano acqua da tutti i pori del terreno, sembra che il bosco poggi le radici su un ruscello. Continuiamo a salire senza sosta, Giada avanti, io indietro ad allungare l'occhio in ogni pertugio del sottobosco nella vana ricerca di funghi da fotografare, niente.

Captiamo delle voci straniere in lontananza che ci avvisano dell'imminente incrocio con il sentiero CAI 472. Salutiamo il gruppetto di americani in marcia verso valle, noi manteniamo il passo in ascesa.

In breve tempo i mughi sostituiscono le piante ad alto fusto, prendono il sopravvento sull'ambiente e cambiano la morfologia del bosco.

Giunti al bivio guardiamo la palina e le numerose indicazioni impresse sulle sue bandierine, confrontiamo le loro tempistiche con il nostro orologio, osserviamo il cielo e le nuvole che nascondono il Pelmo, pensiamo alle previsioni meteorologiche e discutiamo sul da farsi. Andiamo verso sinistra, strada più veloce e semplice, o verso destra, percorso lungo e impegnativo? Puntare alla facilità ci permetterebbe di raggiungere il sito ove giacciono le impronte dei dinosauri, quaranta minuti per arrivarci, trenta per tornare. Affrontare le difficoltà implica rimandare i rettili estinti a nuova data da determinare. I dubbi si adombrano con le nuvole e la meteorologia non ci aiuta nella scelta. Il resto del cielo è praticamente limpido, tranne per alcune nuvolaglie addensate su monti distanti. Niente di preoccupante, per ora.

Decisione alla mano, prendiamo la traccia che punta a Oriente in direzione Rifugio Venezia. La cartina in nostro possesso indica un tracciato lungo e semplice, con tratti pianeggianti alternati a delicate salitelle.

In meno di dieci passi ci scontriamo con paludi terrose, passerelle in legno scivolose come ghiaccio, pantani in cui gli scarponi sprofondano fino alle stringhe e un notevole rallentamento della marcia. Terminate le insidie, acceleriamo nuovamente per mantenere un ritmo più sostenuto. Voliamo sul sentiero, abbiamo le ali ai piedi. Camminiamo, quasi corriamo, fra i mughi, piccoli fiori ai loro piedi, il sole che splende, tiepido, l'aria umida e fresca che ci solletica la pelle. Canticchiamo motivetti stonati che nascono dall'allegria, dalla gioia di vivere momenti di leggerezza. Il peso degli zaini grava sulle spalle, ma non sugli animi, carichi e grintosi, leggeri e giocosi.

Nei pressi del Sass de Formedal, la via sale per conquistare un centinaio di metri di quota. Il dosso e ricoperto da larici e radi abeti, massi precipitati dal Pelmo, pareti strapiombanti sopra i nostri occhi. In seguito, il percorso scende rapidamente, perde quota fino a tuffarsi in una sassaia che taglia orizzontalmente la costa, infine, sale fino al Passo di Rutorto (1.950 m s.l.m.).

Il tratto piano è una passeggiata, totalmente l'opposto la salita successiva. Qui il sentiero è talmente intriso d'acqua che ogni due passi in avanti, uno scappa indietro. Arranchiamo puntando piedi e racchette, saltellando da un tratto erboso all'altro e, ove è possibile, evitiamo la traccia fangosa tagliando verticalmente per i prati. I nostri pantaloni sono lerci, hanno virato la loro tinta verso quella terrosa e rossiccia; senza tener conto degli scarponi, anche loro hanno acquisito un nuovo look.

Il rifugio è dietro un dosso erboso, solo, isolato dal mondo, con la maestosità del Pelmo a vigilare dall'alto. Al Rifugio Venezia (1.946 m s.l.m.) guardiamo l'orologio e sorridiamo nel constatare d'aver guadagnato ben trentacinque minuti rispetto alle varie tempistiche incontrate al bivio dei dinosauri. L'allenamento pre-Alta Via e i 5 giorni da poco trascorsi fra le fatiche stanno realmente facendo la differenza, ben oltre ogni nostra aspettativa.

Cioccolato fondente, zenzero candito e mirtilli disidratati. La nostra pausa termina in qualche minuto.

Direzione Forcella di Val d’Arcia, la nostra nuova tappa intermedia. D'ora in avanti cammineremo sui ghiaioni che ammantano i piedi del Pelmo, bianchi, abbacinanti, aspri, solcati da innumerevoli canali alluvionali e da frane, selvaggi, inospitali, nudi. La rampa iniziale impressiona le gambe indolenzite, ma in breve tempo i muscoli tornano a scaldarsi e la marcia riprende il suo ritmo. I tratti ascendenti si alternano a brevi pianeggianti, mai in discesa. La traccia solca tutto il ghiaione del monte, diagonalmente dal rifugio fino a una stretta forcella incastonata fra la parete e una torre rocciosa. Torreggiano pareti che salgono verticali e si perdono nelle grigie nubi. Le lontane nuvole, che ore addietro erano arroccate su distanti vette, sono irrequiete, scalciano, si divincolano dalla salda presa dei monti. Alcune si allontanano, sostituite da altre, per poi rotolare nel cielo fino a scontrarsi contro nuove alture; talune, al contrario, preferiscono restare appollaiate come nidi d'aquila in cima a un dirupo. Attraversiamo un profondo canale scavato dalla pioggia torrenziale come un aratro quando solca il terreno; scendiamo da una sponda e risaliamo quella opposta con i piedi che scivolano sul fine ghiaino. Alziamo gli occhi, la forcella incastrata fra le rocce è in attesa del nostro arrivo. Un tratto zigzagante nella friabile terra sale nella forra e con estrema rapidità ne conquista la sommità incuneata fra le alte e impervie rocce verticali. Lassù, oltre il valico, si apre un nuovo paesaggio: rocce a picco sulla valle, cangianti pendii sassosi, primi i mughi, poi i larici e infine gli abeti, alpeggi in lontananza, montagne arcigne sulla distanza, gravi nubi temporalesche a troneggiare sul mondo sottostante. Voltiamo lo sguardo verso la strada appena percorsa, il grigio avanza e un mare lattiginoso di umidità ingloba tutto quello che incontra trasformandolo in niente.

La via prosegue, taglia orizzontalmente verso sinistra, esposta e decisamente sprotetta. Sotto, centinaia di metri di vuoto, roccia e nient'altro. La traccia sale, spiana, scende e risale. Un primo tratto attrezzato con un cavo d'acciaio, poi una salita franosa, un tratto nel nulla, un'altra fune metallica abbinata allo strapiombo, un altro tratto friabile e, infine, la salita finale verso la forcella. Niente di difficile, serve tanta attenzione, concentrazione e occhio sul suolo sui cui appoggiare il peso.

Siamo completamente immersi nella nebbia, la visibilità è di qualche metro e gli unici dettagli che scorgiamo sono ghiaia, sabbia fine, sassi, rade erbe, rari fiori, rarissime orchidee, la traccia che seguiamo come segugi, i segnavia che ogni tanto si perdono nella nube, il rumore dei nostri passi pesanti e affaticati, il respiro nostro e del vento, la briosa temperatura e i corpi accaldati.

Un'ombra oscura si affaccia dalla forcella, una silhouette ferma guarda nella grigia oscurità per udire le nostre parole, si muove incerta e, al nostro avvicinarci, scopare dietro le rocce. Siamo vicini alla meta intermedia, ma chissà chi è colui o colei oltre l'umidità? Alla Forcella di Val d’Arcia (2.476 m s.l.m.) veniamo accolti dal sorriso di una coppia di tedeschi in nostra attesa.

La Val d'Arcia è illuminata dal sole, il vento freddo spira alle nostre spalle. Al riparo poco sotto la sella, osserviamo i papaveri incastonati nella sassaia come una galassia di stelle. Loro, incuranti di qualsivoglia avversità, splendono al sole o nell'ombra dei nuvoloni con il loro brillante giallo.

Scendiamo seguendo i segnavia bianco-rossi che tracciano il sentiero sul versante sinistro della valle, poi qualche decina di metri più in basso tagliamo a destra per seguire il CAI 480. Affrontiamo il pendente ghiaione, decisamente franoso, che si placa poco oltre in un traverso pianeggiante, cala poi gradualmente fino a un dosso poco lontano. Qui, sotto la supervisione di Cima Forada, fermiamo il nostro cammino per una meritatissima pausa.

Il sole bacia i belli, nel nostro caso anche i puzzoni. Pranziamo col panino alla marmellata, cioccolato fondente, zenzero candito e tanti sorrisi per aver concluso il grosso ostacolo della giornata evitando il temporale. Sia lodato il 50-60% di probabilità, ora siamo certi che il 50-40% opposto ha giocato a nostro favore. Il relax dura poco, o forse sembra essere volato via troppo velocemente, in ogni caso dobbiamo ripartire prima che le nuvole esaudiscano le previsioni meteo.

Il sentiero, dopo un ulteriore tratto pianeggiante, scende velocemente su terreno friabile, poi cambia totalmente quando vira verso sinistra dove si insinua in uno stretto canalone. La vera difficoltà della giornata arriva ora, quasi inaspettata. Scendere senza franare a valle con tutto quello che ci circonda, zaini e sentiero compreso, è difficoltoso. Stringiamo i denti fra cavi d'acciaio spezzati, tra punti franati e altri saldi sul posto, ma dannatamente sdrucciolevoli. Arriviamo in fondo ove ci accoglie un blando sentiero che trotterella fra i massi e i radi larici. Gambe indolenzite, ginocchia doloranti. Alziamo lo sguardo nello stretto canalone e ci ripetiamo tutti i “mai più” evocati durante la discesa. In ascesa potrebbe essere più facile da affrontare, ma al contrario tutto il contrario, specialmente con zaini pesanti e una lunga camminata a gravare sulle gambe.

Oramai siamo praticamente giunti al termine della tappa, mancheranno manciate di minuti prima dell'arrivo.

La via punta a destra verso la vicinissima Forcella Forada (1.977 m s.l.m.), ma prima di raggiungerla dobbiamo affrontare un altro guado fangoso. Alla sella voltiamo verso sinistra, scendiamo gradualmente e, per diversi tratti, siamo obbligati a zompettare di sasso in sasso per non sprofondare nelle paludi. Infine, l'ultima parte del cammino è in un bosco di abeti.

All'avvicinarci alla meta odiamo una cacofonia multilingua che mi fa mal sperare in un arrivo tranquillo, pacifico, rilassante. Sbuchiamo dal bosco e veniamo inghiottiti da orde di persone vocianti, urlanti e chiassose, rumorose come intere mandrie di bufali inferociti. Una dozzina di manze pascola, o dorme, nel prato antistante il rifugio; sono indifferenti al caos, o forse abituate. I turisti sono freschi, puliti, profumati, noi al contrario sudici, sporchi di terra fino alle ginocchia, puzzolenti.

Ore e ore trascorse nel silenzio, nel flebile rumore dei nostri pensieri immersi nella fatica, nello scricchiolio degli scarponi sui sassi, nel cinguettio degli uccellini in volo, nel fruscio del vento fra le fronte degli alberi, nel ronzio degli insetti alla ricerca di nuovi fiori; tutto questo spazzato via in un istante. La mia testa torna alle ore precedenti e cerca di scappare, il mio corpo resta immobile, stanco e indolenzito, inerte. La nostra aurea selvatica, conquistata con fatica e tanto sudore, è stata calpestata dal noioso e fastidioso vociare di questi montanari della Domenica, dalle viziate vocine dei bimbi che pretendono chissà come, addirittura, di voler andare in spiaggia per giocare con la sabbia, o di adulti che litigano per pretese culinarie da cittadino modello o da abbigliamenti dove la cosa più tecnica è l'abito all'ultima moda. Il solito polemico, ma che ve lo ripeto a fare.

Giada, quella meno lercia fra i due, entra per annunciare il nostro arrivo, io, al contrario, preferisco restare in disparte perché sono più zozzo delle manze sdraiate nella terra bagnata. Mi sento osservato da occhi increduli, sbigottiti e probabilmente schifati; sono così diverso da loro che forse sono io quello fuori posto, qui in montagna.

Sicuramente qualcuno di voi lettori mi odierà, ma me ne farò una ragione.

Seguiamo una delle rifugiste, ci accompagna al piano superiore dove ci aspetta una camerata da sei posti letto. Saremo soli o in compagnia? Stasera lo scopriremo, ora pensiamo a smontare gli zaini e gli indumenti lerci. I primi restano immobili sul pavimento con la loro massiccia mole. I secondi mi sembra che abbiano voglia di svignarsela, hanno vita propria, forse acquisita dal nostro sudiciume, anche loro hanno una parte di noi stessi. Spero che l'intraprendenza di pantaloni e magliette sia volta a farsi una bella lavata, sarebbe utile, oltre che divertente.

Doccia calda, finalmente! Mi bagno, mi insapono, mi sciacquo e gelida acqua mi investe come un treno in corsa. Chiudo gli occhi e termino il lavoro. In pratica: bisogna aprire l'acqua fredda, inserire la moneta, girare il rubinetto sul caldo, attendere trenta secondi che diventano quaranta, e infine fare il bagnetto. Peccato che fra una cosa e l'altra, seppur in velocità, tutto si tramuta inesorabilmente in freddura. Punito a parlare male delle persone, ben mi sta. A Giada stessa sorte, sarà la mia aurea maligna.

A casa mia comanda lo stomaco e quando brontola, seriamente, devo umilmente ubbidirgli a capo chino sul piatto. In questo caso si tratta di polenta, funghi trifolati e soppressa, un salume locale. La mia compagna di avventure, e sventure, si accontenta di una pasta al pomodoro.

Avete presente il temporale previsto per oggi? Ecco, manco si è fatto vedere con una singola gocciolina d'acqua. Meglio così, per tutti, soprattutto per i nostri panni stesi ad asciugare, al sole e al vento. Mi sono dimenticato di citare il lavaggio, ma poco importa o volete che ve ne parli? Preferisco godermi il sole, l'ultimo della giornata, per chiacchierare col mio amore a ricordo delle avventure vissute, per scrivere nero su bianco ogni emozione provata, per svagarmi con una partita a carte o per osservare le vacche addormentate.

I nostri pensieri tornano alla realtà quando una mucca, la capa della mandria, muggisce al vento come un lupo ulula alla luna. Tutte le altre si alzano e la seguono in fila indiana verso un luogo a noi ignoto, ma per comodità definirei casa, la stalla, forse per la mungitura serale o la pappa. Mezz'ora, più o meno, e una vacca richiama la nostra attenzione, o forse cerca le compagne. Dove sia stata fino a questo momento, nessuno lo sa, perché non abbia seguito le sorelle, nessuno lo sa, quale erbetta si sia fumata, resta un mistero e forse in tanti vorrebbero conoscere questa varietà erbacea dalle proprietà rilassanti. Muggisce come una disperata, sola, dimenticata. La guardiamo con visi increduli, sorridenti per l’assurda scenetta. Lei, sconsolata, lentamente segue le tracce delle amiche, forse ne percepisce l'odore o probabilmente si ricorda la via di casa.

Rientriamo in rifugio allo scoccare del tramonto, la temperatura cala all'aumentare dell'umidità.

Alla tavolata finalmente conosciamo qualcuno: una coppia di Milano e due ragazzi vicentini. Dico finalmente perché non abbiamo avuto grandi possibilità di chiacchierare con altre persone, quindi cogliamo l’occasione al volo. A parlare di tavolata, non posso evitare di citare la cena: penne al ragù per entrambe, omelette con pomodori, carote e formaggio per me, salsiccia con polenta grigliata e pomodori con carote per lei, pesche sciroppate per entrambe;ueste ultime non le mangiavo da un'eternità e, finalmente, ho potuto apprezzarne nuovamente la dolcezza. Voto 5.

 

TAPPA 7

(Rifugio Città di Fiume - Rifugio Nuvolau)

Altra notte insonne, il caldo è il nuovo fautore. Siamo in sei in una stanzina e l'effetto stalla è ben presto creato. Verso le 2:00 apro leggermente la finestra in un cigolio generale fra letto, pavimento e finestra stessa; nessuno si lamenta. Forse d'ora in avanti la temperatura diverrà accettabile, lo spero. Continuo a contare le ore e i minuti a seconda di quando ho voglia di guardare l'orologio.

Alle 6:00 giunge finalmente il momento della sveglia, anche se personalmente è suonata 4 ore prima. Quasi tutti sono ancora in branda, noi invece siamo già pronti per riprendere il viaggio. Ma manca un piccolo particolare, la colazione. Attendiamo pazientemente l'apertura del buffet ingioiellato con pane, crema di nocciole e cioccolato, caffè e, colpo di scena, una veneziana o simil-panettone. Voto 8.

Caricati i somari, ci incamminiamo lungo la strada sterrata che sale alle spalle del rifugio. Anche quest'oggi siamo i primi a partire, siamo troppo ligi al dovere.

Seguiamo la carrareccia che scivola in un rado bosco di abeti e larici. L'arietta è briosa, fresca, leggermente umida senza diventare pesante o soffocante. Nel bosco udiamo diversi campanacci che rumoreggiano fra i tronchi e le fronde, percepiamo la presenza delle mucche ma non ne vediamo la mole cornuta. Poco oltre lungo la strada, un paio di manzette ci osserva con il solito vacuo sguardo, le salutiamo e loro, di rimando, si leccano il muso umidiccio con la lunga lingua violacea. Seguiamo la curva della stradina, loro due sono ancora là, nella stessa posa e, impassibili, guardano nella nostra direzione: noi o quella cosa punto focale del loro interessante.

Alla Forcella Roan (1.999 m s.l.m.) veniamo baciati dai primi raggi di sole, caldi, avvolgenti e rigeneranti. Morbide colline erbose ondeggiano nel vento tiepido allontanandosi verso cime rocciose poco distanti, tutto risplende di luce e calore, colori e profumi, una splendente giornata estiva.

Il selciato prosegue fino a Casera Prendera ove si interrompe sotto il possente braccio di una ruspa. Questa sonnecchia in attesa del conducente, si riposa per il futuro lavoro di movimentazione terra. Come finisce la strada, inizia il sentiero.

La valle è costituita da numerosi dossi, avvallamenti, dolci colline e morbide valli, propaggini del Becco di Mezzodì che troneggia con la sua stazza rocciosa. Dai verdeggianti pratoni echeggia il fischio di una marmotta, la cerchiamo, allunghiamo le orecchie e la vista e, dopo qualche minuto per carpirne la posizione, scorgiamo una grassoccia pelliccia svaccata su un masso. Tintarella mattutina, si gode beatamente il primo sole della giornata. La osserviamo in lontananza e cerchiamo di immortalarla. Le fotografie non le rendono giustizia, la sua mole è ingiustamente rimpicciolita e si perde nei pixel delle nostre fotocamere. Ci avviciniamo lentamente per fotografarla meglio e lei rimane immobile come il sasso. Passin passetto, ancora un ultimo passo, ancora uno, e lei scappa nel sottosuolo. Attendiamo speranzosi. Passano i minuti, altri minuti, ancora minuti, niente. Torniamo sui nostri passi silenziosi e, qualche istante più tardi, ricompare quando oramai siamo giunti al sentiero.

Riprendiamo il cammino con la traccia che sale delicatamente nel verde pendio, qualche centinaia di metri e si inerpica con caparbietà per conquistare il dosso sommitale denominato Forcella Col Duro (2.293 m s.l.m.). Il passo successivo è un taglione sotto le pareti del Becco di Mezzodì: al di sopra del sentiero sassi e ghiaia, al di sotto massi e sfasciumi. Da una parte roccia e sporadiche erbacee, dall'altra un vasto anfiteatro erboso accerchiato da numerose cime. Il cielo azzurro a chiudere la scatola delle meraviglie montane.

Alla Forcella Ambrizzola (2.277 m s.l.m.) inizia la lunga agonia del nostro ego inselvatichito: incontriamo un nutrito gruppo di adulti vocianti e chiassosi bambini, tutti in tenuta da scampagnata in campagna, di certo non in montagna dove il meteo può cambiare repentinamente e senza preavviso. Tagliamo corto e proseguiamo. Ogni passo che ci allontana da loro è accompagnato dall'echeggiante parlare che si propaga nella valle fra il Becco di Mezzodì, il Monte Mondevàl e lo Spiz di Mondevàl.

La cartina in nostro possesso indica “Sepoltura mesolitica” accanto a tre pallini neri su sfondo grigio, ci guardiamo attorno nella direzione in cui dovrebbe esserci qualcosa, ma erba e alcuni massi sono gli unici attori in questa desolata landa montana. Proseguiamo lungo il sentiero nella speranza di incontrare un'indicazione che ci conduca all'area archeologica. Un centinaio di metri dopo, ci attende l'indicazione “Uomo di Mondeval” con una freccia puntata verso i prati. Non sappiamo esattamente di cosa si tratti, è un'incognita che alimenta la nostra curiosità e come tale non resistiamo al fascino della scoperta. Il sentiero scende dolcemente lungo un pratone, attraversa un torrentello e si dirige verso un enorme masso solitario nella radura. Al suo cospetto ci fermiamo, lo circumnavighiamo completamente fino a tornare sui nostri passi. La perplessità aleggia nell'etere, ci guardiamo e il dubbio d'aver sbagliato qualcosa di non definito si stampa sui nostri volti. Non sapendo cosa aspettarci, cosa cercare e cosa trovare, restiamo di sasso nell'osservare il macigno. Alcuni numeri sono dipinti sulla roccia, saranno indicazioni utilizzate dagli archeologi per etichettare dei reperti o sono i blocchi del boulder? Chissà, forse l'homo si è accoppato nel provare un nuovo tracciato 8b+, avrà perso la presa nel lancio finale e sarà caduto mancando i crash pad di erba secca e pelliccia di marmotta. Lasciamo la mia fantasia alle prese sui passaggi chiave del boulder alto 3-4 metri e torniamo verso il sentiero dell'Alta Via.

Direzione Forcella Giau. La traccia da seguire sale lungo i prati sviluppati ai piedi dello Spiz di Mondeval, la profusione di fiori entra in contrasto con le bianche e grigiastre rocce delle montagne.

Un branco di asini pascola al sole, alcuni giocano, altri si dedicano ad amorevoli coccole, un paio dormicchiano col capo ciondolante, uno corre allegro e un altro lo segue a ruota. Il più bello si fa fotografare dai numerosi turisti multietnici comparsi dal nulla. L'asinello più giovane è quello maggiormente immortalato e anche noi veniamo inesorabilmente catturati dal suo giovanile fascino spensierato.

Giunti alla Forcella Giau (2.360 m s.l.m.) veniamo catapultati in città. Gente che urla, bambini che giocano a calcio, ragazze in pose spastiche per selfie di dubbio gusto, persone agonizzanti dopo la breve ascesa al passo, tutte col cuore in gola e i visi paonazzi, dai più giovani ventenni ai più anziani settantenni, tutte con un piede nella fossa dopo questa escursione. Osserviamo il nuovo paesaggio di una valle appena incontrata: montagne sconosciute, il Rifugio Nuvolau in cima al suo monte, una strada asfaltata che sale dalla valle trasportando auto, moto e camper in coda, e il Passo Giau con un'infinita moltitudine di mezzi motorizzati.

Scendiamo velocemente incontrando una processione di infarti camminanti o altri semplicemente boccheggianti, anche i cani sono sconvolti e alzano lo sguardo al cielo con occhi supplichevoli e lingue gocciolanti. La vita di città non giova ne ai bipedi ne ai quadrupedi.

Nel punto in cui il sentiero diviene pianeggiante, incontriamo una coppia di vacche dal manto roano, bianco con macchie rosse tanto per intenderci, che amoreggia. La prima lecca vigorosamente il collo, il muso, il grosso faccione dell'altra mucca, di pari passo la seconda si mette in posa, allunga il collo, si fa coccolare dalla lingua rugosa e bagnaticcia della prima. Una scenetta divertente, proprio inusuale.

Proseguiamo, il cammino si inerpica sul versante settentrionale del Monte Cernera, che non vediamo in quanto è nascosto dalle alte pareti rocciose che sovrastano i nostri sguardi. Forcella Col Piombin, 2.239 m s.l.m., ci aspetta a breve distanza, con essa il pranzo. Panino con la marmellata di prugne, tanto per cambiare tipologia di frutta. Purtroppo il vento teso e freddino ci impone lo spostamento, smontiamo l'accampamento e riprendiamo la marcia per il passo successivo: Forcella Zonia (2.330 m s.l.m.).

Veniamo catapultati nel mondo antropizzato, caotico e incivilizzato al Passo Giau. L'area è colonizzata da personaggi di ogni genere e tipo la cui massima aspirazione in montagna è farsi un selfie con le mucche al pascolo; niente da togliere a queste ultime. Alcuni in ghingheri come se dovessero andare a fare shopping in Via Monte Napoleone, altri pronti per il Moto GP al Mugello, altri ancora con vesti montanare all'ultima moda in “zuava style” con camicia a quadri, pantaloni alla zuava, scarponcini per il vero look da montagna e zainetti per gli alpinisti appassionati dello stile retrò; che dire, pensavo di aver visto il peggio, ma qui rasentiamo l'assurdo. A vedere queste cose rido dal piangere…

Da Forcella Zonia a Passo Giau sono una manciata di minuti su sentiero facile, in leggera discesa. Alla sella, un brevissimo tratto di asfalto fra auto, moto e persone che sciamano in ogni direzione. Oltre, un centinaio di metri di sterrato, il bivio fra il CAI 443 easy e il CAI 443 hard, infine, finalmente, la traccia che ci allontana dal caos cittadino.

Il sole sferza la terra, le piante e le rocce con un caldo afoso, pesante, graffiante, cocente e accecante. Cerchiamo un riparo, l'ombra di un albero o di un macigno, un attimo di tregua dalla calura, dalla stanchezza, dal lontano brusio di voci moleste e di motori rombanti. Lo troviamo accanto a un abete incastonato fra i massi precipitati in ere dimenticate, curvo sotto il peso delle avversità della natura. Mangiucchiamo qualcosina, frutta disidratata e cioccolato fondente. Goduriose sorsate d'acqua ritemprano il nostro animo liquefatto, arrostito. Pochi minuti che sembrano ore, e le energie tornano a fluire e i sorrisi brillano fra l'ombra e la luce, giochi di contrasti fra gli aghi della conifera.

Riprendiamo i nostri passi sul CAI 443 allontanando i pensieri dal sole verso la ferrata che ci attende. Incrociamo una traccia che sale lungo una sassaia colonizzata da rade erbe, ma non capiamo se è la nuova via da prendere o dobbiamo continuare. Il CAI 438 è più avanti? Senza ottenere risposta alcuna, continuiamo, siamo fiduciosi di trovare una determinante palina.

Nei pressi di un esiguo pianoro, un palo con alcune indicazioni segna il punto in cui dobbiamo cambiare direzione di marcia: lasciamo la strada che prosegue e saliamo lungo l'irto versante orientale del Monte Gusela. Alle nostre spalle un enorme masso, grosso quanto un monte, si gode l'ebrezza della nostra faticosa salita, lui imbellettato dai raggi solari, noi grondanti di sudore.

I tornanti sembrano non avere fine, incalzo le marce e allungo. Tengo Giada in vista, sia per dirle dove sono sia per controllare che non si verifichino problemi di sorta. Giunto a una ristretta sella, la aspetto. Oltre il varco si intravede la Ferrata Ra Gusela: una traccia leggermente in salita che ruota verso destra, un solco nella roccia rubato alla montagna, poi un crepaccio rossiccio che corre verso il cielo inseguito da una scala metallica, infine il cielo ove immagino finisca tutto.

Indossiamo l'imbrago, il set da ferrata e il casco. Attendiamo un gruppo di tedeschi che scende dalla via. Con loro precipita un sasso e poi un altro ancora. Urlo in inglese nella loro direzione, non imprecazioni sia chiaro, ma chiarisco di fare maggiore attenzione perché, quei distacchi, posso essere pericolosi se dovessero raggiungere qualcuno, se non addirittura letali. Più in basso, a qualche centinaio di metri, c'è il sentiero CAI 443. Ripeto la lezioncina non appena ci raggiungono e mi rispondono con superficialità che non se ne erano accorti. Mentre si allontanano mi accorgo che uno di loro ha i talloncini di acquisto attaccati all'imbrago, resto basito, esterrefatto, anzi, stercofatto.

Più la montagna diventa una moda, più si incontrano persone impreparate che non hanno minimamente idea di cosa sia la natura. La montagna è natura, ma la natura non è tutta montagna. La natura è una cosa fragile che si inquina e si distrugge facilmente. La imbrigliamo senza fatica come un pesce rosso in una boccia di vetro o un leone in una gabbia di uno zoo, la annulliamo disboscando un bosco secolare, la uccidiamo raccogliendo un fiore raro, cacciando un animale in via di estinzione per abbellire un salotto o liberando specie invasive in habitat fragili. La montagna la puoi inquinare con mozziconi di sigarette, scarnificare con piste da sci o sfruttare nei modi più disparati. La montagna, come la natura, non si lamenta, non piange della disgrazie, non è rancorosa verso l'uomo e tantomento vendicativa, semplicemente aspetta e cambia, guarda e muta, osserva ed evolve, e quando meno ce lo aspettiamo serve noi stessi su un piatto d'argento: noi accompagnati da un sublime contorno di sbagli ed errori, il tutto condito con la stessa arroganza con la quale l'abbiamo vessata. Chi affronta le ferrate facendo cadere i sassi, chi cammina sui ghiacciai con le scarpe da ginnastica, chi percorre sentieri con le ciabatte, chi affronta una via d'arrampicata col temporale in arrivo, chi non conosce il percorso che deve affrontare o la sua difficoltà o tantomeno la relativa lunghezza, chi pensa di andare a fare un facile picnic in alta quota senza l'abbigliamento utile per fronteggiare un improvviso temporale, il vento, il freddo o il buio qualora non si conosca il tempo necessario per il ritorno. Basta un minimo errore e finisce tutto. Poi tutti a piangere chiamando il soccorso alpino, come un Dio invocato a seguito di innumerevoli preghiere. La mancanza di rispetto che l'uomo rivolge a qualsiasi cosa di cui non ha la proprietà è l'esempio calzante di quello che ci meritiamo per il futuro, del singolo e di tutti. Ognuno ha ciò che si merita.

Altra dose di polemica, mi dispiace farvela leggere, ma nessuno vi obbliga a farlo.

Ben lontani dal gruppetto, attacchiamo il primo tratto di ferrata. Inizia con una docile salitella, facile, verticale sulla sinistra e decisamente ripida sulla destra. Agganciati al cavo di sicurezza, lo seguiamo fino a un punto in cui si allarga il sentiero, qui ci fermiamo e attendiamo l'arrivo di una coppia. Che dire, torno a fare polemica. Entrambe senza attrezzatura di sicurezza, lui abile nel muoversi in disarrampicata, lei completamente l'opposto, lui che non si cura dell'incolumità della sua compagna, lei che scende a tentoni fino alla cengia, lui che fa il bulletto come per mostrarle quanto è bravo, lei che ride di tutto questo, noi terrorizzati per la scena, agghiacciante. Ci raggiungono e ci fanno segno di proseguite, io mi rifiuto categoricamente di oltrepassarli con il corpo a valle e loro a monte, quindi slegato. Preferisco restare appoggiato alla roccia, legato al cavo e loro, incoscienti, slegati e baldanzosi per quello che hanno appena affrontato. Ci ringraziano e spariscono dietro la sella. Noi continuiamo scrollando la testa. La via sale ripida su roccia sporca di terra e fine ghiaino, gli zaini pesano e spostano verso l'esterno i nostri corpi, ma con la sicurezza in vita siamo sereni e, soprattutto, sicuri. Quei cinque o sei metri, forse più o forse meno, li oltrepassiamo senza alcuna difficoltà. In cima voltiamo lo sguardo in basso e ripensiamo a quello che abbiamo visto. La vita è una sola, non importa quanto possa essere facile un sentiero, una ferrata o una via di arrampicata, se il pericolo viene sottovalutato la fine è dietro l'angolo. Meglio minimizzare il rischio, abbassare la franchigia puntando allo zero; non vogliamo pagare, o al massimo col costo più basso.

Alcune volte ripenso alla dimenticata selezione naturale che ha portato l'uomo durante tutti i passi dell'evoluzione, penso che la selezione naturale non esista più, è estinta, e noi, ora, siamo nell'era dell'involuzione, della scemenza, della demenza; non rispettiamo gli altri e, a dire il vero, non sappiamo rispettare noi stessi. Alla fine della fiera, mi viene da ripetere un mantra acquisito: ognuno ha ciò che si merita. Sacrosanta verità. A voi la scelta di cosa essere, come vivere e se vivere.

Basta, direi che per ora vi ho annoiati fin troppo, meglio tornare all'avventura, per chi non ha paura.

Torniamo alla ferrata che fu. Siamo un pizzico delusi della sua brevità, pensavamo in qualcosa di più duraturo. In ogni caso la realtà è di una bellezza disarmante: un immenso altopiano carsico si estende verso le vicine cime della Gusela e del Nuvolau, Tofana di Rozes in lontananza è così vicina da poterla toccare, le famose Cinque Torri che in basso troneggiano su prati e boschi, il sole sulla pelle, il vento fra i capelli, la roccia nuda, rossiccia e terrosa ai nostri piedi, in lontananza altre cime e vette, nuvole in corsa nel cielo, lontanissime voci all'orizzonte, il Rifugio Nuvolau che domina il paesaggio dalla sua omonima vetta, la nostra odierna tappa finale, il riposo meritato che ci aspetta, ricordi, emozioni, gioia e bellezza. Ci attende un plateau di roccia carsica, una piana che sembra infinita, bianca, abbacinante, rugosa, intagliata e graffiata, un labirinto di insenature, dossi e avvallamenti.

Il sentiero parte con alcuni segnavia di bianco e rosso dipinti, sono distanziati gli uni dagli altri da alcuni metri di roccia, altri si perdono fra le pieghe del tessuto calcareo per nascondersi alla nostra vista. Il percorso da seguire è una traccia effimera che si perde nella pietra, non c’è terriccio o ghiaia che ne evidenzi le sorti, non ci sono rami spezzati o erba calpestata, non ci sono persone da seguire, solamente pennellate bicolor che dobbiamo cercare a ogni passo. Puntiamo in direzione del Rifugio Nuvolau seguendo le curve del sentiero che disegnano la morfologia di questa landa desolata.

A un centinaio di metri all'arrivo decidiamo di aggiungere una tappa intermedia: Monte Gusela. Tagliamo per la via che si orienta verso Sud e si inerpica docilmente sul versante settentrionale della ormai vicina cima. In vetta ci attende una statua della Madonna, solitaria; ora con due sconosciuti a farle compagnia.

Il paesaggio è immenso, montagne e cime vertiginose, boschi e prati, nuvole turbinanti e cielo azzurro, minuscole persone ai passi, sui sentieri o nei pressi dei rifugi, pascoli e borghi lontani, paesi in lontananza, vento tiepido e caldo sole. Respiriamo la leggerezza dell'aria, la sua freschezza, la sua energizzante libertà. Stiamo così bene in cima a questo cucuzzolo che non vogliamo più tornare alla realtà della nostra avventura, ci basta questa, semplice, unica e mozzafiato.

La realtà dei fatti: il rifugio ci attende e con esso il termine del cammino. La stanchezza rapisce i nostri animi non appena discendiamo il pendio per ricongiungerci al sentiero principale, accusiamo la fatica dei dislivelli, il peso dello zaino, il caldo, il sole che scotta la pelle. Entro quasi in trans, mi sento scisso fra anima e corpo; il riposo nuoce gravemente alla salute. Incontriamo nuovamente il bivio e riprendiamo la via verso sinistra, manca poco. Rimane l'ultima parte della Ferrata Ra Gusela, l'ultima fatica, un breve tratto attrezzato, scale a pioli, e il Rifugio Nuvolau (2.574 m s.l.m.) sul finire.

Annunciamo il nostro arrivo alla rifugista e veniamo rimbalzati, dobbiamo attendere fino alle 16:30 circa per poter accedere alle camerate. Molto strano, inusuale, non ci resta che aspettare i loro comodi. Abbiamo urgente bisogno di una doccia, ma sappiamo non esserci. Abbiamo urgente bisogno di riposo, ma a nostra disposizione ci sono solo tavoli e panche di legno; ci svacchiamo a uno di questi. Ho urgentemente urgenza di mangiare, soprattutto dopo aver visto un delizioso panino imbottito con salamella alla piastra e cipolle caramellate, la birra viene di conseguenza.

Scrivo queste parole con la pace dei sensi, la bocca insaporita di aromi decisi, lo stomaco beatamente sazio, il corpo stanco dissetato con fresca Weizenbier e l'alcol che alleggerisce la mente dal peso della fatica.

All'orario opportuno, praticamente deciso a casaccio dai rifugisti, conquistiamo la piccola camerata in legno. Quattro letti, due per noi e due per chi verrà, e una finestra sul mondo. Scopriamo una curiosità del Rifugio Nuvolau, ovvero che qui ci sono ben tre bagni: uno per gli ospiti della giornata è aperto tutto il giorno, uno è fruibile dopo le cinque quando i mordi e fuggi scendono a valle, uno all'interno dell'edificio è utilizzabile solo dopo cena. Andiamo nel n.2, chiuso. Ci spostiamo di conseguenza al primo, una turca e basta. Rientriamo e chiediamo cosa possiamo fare per darci un minimo di lavata, aprono il secondo solo per noi. Ci laviamo al lavandino con piroette e acrobazie degne di un funambolo, ma la pulizia è accettabile. In alta montagna la doccia è un lusso e lavarsi non è sempre fattibile, in bivacco o in tenda per intenderci o qui.

Torniamo ai nostri ricordi, alle emozioni vissute, all'inchiostro che sporca le pagine, alla bellezza di un sacrosanto riposo.

La cena arriva con il menù alla carta: canederli in brodo annegati da 9 m di neve e polenta con Gulasch io, canederli col burro fuso e cotoletta con patatine fritte per la mia lei. Voto 7.

Il tramonto è alle porte, in massa usciamo tutti nel freddo vento della sera. Nubi e alte nebbie vorticano ammantando le montagne, nascondono le cime e le prime stelle. Le calde ultime luci del giorno giocano a nascondino con l'umidità, e io lotto coi filtri a lastra per ottenere il meglio dalla scena. L'anteprima delle immagini immortalate sembra promettere bene, molto bene, ma in genere a computer le mie aspettative non sempre coincidono con l'emozione iniziale; si vedrà.

Il freddo e l'umido penetrano nelle vesti, la luce sbiadisce e le tenebre prendono lentamente il sopravvento sul paesaggio oramai addormentato. Chiudiamo la settima giornata di fatiche e gioie con un bellissimo tramonto montano, indimenticabile.

È tempo di ritirarci nella nostra camerata e scoprire i due compagni di dormita. Una coppia tedeschi attempati ci saluta con un sorriso, loro sono già sotto le coperte e noi ci apprestiamo a movimentare gli ultimi minuti di luce artificiale. Salire sul letto a castello senza scala è un'impresa, non oso pensare di scendere qualora mi svegliassi per andare al bagno, al buio; come minimo mi ribalto a terra con le zampe all'aria.

 

TAPPA 8

(Rifugio Nuvolau - Rifugio Scotoni)

Il buio è totale, non riesco a vedere la punta del mio naso. Devo urgentemente andare in bagno a cambiare l'acqua al merlo, ma ho seri dubbi sullo scendere dal letto, è decisamente alto. Allungo la mano dove immagino riposi il mio orologio, illumino il suo quadrante e scopro che l'orario di sveglia è troppo lontano per poter resistere ulteriormente; devo muovermi altrimenti al piano inferiore pioverà a catinelle. Non oso immaginare la faccia di Giada inorridita dalla scena tutt'altro che divertente. Come un'ippopotamo appollaiato su un albero, cerco di disarrampicare allungando la punta del piede verso quello che suppongo sia il letto inferiore, non ci arrivo, forse mancheranno uno o due centimetri, forse tre, sono completamente esposto, nessuna protezione mi separa dal baratro e, abbarbicato come un bradipo a penzoloni su un ramo, cerco a tentoni di trovare un appoggio, ma niente. Sono a mezz'aria, oltre la sponda del mio letto, a poco meno di due metri di vuoto, al limitare inferiore il pavimento in legno. Riprovo ad allungarmi verso l'altro letto, sono al limite, non lo trovo, ci riprovo e giù, cado a terra, per fortuna in piedi e tutto integro, tranne per il rifugio che risuona con un eco sordo e profondo. Mi nascondo nell'ombra del buio sperando di non aver svegliato anche i villeggianti di Cortina d'Ampezzo, a qualche decina di chilometri di distanza. Con la sola luce dell'orologio esco con la vergogna stampata in faccia. Il corridoio è illuminato e mi dirigo con lunghe falcate verso il luogo della rinascita.

Rientro in camera, sento l'odio altrui che mi osserva nel buio, colpa di un risveglio rocambolesco e tutt'altro che silenzioso. Mi arrampico con più facilità rispetto alla prima volta, sfrutto il letto a castello opposto per un ulteriore appoggio, risalgo lo strapiombante dirupo e mi accoccolo sotto le coperte col cuore in gola, pulsante come una locomotiva in corsa. Il silenzio è zittito dal battito che tuona nel mio torace, non riesco a sentire se ho svegliato qualcun altro, sento solo il tum tum tum del mio cuore.

Mi giro sul fianco destro sperando di riaddormentarmi, invano; questa è la punizione per il mio trambusto.

A un quarto alle sei ci fiondiamo all'esterno per ammirare l'alba. Il cielo è completamente terso e sfumato di mille colori che variano dal blu intenso, verso Occidente, al giallo, a Oriente.

Non siamo gli unici intirizziti dalla fredda aria, con noi altre sei persone, tutte con lo sguardo fisso verso il sole in procinto di nascere a nuova vita. Scatto alcune foto ai colori del cielo e alle montagne baciate dai caldi toni dell'alba. Non sono propriamente soddisfatto, le mie fotografie avrebbero preferito la presenza di qualche nube spumosa, o tirata dal vento, dipinta con le mutevoli tonalità fredde delle prime ore, calde e romantiche nei minuti successivi. Al contrario, la volta celeste è completamente tersa.

Lo stomaco brontolante richiama ai doveri, andiamo in sala da pranzo per la colazione più triste di sempre: caffè ristretto, pochissime fette di pane, marmellatine e burrini confezionati. Voto 5. Quest'oggi è andata così, speriamo che le prossime siano normali o, chissà, magari anche ricche, dubito.

Raccattiamo i nostri averi dalla camerata, paghiamo il conto e volgiamo i pensieri alla tappa che ci aspetta: obiettivo Rifugio Scotoni. Più che un rifugio ci attende una specie di alberghetto montano. Dopo tanta vita selvatica, un po' di comodità è ben accetta, soprattutto se la colazione è abbondante. Mauro, sempre a pensare e parlare di cibo.

Scendiamo dalla Cima del Nuvolau seguendo una serie di lastroni rocciosi che fungono da sentiero. Più in basso, presso la Forcella Nuvolau, intravediamo il Rifugio Averau.

Il mio solitario neurone propone una seconda colazione, ma la forza di volontà vince sulla proposta indecente; purtroppo ci aspetta una giornata lunghissima e non abbiamo molto tempo da perdere. Ci consoleremo con cioccolato e frutta secca, tanto per placare la bestia che presto si risveglierà.

Raggiunto il rifugio, lasciamo il sentiero roccioso per una noiosa pista da sci, sassi e erba. La monotonia viene soppiantata abbastanza velocemente da un nuovo sentiero che taglia verso sinistra. D'ora in avanti la traccia seguirà il pendio nord-occidentale del Monte Averau, fra tratti pianeggianti e altri leggermente discendenti. La prima parte è all'insegna di prati fioriti, radi larici e numerosi massi e macigni. Gradualmente compaiono i primi abeti e le arbustive prendono il posto delle erbacee. Infine, restano solo le arboree fra le quali spiccano gli abeti su tutte.

Incontriamo le prime persone, in salita, che si dirigono verso i rifugi per noi oramai lontani. Sentiamo che ci stiamo avvicinando alla civiltà, in lontananza aumentano i rumori e suoni provenienti dai motori delle auto, dal clacson dei pullman e dal vociare di alcune persone. Il Passo di Falzarego è vicino, ne percepiamo l'aurea turistica.

Il bosco termina secco in un ampio prato verdeggiante solcato da un baldanzoso torrentello, poco oltre una mandria di persone cerca il sentiero che le porterà chissà dove, lì a due passi la strada trafficata.

Una volta raggiunto l'asfalto, il nostro unico interesse è quello di lasciarcelo alle spalle per tuffarci nuovamente nella nostra selvaggia solitudine.

Presso l'edificio Bar Ra Nona c’è il bivio fra la civiltà e la montagna, ovviamente scegliamo la seconda direzione. Rabbocchiamo le sacche per l'acqua, un pezzetto di cioccolato fondente da sciogliere in bocca e via verso una nuova avventura.

Il sentiero si tuffa immediatamente nel vicino bosco di abeti e qualche rada latifoglia, prosegue poi fra tratti brevemente pianeggianti e salitelle delicate. I quaranta metri di dislivello positivo ci portano con rapidità a una strada sterrata che proviene da chissà dove; ne ignoriamo le origini, ci interessa il suo divenire, le Tofane.

Una prima parte in leggera salita, a destra il quasi verticale pendio e a sinistra il fondovalle di abeti e larici, poi un tratto buio attraverso un tunnel militare scavato nella nuda roccia, la strada si inerpica poi lungo il ruvido pendio roccioso che declina ripidamente dalle vicinissime Tofane. Fra tornanti che guadagnano quota a ogni curva raggiungiamo il bivio che ci costringe a virare rotta: lasciamo la cangiante carrareccia affollata di camminatori per fare nostro un nuovo sentiero. Questo taglia orizzontalmente al di sotto di arcigne bastionate rocciose dalle tonalità grigio-aranciate che ne celano il divenire.

La via corre selvaggia e dà l'impressione di essere poco battuta, in verità risalta netta e ben distinta. Dapprima segue una quota prestabilita tagliando una costa forzatamente scoscesa. In seguito scende ripidamente perdendo metri d'altitudine a ogni passo, la caduta, questa, termina al culmine inferiore di questo tragitto ove la curva ascendente riconquista gradualmente quote maggiori. Lungo questo cammino incontriamo numerosi siti ove giacciono resti della Grande Guerra, edifici militari, bunker, ripari per le munizioni o semplicemente accumuli di sassi, legni e ferraglia dimenticati nel tempo. Con fervida fantasia immaginiamo le vite che hanno respirato questi aspri luoghi inospitali, stagioni fredde, fatiche e sofferenze, la guerra; fantastichiamo pensando a cose che mai, e poi mai, potremo realmente provare e con la speranza che non si ripetano.

Caldo, assenza di vento, afa, umidità dalla stagnante presenza, aria densa e pesante. Pelle calda e madida di sudore, spalle gravate dal peso dello zaino, fatiche passate e presenti, e pensieri volti a quelle future. I nostri volti descrivono una sofferenza intangibile, parole scritte dal rossore della pelle e dalle gocce salate che ne rigano la superficie. Il fiato corto annega nella sospensione acquosa che aleggia nell'etere denso come melassa. Ci fermiamo all'ombra di un gruppo di abeti per sorseggiare un nettare delicato, fluido e rinfrescante, rigenerante, acqua di sorgente, la oramai lontanissima fontana del Bar.

Nei pressi di Alpe Sotecordes captiamo voci lontane e indistinte, ma chiaramente segno di civiltà. Passatemi il termine, siamo “contenti” di questo ricongiungimento cittadino. Per noi la strada sterrata significa abbandonare definitivamente il supplizio interminabile che ci ha preceduti, accompagnati e inseguiti durante questa afosa marcia sotto gli sferzanti raggi del sole. La nuova aria è anch'essa calda, ma è deliziosamente leggera e di facile bevuta. La nuova carrareccia è anch'essa abbacinante, ma scivola rapidamente sotto le nostre affaticate falcate. Questa congiunge il vicino Rifugio Angelo Dibona al più distante Rifugio Tofana, noi non andremo in nessuno dei suddetti, ci limiteremo a percorrerne parte del tracciato per conquistare qualche centinaio di metri di quota.

Ciurme di camminatori, agghindati nella moda domenicale del momento, salgono in grumi di quattro o cinque persone verso i tavoli imbanditi dei rifugi alpini. Li sorpassiamo incuranti del loro vociare, l'unico nostro interesse è il prossimo bivio che, inevitabilmente, ci porterà sul sentiero di ritorno di questo infinito tornante dell'Alta Via delle Dolomiti.

Sia chiaro, molto chiaro, esplicitamente limpido, quasi perentorio nel suo significato, evidenziato e ingrassettato: evitate di percorrere questa superflua traccia che allunga inutilmente un già di per se esteso cammino, sia chiaro! Questo, non perché è di raccapriccianti vedute (sono stupende e panoramicamente sceniche), non perché è di difficile percorrenza (è praticamente pianeggiante salvo per alcuni tratti di salite o discese), non perché in Estate è un supplizio sotto il cocente sole, non perché è infinitamente lungo, non perché vi fa percorrere chilometri di un immenso tornante che vi porta al punto iniziale (a soli duecento metri di quota di differenza), bensì perché l'ultima frase contiene la pesantissima verità che questi zerovirgoladue chilometri di quota sono decisamente meglio se tagliati nella loro linearità quasi verticale, che nei loro sette milioni di millimetri di sentiero alternativo.

Siamo veramente stanchi, anzi no, stufi. Guardiamo il nuovo tracciato che corre parallelo a quello da poco percorso, seppure a 200 m di quota superiore. Malediciamo entrambe la mia testardaggine nel voler seguire l'itinerario per come è stato ideato, ma ormai sia qui, immersi fra stupende pareti di verticale roccia che corrono verso il cielo, ghiaioni a perdita d'occhio, radi fiori sparsi fra i sassi e distinti tunnel della Prima Guerra Mondiale che sbucano dalle aspre falesie rossastre. Il panorama è stupendo, unico, ma faticoso.

La via taglia lungo le propaggini ghiaiose e sassose che si aprono a ventaglio ai piedi delle Tofane, da una parte le verticalità del presente e del futuro, e dall'altra le obliquità del passato.

Il breve spuntino in coincidenza col bivio ci sta dando la forza per continuare, ma da qui a breve dovremo trovare un riparo dagli sferzanti raggi solari che frustano i nostri corpi. Necessitiamo una pausa per riprendere in mano la nostra vita, farla riposare, ritemprare e coccolare con nuove energie.

Camminiamo spediti con gli occhi fissi sui passi, il peso sulle nostre spalle, nelle nostre menti e nei muscoli latticamente acidificati.

Un cartello “Grotta della Tofana” punta nelle viscere della montagna, siamo incuriositi e l'appetito ci solletica la deviazione, ma veniamo inesorabilmente proiettati nel presente: la stanchezza e l'afa, annullano questi pensieri e siamo costretti a rimandare a tempi migliori. La marcia serrata prosegue. Teniamo questa meta per un prossimo futuro.

Manca poco all'arrivo, o meglio alla passata strada sterrata del tunnel che fu. La vediamo a qualche centinaio di metri di distanza, vicina, quasi a portata di mano, ma le energie stanno sfumando nel vento che non c'è e i nostri corpi necessitano ardentemente di carpire nuove energie da una qualsiasi fonte nutritiva. Il paesaggio a noi vicino è brullo, scosceso e non vi è nulla che può minimamente assomigliare a un riparo. Attorno a noi solo sassi e erbe. Un masso, alto forse due metri, allunga una finissima ombra che potrebbe accoglierci. Scendiamo in direzione della massiccia presenza, valutiamo il giaciglio e, incuranti della sporcizia lasciata da incivili, ritagliamo un angolino per noi. Pane con marmellata, cioccolato fondente, zenzero e mirtilli disidratati, e tanta fresca acqua. Alcuni minuti, interminabili, ci separano dalla ripartenza. Non possiamo procrastinare oltre, dobbiamo riprendere il viaggio.

Maciniamo la strada che ci separa dall'arrivo, purtroppo ancora lontano e invisibile. Le Gallerie del Castelletto troneggiano sui nostri sguardi e sulle valli circostanti. Che dire, affascinanti, intriganti, sfiziosamente interessanti da percorrere e scoprire, che dire, arrivederci alla prossima occasione. Ora come ora, l'elenco delle cose da fare in questa zona si allunga a dismisura a ogni passo e, sicuramente, molto altro ancora è ignoto ai nostri occhi, alla nostra acquolina e all'insaziabile voglia di scoprire le bellezze di questo mondo.

Forcella Col dei Bois è a portata di mano. Qui scopriamo i ruderi di edifici militari di vario stampo e fattura, scheletri dimenticati, anime perdute nel tempo, nelle intemperie e nella sciacalleria generale, immagino. Incuriositi da un sito poco lontano, lo raggiungiamo per scoprire quello che supponiamo essere un quartier generale, un deposito munizioni o altro ancora. I duri e impervi paesaggi circostanti, le nuvole grigiastre che corrono nell'azzurro, la grigia roccia e i prati spogli, le vite che aleggiano nella storia di questi luoghi, rendono ancor più drammatico questo ambiente montano.

La cartina in nostro possesso disegna due linee: una continua e una tratteggiata. La prima è quella ufficiale, punta direttamente alla Forcella Travenanzes. La seconda è quella alternativa, punta al Col dei Bois, gira attorno alla Cima Falzarego e, infine, arriva alla Forcella Travenanzes. Entrambe partono dalla quota di 2.331 m e ambedue giungono a 2.507 m. Quale scegliere? Voi cosa fareste? Noi scegliamo a occhi chiusi, o meglio aperti, mentre volgiamo lo sguardo nelle due direzioni: sentiero pianeggiante e ben segnalato da una parte o sentiero in salita e di dubbia leggibilità dall'altra.

Ci incamminiamo seguendo una traccia che in pochi metri si scioglie nelle pietre e nella bassa erba. Minuti ometti di roccia indicano una via che è ben lontana dall'assomigliare a un sentiero. Ci fermiamo, guardiamo alle nostre spalle e il mormorio del dissenso si innalza nel vento. L'ammutinamento è in agguato, ma le speranze non muoiono nel momento in cui veniamo raggiunti da due baldanzosi arrampicatori. Chiediamo lumi, non molto brillanti, ma sufficientemente luminosi per capire dove andare. Col naso all'insù, cerco la via descritta dai ragazzi e, senza perdermi d'animo, porto la mia compagna di avventure verso la salvezza. Scavalchiamo un muro di roccia seguendo una linea erbosa che sale diagonalmente sulla sua verticale parete, sulla sommità compare un plateau montano di prati, sassi e filo spinato.

La cima del colle è in vista, ci separa un pendio lineare intagliato da numerose trincee e alcuni bunker. Il sentiero l'abbiamo dimenticato da tempo immemore e a fiuto puntiamo verso il culmine seguendo le ondeggianti curve del terreno.

Un bunker tumefatto guarda la valle sottostante, solitario e immerso nei suoi pensieri. Una linea di trincea intaglia la roccia solcandone in profondità la pelle, matasse di filo spinato aggrovigliato in ogni dove e perso in ricordi dimenticati, pezzi di ferro ovunque; niente di interessante e degno di nota. Assomiglia a un campo arato, dove le erbacee sono state rivoltate sottoterra e i lombrichi piroettano all'infuori della zolla coi loro corpicini mollicci e succulenti per il merlo di passaggio. Non è rimasto nulla, solo polvere in un deserto di roccia ed erba.

Incontriamo un secondo bunker, sferico, assomiglia a una palla di cannone, una corazza spessa mezzo metro o forse più di pietrisco cementificato, feritoie e niente più. Stranissimo, mai visto niente del genere, affascinante.

Infine, la cima con la sua croce in legno aggrovigliata nel filo spinato arrugginito. Il vento teso, freddo, mormora il silenzio di questi luoghi, trasporta lontano la tristezza verso le cime inglobate da plumbee nubi grigiastre pronte a piangere lacrime di sofferenza.

Col dei Bois rimane alle nostre spalle. Scendiamo seguendo una traccia ben visibile e segnalata che taglia obliquamente verso il sentiero dell'Alta Via delle Dolomiti. Tratti franosi si alternano ad altri rocciosi, i grigi mutano coi rossi, i verdi delle erbacce sono radi all'opposto dei cumuli di filo spinato, lattine rosso-aranciate, pezzi di ferro e travi di legno sbiancato dal sole e dal gelo. Attraversiamo un ruscello e poi riprendiamo la marcia sull'erba. La via ufficiale ci aspetta a breve distanza, la raggiungiamo e volgiamo lo sguardo verso il colle, le emozioni vissute e le immagini di quel che è stato.

Forcella Travenanzes ci attende nel sole e nel vento. Troviamo riparo accanto a un masso poco distante, un solido riparo per una breve pausa, cioccolato, zenzero, acqua e ripartiamo.

Strada sterrata, ghiaioni verso cielo e ghiaioni verso valle, tutto è friabile. Ogni valle, ogni monte, ogni luogo è diverso dal precedente e dal successivo. Seppure la roccia sembra statuaria, sedentaria, ferma e immobile, ha un passato ricco di storie da raccontare, evoluzioni continue, lente e frenetiche, scalate verso l'alto e frane verso il basso.

Mi meraviglio per ogni cosa la natura riesce a regalare, da una foglia secca a una crepa in una parete, da un granello di quarzo a una splendente orchidea selvatica, dallo schiamazzare di un gracchio alpino al volteggiare soave di un'aquila, dal profumo del fieno appena tagliato a quello del sottobosco umido di un fitto bosco.

Noi saliamo, fiumane di gente discendono. Personaggi di ogni tipo sputati dalla funivia, fagocitati dal ristorante e vomitati per il ritorno alle auto.

Sguardo basso, un passo dietro l’altro, e puntiamo verso la Forcella Lagazuoi (2.572 m s.l.m.).

Ci attende una nuova valle, di roccia e di radi prati, che si perde all'infinito in un mare di altrettanta pietra e fili d'erba. A sinistra il CAI 20, a destra il CAI 20A, il primo ufficiale, il secondo variante. L'indomani andremo a percorrere una breve parte del CAI 20, quindi cogliamo l'occasione per non camminare sulla stessa ghiaia oltre una volta, quindi seguiamo i segnavia alternativi. Allungheremo il percorso di poco e il dislivello è praticamente sempre in discesa, quindi non ci preoccupiamo.

La prima tratta è su piatte rocce che in molti punti annullano il sentiero e la traccia diventa un'idea sulla dura pietra. I segnavia bicolor non sempre sono ben visibili e un paio di volte rischiamo di perderli, non perché assenti, bensì perché rivolti al contrario. Non disperiamo e non ci perdiamo. Più avanti, il sentiero è talmente ben solcato nel terreno che è impossibile perderlo: ci troviamo sulla pista da sci, o meglio sull'ampia traccia di pietra e sassi che dovrebbe rappresentarla. Questa scende senza se e senza ma, la seguiamo in silenzio coi nostri pensieri annebbiati dalla stanchezza.

Una marmotta al pascolo si immobilizza al nostro arrivo e scappa a zampotte filate nella vicina tana. Ammiriamo la sua leggiadria grassoccia che traballa a ogni passo, onde sinuose di grasso ondeggianti sotto la pelliccia color nocciola chiaro e scuro.

La pista sterrata segue le ondulazioni rocciose del Lagazuoi Piccolo, con essa anche i tracciolini di bianco e rosso dipinti. In prossimità di Col Boccià, la strada devia verso destra, mentre segnaletica e cartina indicano la direzione opposta. Non sappiamo minimamente dove si dirige la finta carrareccia; se non fossimo stanchi lo potremmo immaginare osservando attentamente la mappa. Sappiamo con certezza assoluta dove è diretto il sentiero: dapprima Forcella Sellares e infine Rifugio Scotoni.

Il sentiero scende gradualmente seguendo i profili collinari dei dossi una volta ricoperti dai ghiacci che in tempo immemore nascondevano questi luoghi. Ora prati e sassi, roccia, ghiaia, rigagnoli, radi pini e larici.

Forcella Sellares ci attende a quota 2.250 m. Oltre il suo confine una nuova valle con una lontana strada, un rifugio e un laghetto. I nomi vengono ben presto dimenticati, i nostri neuroni hanno altri pensieri per la testa: l'arrivo.

Puntiamo verso Nord-Est, tagliamo in costa il dosso, risaliamo, imprechiamo all'incrocio con un sentiero intravisto in precedenza e, poco oltre, la pista da sci in veste estiva. A saperlo evitavamo di allungare ulteriormente il tragitto, pazienza. La via scivola verso valle con ripidità decisa, secca, che taglia le gambe doloranti, le ginocchia risentono della lunga fatica, del peso dello zaino e l'assenza di energie.

Torno alla realtà nell'incontrare pini, di che razza e specie non saprei proprio, che inaspettatamente caratterizzano l'ambiente circostante coi loro tronchi contorti, vecchi, arsi dal vento e dal freddo, dal tempo e dalle infinite esperienze di vita che hanno veduto. Sono molto affascinanti e, mi ripeto, inaspettati. Fino a questo momento, lungo tutto il tragitto dell'Alta Via delle Dolomiti, mai avevamo incontrato un ambiente così fascinoso, oserei dire magico.

Torno alla realtà nell'incontrare nuovamente la mia stanchezza che martella, passo dopo passo, le mie articolazioni. Chissà quanto manca: dieci minuti o più, un'ora o più. Siamo nel buio di questo estenuante pomeriggio. La mia compagna trotterella avanti a una decina di metri, io arranco in discesa puntellando le racchette per ammorbidire ogni passo.

Un lontano vociare, quanto mai desiderato, giunge alle nostre orecchie assieme alla vista di un ampio pratone verdeggiante, minute persone, vacche al pascolo, il rifugio tanto sognato, bramato. Sorrido dal dolore, piango dal sudore, la vista si incrocia e le fatiche si annebbiano. Stringo i denti, imprecazione dopo imprecazione conquisto il pianoro sottostante.

Un centinaio di metri ci separano dalla meta, un guado in secca, alcune mucche, dei bambini zampettanti attorno a due alpaca e l'arrivo. Un attimo, alpaca? Vedo bene o è un miraggio? Giada mi rimprovera che non l'ho ascoltata, quando eravamo a casa mi aveva già anticipato di questa presenza sofficiosa, ma il mio neurone l'aveva bellamente dimenticata. Sbuffa e si lancia verso i due paffutelli cugini dei lama. Io tiro dritto, li ammiro in corsa e mi tuffo sulla panchina finale. È finita!

Ora, facciamo il punto della situazione: stremati, stanchi, puzzolenti, sporchi, affamati, assetati e quant'altro non mi viene in mente da scrivere. Entriamo in rifugio, albergo direi, e veniamo accolti da un baldo giovanotto con gli occhi palesemente annebbiati da qualche birra di troppo, sorrido e penso a quanto lo ammiro. Ci accompagna nella camerata da quattro, con bagno annesso e doccia calda senza gettoni, ridiamo dalla gioia e pensiamo a quanto invidiamo noi stessi.

Camera in legno chiaro, immagino di larice. Due letti a castello, un ampio bagno con paradisiaca doccia calda, un wc privato, un lavandino tutto nostro, un terrazzo dove stendere i panni da lavare, una stanza ampia per potersi muovere e far esplodere i nostri zaini senza invadere spazi altrui. Lusso, sfrenato aggiungerei.

Smontiamo gli zaini pensando alla doccia, laviamo i panni pensando alla doccia, stendiamo i vestiti gocciolanti pensando alla doccia, pensando alla doccia attendo Giada mentre sguazza sotto la doccia. Al mio turno, sciolgo ogni singolo muscolo sotto il caldo getto, ogni singola stilla di energia rimasta si diluisce nell'acqua che fluisce nello scarico. Ne esco rigenerato e demolito, nuovo e stanco morto.

Come usciamo dalla stanza entra una coppia, anche loro in cammino sull'Alta Via, ma in senso contrario al nostro. Loro si riprendono dalle fatiche, noi ci fiondiamo all'esterno per godere degli ultimi raggi di sole. Meritatissimo relax in attesa della cena. Weissbier per me e Coca Cola per lei, entrambe a ridacchiare nelle buffe figure al pascolo, animali teneramente bizzarri.

Prendiamo posto a un tavolo in legno immerso nella fresca aria che aleggia nella valle. Ne rivendichiamo la proprietà fittizia inondandolo con le nostre cianfrusaglie: quaderni, biro, carte da gioco e il mio powerbank al quale dipartono cavi diretti all'orologio e ai cellulari, un groviglio di tecnologia. A poca distanza dei bambini importunano gli alpaca che, indifferenti, brucano la rasa erba ai loro piedi.

Il sole è incastonato nella cornice disegnata dai pendii scoscesi dei vicini monti, si muove molto lentamente nel suo degradante arco celeste. I caldi raggi luminosi penetrano nell'incavo montano irradiando piante, rocce e le nostre membra stanche. Chiudo gli occhi, inspiro a pieni polmoni la leggerezza dell'aria, i suoi profumi che parlano di bosco, roccia, terra, erba, resina e legna. Una calda coperta mi copre la schiena con un tepore rigenerante, morbido, avvolgente, sensuale. Vorrei sdraiarmi e perdermi nell'eternità del momento, sciogliermi come neve al sole e diventare linfa per il terreno, dimenticare le fatiche ed evaporare nell'etere del meriggio agostano. Torno alla realtà quando una fredda goccia di condensa scivola sulle dita della mano, sorseggio la birra coi pensieri rivolti alle esperienze appena trascorse.

Il tepore dell'aria si stempera con le fresche sorsate che solleticano la gola. Percorriamo nuovamente ogni centimetro dei sentieri calpestati quest'oggi, ogni filo d'erba incontrato, ogni sasso scricchiolato. Ci emozioniamo nuovamente quando viviamo ogni singola sensazione, le bellezze e le fatiche, il caldo e il sudore, i profumi, i sapori e la contentezza del vivere il lungo viaggio, le sue scoperte e le svariate novità.

La realtà ci sfugge di mano non appena il sole scompare gradualmente fra le fronde di lontani larici, poi fra erbe e rocce e, infine, l'ombra ci inghiotte. La temperatura degrada lentamente all'allungarsi dei bui toni delle sagome montuose proiettate dalle luci nascoste del sole. Al trascorrere dei minuti si estendono conquistando la valle, ne passa uno e scompare un ciuffo d'erba, un altro e il corrispettivo rododendro, un'altra manciata e il relativo larice, diversi altri ancora e il crinale lentamente si spegne in toni verde scuro, divengono più cupi con l'incalzare dell'oscurità. Il tempo svicola via assieme alle ombre.

Ora, pensiamo alle cose serie, la cena. Arriva, finalmente, un rifugista per rapire le nostre ordinazioni: penne col ragù per lei, rusticiada e strudel per me. Poi scompare alla stessa velocità con cui è piombato al tavolo. Una manciata di minuti e arrivano i nostri piatti, peccato non poter divorare anche la ceramica sulla quale sono arrivate le pietanze, abbiamo una fame animalesca! Voto 7.

A cena terminata, soddisfatti e piacevolmente sazi, rientriamo nel salone principale per ottemperare alle ultime partitelle a carte, Machiavelli prima e Scala 40 dopo. Giada massacra il mio ego per disintegrarlo all'ultimo match.

Col calare delle tenebre sul mondo racchiuso nella valle, spostiamo i nostri corpi verso quella che si prospetta una dormita epocale, nel lusso di questo albergo. Notte mondo, a domani per un'altra avventura.

 

TAPPA 9

(Rifugio Scotoni - Rifugio Fanes)

Un rifugio o un albergo? La differenza la noto immediatamente dopo ben 8 ore di sonno ininterrotto, esatto, quattrocentottanta minuti filati, ventottomilaeottocento secondi di beatitudine. Apro gli occhi allo scoccare delle 5:00, presto direte voi, ininterrotto ripeto io. Che dire, un record!

Con flemmatica lentezza la camerata si desta e con altrettanta calma ci prepariamo. Non abbiamo alcuna fretta di fiondarci sul sentiero, oggi sarà una camminata all'insegna della tranquillità: raggiungeremo il Rifugio Fanes verso mezzodì e, anche prendendocela comoda, arriveremo giust'appunto per pranzo.

In sala siamo i primi, ma non soli, con noi ci sono due rifugiste indaffarate a imbandire un buffet. A prima vista, la vista si annebbia. Caffè espresso, succo di mela e spremuta d'arancia, biscotti secchi e brioches fumanti, cereali di varie tipologie, torta al limone una e al cioccolato l'altra, marmellate varie, yogurt bianco e ai frutti di bosco, uova sode, formaggio, salumi e altre chicche che purtroppo ora non ricordo.

Gli occhi hanno ingurgitato talmente tante leccornie da farne indigestione e lo stomaco brontola. In bocca sento accumularsi la saliva che, se non faccio attenzione, a breve inizierà a colarmi dalle labbra; ho la salivazione all'ennesima potenza.

Stamane recupererò tutte le energie perse da ieri all'anno del mai fra brioches, yogurt ai frutti di bosco condito con cereali e semi vari ed eventuali, biscotti secchi per non disdegnarli come fatto dagli altri commensali, torta al limone e, perché no, anche al cioccolato. Ovviamente caffè e abbondante succo di mela per bagnare il tutto. La gola non è completamente soddisfatta, seppur lo stomaco dica il contrario. Voto 9.

 

Usciamo, un'altra giornata di scoperte ci aspetta.

Salutiamo Blanco, bianco di nome e di fatto, e Garibaldi, rosso di nome ma non di fatto, i due alpaca. Il primo ci osserva con occhi guardinghi mentre rumina vistosamente nel giardino privato della dependance del Rifugio Scotoni, il secondo supponiamo stiamo ronfando nella suite presidenziale sul suo comodo giaciglio di paglia.

Attacchiamo il sentiero pianeggiante con i pensieri ancora immersi nella colazione. La pelle viene solleticata dalla fresca umidità dell'aria che stagna nella valle, il prato è umidiccio e nel cielo ondeggiano alcune nuvolaglie color tortora. L'alba è oltre le alte cime, ne irradia i versanti orientali con tinte calde e avvolgenti; noi, al contrario, siamo ancora immersi nei toni ombrosi dei monti.

Quest'oggi il percorso è diviso in due parti: ripido in salita durante la prima tratta e dolce a seguire fino alla meta finale, Rifugio Fanes.

Una prima rampa ci attende a qualche centinaio di metri: una mulattiera che sale ripida all'interno di una gola stretta e verticale, tornanti su tornanti di sassi e ghiaino, un percorso rubato all'aspra roccia dove gorgheggia un allegro torrentello. Accerchiati da alte pareti dalle forme informi, saliamo in tranquillità accompagnati dal fruscio dell'acqua che saltella verso valle.

Questo primo sentiero termina su un dosso, poi discende lentamente portando i nostri passi verso il Lago di Lagazuoi. Immerso fra mughi spumosi e vissuti pini dai tronchi contorti, il laghetto alpino è un'asi nella dura roccia che lo sovrasta, alte cime dalle impervie pareti di roccia grigia e rossiccia.

Dal Passo di Lagazuoi, a un paio di chilometri di distanza, avanza un denso banco di nebbia che ingloba qualsiasi cosa incontra lungo il suo avanzare imperioso. Ho il timore che in meno di dieci minuti, forse più, possa piombare su di noi e rapirci assieme alle rocce, ai prati, alle persone e agli alberi mangiati fino a questo momento. L'evoluzione dei venti apre uno spiraglio nel banco umido e un alone di luce lo trafigge oltrepassandolo. Al di sotto della bruma, nel punto in cui le cime si incurvano su se stesse, si abbassano e si incontrano, prende forma un portale verso l'ignoto, spettrale, magico. Rimaniamo ad ammirare lo spettacolo per secondi interminabili che sfumano nel vento nell'attimo in cui una folata chiude ermeticamente la porta verso l'altra dimensione.

Saliamo verso la Forcella del Lago. Dapprima un taglione sul ghiaione che riveste le viscere della Cima Scotoni, poi una seconda rampa zigzagante che si arrampica in una stretta e angusta gola. Oltre, in cima a tutto e sotto le alte vette, lo stretto passo ci aspetta. Ogni curva a gomito è una lotta dell'uomo con la natura: tronchi d'albero per trattenere detriti, roccia e ghiaia, in attesa di frane che prima o poi cancelleranno nuovamente la traccia umana. L'uomo contrasta annualmente l'inevitabile e la natura a ogni stagione invernale scarica immani pesi verso valle vanificando ogni sforzo antropico. Alcuni tratti sono relativamente recenti, altri sono datati, altri ancora sbrindellati da un masso o una slavina.

In vetta all'ogivale sella salutiamo una valle per incontrarne un'altra. In basso, lungo lo sviluppo terminale della nuova ramificazione montana, intravediamo la strada sterrata che ci porterà al Rifugio Fanes.

Scendiamo. I ghiaioni di pura roccia vengono sostituiti passo dopo passo da altri con basse erbe e fiori gialli. Questi, a loro volta, lasciano il campo a boschi di rododendri e, infine, resta solo il fondovalle dove un ampio pratone prende il sopravvento. La stradina sterrata, fin dal suo incipit, si rivela per i nostri spiriti, occhi e piedi di una noia mortale paragonabile al trapasso stesso. Il paesaggio è diviso in due mondi: quello inferiore di roccia e piante, quello superiore grigio come le nubi che lo celano. Gli alti pendii e le vette acuminate divengono parte della nostra fantasia, rosa sfumati di viola i primi, cubici e romboidali i secondi, pterodattili a volteggiar nel cielo; l'immaginazione gioca sempre brutti scherzi, ma tanto nessuno può criticarci, non si vede nient'altro al di fuori di erba, mughi, ginepri e radi abeti, e ovviamente le alte nebbie. In ogni caso, sopra o sotto che sia, è tutto insipido e noioso. Andiamo oltre.

Malga Fanes, un edificio di legno in stile montanaro appollaiato su un dossetto che si erge nella radura. Un laghetto informe dalle acque limpide è a poca distanza, da esso fuoriesce un ruscello le cui rive sassose si dirigono nel cuore di una valle ignota. Alcuni asini brucano placidamente ai suoi margini, sono talmente intenti nel loro pasto che non si accorgono dei passanti in loro osservazione. L'erba fresca è irradiata da un timidissimo sole che sbianca le plumbee nubi; col trascorrere del tempo si sono assottigliate lasciando intravedere sagome di imponenti monti.

Una breve salitella ci porta al Lago di Limo, al pascolo ci sono diversi cavalli. Sul prato soleggiato mettono in mostra la loro bellezza, alti, statuari, imponenti, con la criniera al vento come modelle su un set fotografico. Nei pressi del laghetto mettono in mostra la loro bellezza, bassi, tozzi, sporchi, con la criniera insudiciata di terra e aghi di mugo come maiali in una porcilaia. Stessa specie, due mondi diversi. Mi vedo proiettato in un film di Tolkien, elfi i primi e troll i secondi. Direi che calzano a pennello, una descrizione semplice e implacabile. Un piccolo orchetto dalla criniera impreziosita con una treccina sgraziata importuna tutti i turisti che gli capitano a tiro senza ottenere coccole o leccornie, alcuni si lasciano avvicinare mentre altri, come noi, tengono le distanze per evitare apprezzamenti troppo focosi, caccolosi o zeccosi. Cavalli i primi e poni i secondi.

Ronzio di drone, è vietato nel Parco! Brontolo come una pentola di fagioli sul fornello, Giada alza gli occhi al cielo, non per cercare il quadricottero, che manco si intravede nell'azzurro cielo, bensì per esprimere la sua rassegnazione a questa situazione polemica. Torno sui miei passi chiedendomi se vale veramente la pena rispettare le regole o è meglio fregarsene bellamente come il pilota qui presente, che purtroppo non individuo altrimenti una ramanzina è d'obbligo. Poi ci chiediamo il motivo per il quale le regole divengono sempre più restrittive col passare degli anni. Sorvolo, ci allontaniamo con i miei borbottii che si disperdono nel vento.

Nel frattempo, le nuvole hanno parzialmente liberato il cielo, ora si vedono distintamente vette e alte valli, crinali ripidi e forme astratte delle formazioni rocciose che caratterizzano l'ambiente circostante. Non è completamente terso, resistono qua e là alcune nuvolaglie dalla consistenza effimera. La temperatura è gradevole, il sole è caldo e la fresca brezza gioca piacevolmente sulla pelle nuda.

Oltre un dossetto intravediamo l'arrivo, il Rifugio Fanes e decine, se non centinaia, di turisti. Questo, a differenza del Rifugio Scotoni, sembra decisamente un albergo montano più che un rifugio.

Ci separa solo un tratto di strada sterrata fra radi abeti per concludere l'odierna camminata. Discesa facile e in una manciata di minuti scriviamo la parola fine alla nona camminata.

Alla reception dobbiamo attendere alcuni minuti prima d'essere accolti, sono tutti estremamente affaccendati a soddisfare le esigenze dei vari clienti che, a onor del vero, sono tantissimi. Ci aspettavamo parecchie persone, ma non così tante. Nell'attesa osservo attentamente i piatti che si avvicinano e poi s'allontanano dai nostri sguardi, tutti, nessuno escluso, sono assolutamente sfiziosi. Brontola lo stomaco, ha pienamente ragione.

Quella che supponiamo essere la proprietaria del rifugio anticipa i nostri passi verso i punti chiavi dei servizi compresi nel pernottamento: sezione deposito scarponi (con annesso riscaldamento pedule per asciugarle dall'umidità interna), camera da dieci posti (con addirittura due letti a castello a tre piani abbinati a relative vertiginose scale a pioli), bagni con docce calde, sala da pranzo per cena e colazione.

Fase 2: letto a castello vicino alla porta (posizione pratica in caso di necessità notturne), letto al piano terra (posizione pratica per non ripetere il disastro rocambolesco di due notti addietro) e a ridosso dell’ingresso (posizione pratica per poter aprire l'uscio in caso l'aria dovesse diventare pesante e la concentrazione di ossigeno scendere al di sotto della soglia fatale). L'unico aspetto negativo è l'essere nel punto di passaggio di un'intera camerata, ma non penso si crei tanto traffico notturno per andare alla toilette.

Fase 3: doccia calda e profumata; a dire la verità, quasi manco abbiamo sudato durante l'escursione numero nove. Fase 4: lavare e stendere i panni, i doveri vanno assecondati.

Fase 5: puliti, ordinati, presentabili al pubblico, ci fiondiamo all'esterno alla ricerca di un tavolino per poter pranzare. Fase 6: Weissbier per me e acqua per lei, piatto dell'alpinista (salsicce, costine che si sciolgono in bocca, patate e crauti) per me, e tris di canederli con spatzle su letto di crauti per lei, i crauti per me ovviamente. Voto 9.

Con la mente leggera per aver goduto di ogni stilla di dolce grasso sciolto in gola e a ogni morso di quelle sensuali costine, senza nulla togliere a tutto il resto, e con la pancia appesantita dalla godereccia manciata, ci incamminiamo per un giretto rilassante. Seguiamo la carrareccia che punta verso il visibile Rifugio Lavarella, poi un sentiero che trotterella fra i rigagnoli di un ruscello e, infine, nel bosco di abeti e larici fino a tornare al punto di partenza.

Siamo riusciti a tirare avanti oltre la metà del pomeriggio, ne resta un'altra lunga porzione.

La cartina indica un laghetto innominato verso valle, non lontano dal rifugio, forse qualche centinaio di metri, non oltre. Puntiamo in quella direzione muniti di libro lei e appunti io. Obiettivo: lettura e scrittura in un luogo soleggiato, vicini alla riva della pozza palustre.

Non ho accennato alla fauna locale, una grave dimenticanza. Ne parlo solo ora in quanto posso ritenere d'aver incontrato gli esemplari maggiormente rappresentativi. Quello che all'inizio pensavo a uno scherzo di carnevale fuori stagione, ora viene palesemente incorniciato nell'arco alpino, alte vette, abeti dai cupi verdi, erbe dondolanti nel vento, ruscelli zampillanti d'acqua purissima e vacche al pascolo. Le specie principali sono tre: la prima ci rappresenta, ma siamo in minoranza; la seconda va per la maggiore, centauri su biciclette ultra-mega-iper-futuristiche che macinano la ghiaia sotto le ruote con una facilità disarmante, ovvio sono elettriche; la terza è quella più pittoresca e carnevalesca, ovvero individui dalle livree sgargianti alcuni e inamidate altri, tutti alla moda del momento in montagna, pantaloni alla zuava, camicette di cent'anni fa, o forse acquistate il giorno prima a Cortina d’Ampezzo, Timberland slacciate con la linguetta slanciata verso i monti, zaini nuovi di zecca del simil-periodo pre-Prima Guerra Mondiale, tutti imbellettati e profumati. Abbiamo letto in ogni dove che questa è la terra della marmotta, eppure morbidose salsicce pelose manco l'ombra o un lontanissimo fischio. Al contrario, tutt'altra fauna.

Scriviamo le nostre ultime memorie in un angolo della valle isolato da tutti, lontani da questa gente che, non appena tornerà a casa, racconterà di aver scalato vette in bicicletta o aver figheggionato al rifugio d'alta montagna. Sia chiaro, lungi da me l'essere invidioso, rido scrivendo queste parole e mi piscio addosso dalle risate nel ripensare a questi momenti esilaranti. Non potete minimamente immaginare il loro vestiario, impareggiabili queste scenette. Avete ragione, sono il solito polemico, ma a ripensarci tornerei in quei luoghi solo per ammirare nuovamente queste specie alloctone.

Il ruscelletto serpeggia fra i sassi e le sponde erbose, chioccia e singhiozza nei turbinii che lo portano verso il laghetto senza nome. Attorno ai prati che lo accolgono svettano le variopinte arnie brulicanti di api ronzanti, queste piroettano da un fiore all'altro alla ricerca delle mielose leccornie. Il sole gioca con le poche nuvole rimaste e un venticello racconta le memorie dei monti e dei boschi.

Il sole rivolge le attenzioni ai lati nascosti del mondo e pian pianino si assopisce oltre l'orizzonte della valle. La brezza diviene freschetta e ci obbliga alla ritirata. In rifugio chiediamo ospitalità all'interno della sala maggiore, con sbuffi da parte dei camerieri indaffarati a imbandire quello che si prospetta una tavolata da esercito, ci relegano in un angolino. Le numerose partite a carte, bagnate da Weissbier e Coca Cola, ci portano alla parola fine della giornata, la cena.

Siamo alla tavolata con altri sei ragazzi, altre tre coppie. Ognuna con una storia da raccontare e progetti da concludere. Noi facciamo la nostra parte per ingolosire coloro che percorreranno i nostri passi e ci facciamo un'idea di quello in attesa per gli ultimi due giorni a venire. La posso chiaramente definire come la sera più bella fra tutte quelle trascorse, quella in cui siamo riusciti a conoscere altri avventurieri, altre avventure, nuove storie, vite, esperienze, sorrisi, battute e bellezza. Sarò e rimarrò un orso, ma parlare con le persone mi riempie di soddisfazione, conoscerle e imparare da loro, aprire lo sguardo verso mondi sconosciuti e lontanamente sfiorati. La bellezza è anche questo.

Grave dimenticanza, avete ragione, mi sono dimenticato di citarvi la cena, ma non disperate, eccola: cianci alle rape rosse ripieni di formaggio grigio per me, cotoletta alla viennese con patate fritte per lei. Voto 7, avrei preferito un piatto più abbondante, ma ottimo.

 

TAPPA 10

(Rifugio Fanes - Rifugio Biella alla Croda del Becco)

La differenza di temperatura fra la camerata e il corridoio è identica a quella fra l'Estate e la Primavera, l'umidità è agli stessi livelli; sono le 1:45, di ritorno dalla toilette. Al mio rientro mi schianto contro un muro invisibile e intangibile dell'aere denso come melassa, mi sdraio e lascio scostata la porta per poter respirare. Percepisco movimenti ai piani alti, si è svegliato qualcuno, scende lentamente dalla scala in legno e scosta la finestra; non sono l'unico a morire di caldo. Mi giro e chiudo gli occhi, li riapro alle 6:00. È presto, manca ancora un'ora alla colazione. Tutti dormono, io non resisto ad aspettare ed esco per respirare nuova aria. In anticipo su tutti, mi preparo. Lavato e stirato, sgattaiolo all'esterno per tuffarmi nella frescura del mattino.

Ore 7:00 spaccate si apre la porta del salone dal pranzo e un fiume di affamati si riversa al suo interno come una marea oceanica. Immaginavo una scena in stile locuste in un campo agricolo e, invece, siamo tutti ordinati e rispettosi. La nostra tavolata è vuota, siamo i primi, ma veniamo raggiunti ben presto da tutti gli altri che, alla spicciolata, occupano i posti rimasti vuoti. Sono più contento nel ritrovarli che nel pensare al cibo. Le ultime chiacchiere prima dell'addio accompagnano pane scuro ai semi e abbondante Nutella, brioches ripiene di purea di mela e caffè. Voto 7.

 

Salutiamo gli amici che mai rivedremo, con gli auguri di buona giornata che si perdono nella cacofonia dei commensali multietnici. Ultimi preparativi prima di lasciare il rifugio e poi, un passo alla volta, riprendiamo gli scarponi caldi e puzzolenti, riempiamo le borracce con l'acqua della vicina fontanella e partiamo per la penultima scampagnata.

La tristezza causata dall'avvicinarsi della parola fine mette le prime radici nel nostro animo, ma la bellezza di tutte le esperienze passate controbilancia questa minuta cupezza.

Il cielo è sereno, limpido e la luce del sole scalda la terra umida e fredda, è una bellissima mattinata!

Andiam, andiam, andiamo a camminar…

Seguiamo la strada sterrata che declina pacatamente verso il fondovalle. Una coppia di mucche scozzesi, marrone una e nera l'altra, rumina l'erba inzuppata dalla rugiada in un pascolo prospiciente la strada. Poco oltre, altre vacche intende a godersi i primi raggi di sole. Separate, avranno padroni differenti oppure si trovano antipatiche le une con le altre o semplicemente parlano una diversa lingua ruvida.

Perdiamo quota e l'ambiente cambia, mutano i terreni e le rocce, con essi anche la vegetazione. Prima abeti e larici, prati e tanto verde, ora mughi e rade erbacee, roccia, sassi e ghiaia, fanno da padrone al paesaggio. Larici e abeti sono rari, esemplari caparbi e intrepidi che lottano per la sopravvivenza in un ambiente confacente ai mughi più che alle alte aghifoglie.

Da un primo tratto leggermente in discesa passiamo a uno pianeggiante che, mappa dicendo, dovrebbe costeggiare un laghetto. Camminiamo, ma di questo nessuna traccia. Peccato, sarebbe stato carino incrociarlo.

La carrareccia è noiosa, quindi cogliamo la prima occasione per evitarla e ci fiondiamo in un sentiero, una linea tratteggiata sulla nostra cartina. Questo corre, a grandi linee, parallelo alla via maggiore, ma a differenza della seconda è decisamente più vario.

Attraversiamo un pianoro sabbioso costellato da un universo intero di orchidee selvatiche, impazzisco nel vederle, ammirarle, adorarle; sono stupende! E sono veramente tantissime, centinaia se non addirittura migliaia.

Il sentiero sale gradualmente per superare un dosso sassoso per poi ridiscendere rapidamente. Sulla sua sommità voltiamo lo sguardo per studiare i dettagli del panorama e, in lontananza, intravediamo il laghetto nascosto che effettivamente era a qualche decina di metri dalla strada maestra.

Scendiamo. Ora la via si fa più decisa, serpeggia nella rada macchia fino a raggiungere la sorella maggiore. Al tornante di incrocio fra le due vie, riprendiamo lo stretto tracciato che tortuosamente punta al fondovalle. Incontriamo i primi escursionisti della giornata, in salita verso laghi e rifugi. Salutiamo tutti, alcuni sorridenti altri molto meno, già coi goccioloni di sudore a rigare i visi.

La valle, un insieme di ripide o verticali pareti di roccia rossastra, è costellata da ghiaioni che scivolano verso valle, questi sono scavati da profondi solchi creati durante le forti piogge, così immagino io, e da grossi massi sparpagliati un po' ovunque a seconda da dove sono precipitati.

Giungiamo infine al Rifugio Pederü ove un'orda di turisti attende dalla guida la spiegazione sul percorso che andranno ad affrontare per raggiungere il Rifugio Fanes. Guardicchiamo con loro i pannelli informativi, senza perdere troppo tempo e poi ci allontaniamo. Entrambe i gruppi si muovono: noi in una direzione, loro nell'altra con la guida di testa e quella di coda a chiudere il gregge; vedendo i personaggi poco montanari, direi anche a raccattare i moribondi.

Parte una nuova strada, non in discesa, bensì aspramente in salita. Dapprima sterrata e poi asfaltata, sale di quota con strappi e tornanti. Costruita dall'esercito durante la guerra, si rivela fin da subito impegnativa per noi escursionisti, non oso immaginare per i soldati alle prese con fardelli impossibili o armi pesantissime e ingombranti. I tornati sembrano non finire mai, ma questo non frena la voglia insita nelle mie gambe che iniziano ad accelerare a ritmo incalzante, sostenuto. Il fiato regge, il passo pure, la schiena coi 18 kg idem. Lo zaino sembra evaporare dalle mie spalle, macino l'asfalto imperlato di pigne come se niente fosse e distacco Giada che si allontana alla mia vista. Sarà l'allenamento di questi nove giorni oppure il ripieno alla purea di mele delle brioches di stamane? La seconda, senza alcun ombra di dubbio.

Fermo la locomotiva impazzita al primo pianoro, il fiato torna immediatamente alla normalità e il cuore è silenzioso. Infarto?

Giada arriva con un sorriso enigmatico stampato in viso, mi crede matto o forse dopato. Voto per la prima.

Altra salitella, questa volta parto in velocità fin dal principio per poi rallentare e fermarmi nuovamente in concomitanza con un bivio. Con Giada mi raggiungono anche tutti gli altri camminatori sorpassati in volata.

In una minuta radura cogliamo l'occasione di scaldarci coi raggi di sole che penetrano attraverso le nuvolaglie. Una fugace merendina a base dei soliti ingredienti: frutta disidratata e cioccolato fondente, acqua a bagnare.

Spalla destra verso una falesia strapiombante, chissà che stupende vie si potranno inventare i più forti arrampicatori, e sinistra verso il bosco di abeti e mughi. La coda dell’occhio coglie un movimento rapido e inaspettato, mi congelo sul posto, volto lo sguardo in quella direzione e uno splendido scoiattolo rosso come una fiammella si sposta da un mugo a un altro per poi fermarsi accanto a una pigna. Gesticolo nascostamente verso Giada per dirle di avvicinarsi più velocemente, ma nel momento in cui arriva e allunga la vista verso il dolce animaletto peloso, resta solamente una spumosa coda evanescente vaporizzarsi nei mughi. Sono estasiato, felicissimo dell'incontro! Abbiamo ancora in testa la dicitura “terra delle marmotte”, ma dove diamine sono? A parte mucche, uccellini canterini e lo scoiattolo, altro non c’è.

Ennesimo bivio: verso sinistra (la strada sterrata è accoppiata all'Alta Via delle Dolomiti per il Rifugio Sennes) o verso destra (il sentiero a tratti indicato nella cartina che punta verso Rifugio Munt De Sennes)? Noia assicurata o incognita? Ovviamente la seconda, che domande.

Saliamo fra radi abeti lungo il pendio boscoso del Col di Lasta fino a quando i mughi prendono il sopravvento sull'ambiente. I miei occhi saettano su tutte le piante, mi impegno al massimo delle mie prestazioni oculari per catturare il minimo movimento, ma nessuno scoiattolo in vista. Lungo tutta la morbida ascesa ho sperato in una seconda apparizione, ma niente, manco un animale, solo alcuni insetti a volteggiar nel cielo.

Sussegue un tratto piano e immediatamente dopo discende. La volta celeste è tutt'altro che celeste, l'azzurro del primo mattino è stato cancellato da un tenue grigiore, uniforme e spettrale. In lontananza percepiamo l'avvicinarsi di un'aurea maggiormente minacciosa, plumbea e arcigna, maligna. Allunghiamo il passo, la meta intermedia è a portata di vista.

La discesina cede immediatamente terreno a un pianoro che inciampa nella salita successiva. Una marmotta sghignazza in lontananza, non la vediamo ma ne percepiamo l'acuta presenza.

Nel lontano grigiume occidentale scorgo dei movimenti circolari, a chilometri di distanza ci sono due grossi rapaci che serpeggiano nell'umido etere a caccia di una preda. Purtroppo il mio corredo fotografico non prevede un 600 o 800 mm, quindi rapisco la compatta della mia compagna che arriva fino a 720 mm. Non sarà un'ottica fissa con una qualità professionale, ma mi posso accontentare. Lo zoom si allunga fino alla sua massima distensione, cerco faticosamente i due puntini con le ampie ali spiegate e, non appena li aggancio, inizio scattare. L'anteprima fotografia mostra esemplari molto simili all'aquila reale, sarà lei? In rifugio chiederemo lumi o Google sopperirà alle eventuali lacune non appena avremo a disposizione una connessione stabile.

Finissime goccioline di pioggia sono presagio delle previsioni meteo scoperte il giorno precedente presso il Rifugio Fanes: prima mattinata soleggiata, presente, seconda parte nuvolosa, presente, primo pomeriggio molto nuvoloso con possibili piogge, presente, pomeriggio inoltrato con piovaschi, attendiamo per l'appello, e sera con scrosci, attendiamo anche qui. Speriamo in bene, ma l'inevitabile sta galoppando celermente nel cielo.

Nei pressi del Rifugio Munt de Sennes veniamo investiti da sferzanti folate di vento gelido che scendono da Nord, congeliamo all'istante. Siamo sudati e non vi è alcuna protezione al di fuori della mantella.

È ora di pranzare e gli stomaci ne urlano le lodi, ma farlo in questo momento significa congestione assicurata. Non ci fermiamo, allunghiamo il passo e ci fiondiamo alla ricerca di un riparo inesistente. Seguiamo un tratto di strada sterrata e poi un sentiero, direzione Rifugio Biella alla Croda del Becco, la nostra meta finale.

La mia compagna di avventure e disavventure opta per il digiuno, il panino non scende in gola, dice stopposo, e preferisce per del cioccolato. Io mangerei la prima marmotta che mi capita a tiro! Fortuna dei mammiferi pucciosi, Giada mi caccia in bocca la mia dose di panino e i pensieri assassini si perdono nella pioggia. Cammino col pane in una mano e le racchette nell'altra, le fauci ruminanti, l’attrezzatura fotografica al riparo dagli spilli di ghiaccio.

Il profumo della pioggia nasconde quello della terra, della resina, delle piante e dei fiori. L'aria è umida, densa ed elettrica, la belva si sta avvicinando e non abbiamo la minima intenzione di piombare in un nubifragio.

I sassi lungo la via sono umidi e molto scivolosi, dobbiamo rallentare e fare molta attenzione a non ruzzolare sul terreno bagnato. Le nubi lottano coi monti che vogliono liberare le cime, ma la battaglia è persa in partenza e la perturbazione ruba la bellezza delle conformazioni rocciose della Croda del Becco, lastre di roccia che scivolano verso i sottostanti prati, lame di dura pietra modellata dall'orogenesi di tempi antichi. La brutalità del cielo, le rocce contorte, la tenue luce e l'oscurità imminente, rendono l'ambiente spettrale, lugubre e funereo. L'unico bagliore di felicità, in questo mondo tenebroso, sono le innumerevoli negritelle che imbellettano i prati gocciolanti, orchidee selvatiche per intenderci. In un attimo di tregua dall'impetuoso vento e dalla pioggia, colgo l'ultima occasione per fotografarne una, quella che di bellezza diviene momentaneamente mia musa ispiratrice.

Una breve discesa ci prepara alla strada sterrata lasciata al suo corso oramai ore fa. La seguiamo e con essa il nostro sguardo la imita finché raggiunge il cucuzzolo ove è adagiato il Rifugio Biella. L'arrivo è vicino e con esso la fine di un'altra giornata, la tristezza si accoppia a quella del cielo, triste per l'incombente fine della nostra avventura.

La bandiera garrisce al vento sventolando decisa nell'etere graffiato dalla fine pioggia. Le raffiche sono talmente irruenti che le gocce sfrecciano orizzontali avanti ai nostri occhi ingobbiti dalla visiera della mantella.

Alla porta d'ingresso ci scontriamo con una ressa inaspettata, decine e decine di persone sono stipate in ogni angolo del salone da pranzo. Il calore all'interno mozza il fiato, l'umidità è sciropposa, densa, quasi solida. Annaspiamo nell'attesa di ricevere attenzione, sono tutti molto indaffarati a sfamare gli escursionisti.

Siamo arrivati in anticipo sulla tabella di marcia e i commensali sono ancora ancorati ai tavoli a ingurgitare ogni bendidio.

Disseminati per il corridoio e le scale che portano ai piani superiori, ci sono zaini, racchette e scarponi; è una baraonda colossale. Il piccolo ingresso non è riuscito a contenere questa invasione di attrezzatura e ora è abbarbicata in ogni dove, ovunque e dovunque.

Una rifugista riesce a staccarsi dal duro lavoro, scappa per spiegarci la prassi di questo rifugio, è il suo attimo di pausa, di quiete prima di rituffarsi nella tempesta. Il nostro alloggio è nel sottotetto, una stanza con finestra sul temporale. Il nostro angolo di quiete è per quattro persone, due noi e due non si sa. Siamo i primi a conquistare il giaciglio, vedremo se ci sarà qualcun altro, di sicuro. Il piano è diviso in cinque o sei comparti, un dedalo di corridoietti lunghi un metro o poco più che collegano ogni camerata alla porta d'ingresso. Al piano inferiore, il primo, ci sono camerate normali, con muri di mattoni e stucco anziché in legno. La nostra cameretta, bucolica, è un'altra sfaccettatura della nostra avventura.

Il bagno è tutto nostro, non per altro siamo soli, quindi cogliamo l'occasione per lavarci a pezzi; doccia calda qui non esiste e con la temperatura esterna, e interna, evitiamo quella gelida come se fosse appestata. Pseudo-lavati, scendiamo nel salone sperando che la ressa si sia smagrita, tutto l'opposto saranno le loro pance. Che dire, ho fame, che novità. Quindi spaghetti al pomodoro per lei e fettuccine panna e funghi per il noioso scrittore in erba, Weissbier e Coca Cola comprese.

Scriviamo l'evoluzione della giornata mentre all'esterno il tempo muta. Sprazzi di luce conquistano la scena scalzando la pioggia. Le previsioni meteo non lo prevedevano, anzi tutt'altro, quindi ci aspettiamo da un momento all'altro un serio peggioramento; la quiete prima della tempesta.

Usciamo per prendere una boccata d'aria, fresca, umida, ma non soffocante come quella all'interno.

Raggiungiamo il vicino passo, chiamato Porta Sora al Forn, per anticipare quello che incontreremo l'indomani. Sul versante opposto della valle scorgiamo due stambecchi intenti a spiluccare chissà quale diavoleria in quella sassaia in cui si trovano. Una coppia ci raggiunge per proseguire subito dopo lungo la cresta che porta alla Piccola Croda del Becco. Li osserviamo con scetticismo, il temporale è in agguato e non ci sembra una saggia idea. Alle prime gocce scappiamo e ci chiediamo cosa staranno facendo quei due scellerati. Di gran passo raggiungiamo il rifugio e ci nascondiamo nel salone, al caldo. All'esterno il temporale imperversa con rinnovata energia. Poco dopo compaiono i due scellerati, inzuppati.

Il pomeriggio trascorre lento, fuori piove e dentro si sta piacevolmente bene. Il cielo è tetro, scuro e minaccioso. Raffiche di vento sbatacchiano la pioggia in ogni direzione per farla schiantare su rocce e prati. Nella nostra serra siamo protetti, al sicuro. Siamo gli unici, oltre ai rifugisti. Loro dapprima indaffarati a sistemare il delirio lasciato dalle locuste e poi, col passare delle ore, ad anticipare i preparativi per la cena. La quiete è la giusta occasione per chiarire l'incognita dei due volatili intravisti nel meriggio, la risposta unanime è "aquila reale". La felicità della conferma sull'avvistamento è l'ennesimo regalo di questa avventura. L'ultima che ricordi risale a qualche decennio or sono, avrò avuto cinque o sei anni, immagino, ed eravamo in Valmalenco, credo.

A scaglioni entrano nuovi escursionisti, tutti infradiciati, sorpresi dal temporale lungo il percorso che stavano seguendo. Chi sarà stato colto alla sprovvista fra i prati, sui ghiaioni o nei boschi. Storie diverse che confluiscono nello stesso calderone, umido e caldo, il Rifugio Biella.

Arriviamo a sera con la sala completamente occupata, gremita da voci multilingue che echeggiano nella stanza, si scavalcano, si mischiano, si innalzano di volume per potersi sentire in tutto questo vociare. Italiani, francesi, tedeschi, inglesi, americani e orientali (non ho una grande capacità a distinguere le lingue d'Oriente) e probabilmente anche qualche altra nazionalità. Tutti ammassati come polli in una gabbia, ma tutti felici di ridere, scherzare, giocare a carte, raccontarsi.

Il nostro tavolo è composto da un numero esatto di persone che i rifugisti hanno sapientemente calcolato per farci stare tutti comodamente seduti, e senza dividere i vari gruppi, più un ragazzo che è comparso all'ultimo. Ottima organizzazione in rifugio, complimenti per il duro lavoro. La rifugista in capo ha un diavolo per capello nel predisporre tutto e le sue aiutanti sgambettano come lei. Con noi una coppia e una ragazza, entrambe americani, di Seattle casualmente tutti e tre, e l'avventuriero inatteso.

La cena è all'insegna dei nostri racconti, mi sbizzarrisco col mio inglese completamente arrugginito, da anni fermo sulla mensola del mio cervello. Oramai sono trascorsi sette anni dall'esperienza in terra Inglese, vicino a Manchester quattro mesi e in Cumbria per altri due. All'epoca, sembra passato un secolo, ero migliorato parecchio al punto da pensare in inglese e di dover tradurre i miei pensieri verso l’italiano, ora è tutto l'opposto; un vero peccato. Insomma, le risate sono più rivolte alle mie strafalcerie per arrangiarmi nello spiegare termini che non conosco, che dei nostri racconti in sé. Loro sono al finire del primo giorno di trekking, noi al decimo. Gli americani alloggeranno nei rifugi a seguire, mentre il ragazzo domerà le terre selvagge in tenda, tempo permettendo. Sua disgrazia, fin dal principio il meteo non è a suo favore ed è costretto a trascorrere la prima notte in rifugio e non in tenda. Purtroppo il Rifugio Biella è saturo, salvo usare i tavoloni della sala da pranzo come materasso, e alla pari il rifugio Sennes, mentre alcuni posti sono rimasti disponibili al Rifugio Munt de Sennes; almeno questo è il riassunto di numerose telefonate dell'ultimo minuto fra i rifugisti dell'areale. Terminata la cena, lui scappa per correre alla successiva salvezza, nel buio. Noi continuiamo a raccontarci le reciproche avventure con un filo di amaro in bocca.

Lasciamo la tristezza dell'ultima sera per altri momenti, pensiamo alle cose belle e semplici della vita, il cibo: canederli con goulash per me e canederli conditi col burro per lei.

Piacevolmente soddisfatti e stanchi, salutiamo tutti per rintanarci nel nostro giaciglio. Al rientro della nostra suite, un “Hi!” generico viene scambiato fra noi e una giovane coppia di americani, intravisti a un’altra tavolata assieme loro coetanei e ora avvolti nelle calde coperte.

 

TAPPA 11

(Rifugio Biella alla Croda del Becco - Belluno)

Non sappiamo minimamente descrivere le emozioni che stiamo provando in questo momento, non distinguiamo nettamente i sintomi della tristezza o della felicità, è tutto così confuso. Il lungo viaggio sta per concludersi, lungo è il passato e breve quello che ci aspetta. Una marea infinita di esperienze, sensazioni, colori, forme, profumi, fatiche, gioie, dolori ed emozioni, un universo turbina al nostro interno, piangere o ridere, tutte sensazioni contrastanti.

Prepariamo la nostra attrezzatura nello scricchiolio generale di ogni asse di legno, ci dispiace anticipare la sveglia a molti, ma ci attende il tragitto più lungo fra tutti: dal Rifugio Biella a Belluno. Ovvio, non a piedi, sia mai in un giorno solo, almeno non nella sua interezza.

Al pianterreno la situazione è drammaticamente statica, non si muove una mosca. Il timore che i rifugisti siano ancora a dormire, causa precedente giornata apocalittica, viene scacciato alla comparsa del primo lavoratore. Gli sorridiamo, lui di rimando. Siamo in anticipo, venti minuti buoni, dobbiamo attendere.

I diciannove minuti e undici secondi che ci separano dall'apertura delle porte vengono impiegati a studiare la cartina appesa alla parete del corridoio d'ingresso; immagino nuove avventure, fantastico sui prossimi viaggi. Ho voglia di ricominciare da capo, non da Belluno, ma dalle prime tappe di altre innumerevoli alte vie alpine, o anche appenniniche, corse, pirenaiche, di tutte quelle inventate dall'uomo, o altre ancora da immaginare. Vorrei perdermi, non tornare più alla realtà lavorativa che divora le giornate facendocele scivolare via dalle dita come fine sabbia impalpabile.

Scatta l’ora X, ma tutto è ancora agli albori. Siamo impazienti di sgattaiolare via, ma tuttora siamo ancorati al pavimento del rifugio. Nel frattempo sono comparsi altri escursionisti e con loro si aprono le porte del salone. Colazione con caffè e pane spalmato di Nutella. Sono indeciso se prendere un uovo sodo o resistergli, non l'ho mangiato al Rifugio Scotoni e lo desidero ardentemente. Quindi, tagliando la testa al toro, godo della ciliegina sulla torta: uovo sodo con una spruzzata di sale. La memoria vola fulmineamente ai picnic in montagna, io e i miei genitori, a un valico alpino un giorno o a un alpeggio un altro, con una birra Von Wunster in lattina nel primo e con gli spaghetti al pomodoro tenuti al caldo nel thermos nel secondo, in entrambe i ricordi con un uovo sodo finemente impolverato di sale. Voto 7.

Salutiamo gli amici di tavolo e gli auguriamo il meglio per le loro prossime tappe. Compiaciuti per l'ottimo lavoro svolto, puntiamo al traguardo che ci aspetta a poche ore di distanza: Lago di BraiesFremiamo per la conquista imminente, siamo febbricitanti, elettrizzati, adrenalinici, ma soprattutto, sopra ogni cosa, siamo soddisfatti.

Il meteo rispecchia le previsioni, nuvoloso. Aggiungere altro è inutile e sarebbe uno spreco di parole. Preferisco pensare a quello che ci aspetta oltre Porta Sora al Forn, la Valle de El Forn, un laghetto senza dicitura a breve distanza dal sentiero, la discesa a valle e infine il lago terminale.

Al passo, alla quota maggiore di quest'oggi, il mondo va immaginato. Lo schermo grigio del televisore mostra immagini impalpabili, vacue e monotone, nessun colore, forma o movimento, solamente un velo spettrale. Peccato, avremmo preferito ammirare nuove cime e vallate, ma dobbiamo rimandare alla prossima visione.

Scendiamo a passo spedito nella sassaia in cui il sentiero serpeggia, perde quota rapidamente per poi rallentare verso il fondo, qui degrada più docilmente. L'umidità dell'aria attutisce ogni rumore, ci sentiamo ingabbiati in una stanza cinque metri per cinque con spessi muri di ovatta, udiamo esclusivamente i passi che toccano i sassi, sdrucciolano sulla ghiaia e imprimono la terra fradicia. Oltre, potrebbe non esistere alcunché, mai lo sapremo.

Conseguenze dell'irresponsabile scelta culinaria: durante tutto il cammino la digestione è andata molto a rilento, pesante, con annesso cerchio alla testa e sensazione di malessere abbinata a quella del rigurgitino finale. Ogni passo una maledizione rivolta alle due uova sode, si perché alla fine della fiera ne ho mangiata un'altra, che hanno appesantito il lavoro ai succhi gastrici. Il sangue, anziché andare ai muscoli e al cervello, è stato richiamato in forze verso lo stomaco, e qui entrano in gioco le conseguenze. Ora, che non si ripeta mai più in futuro, l'errore servirà di lezione. Devo imparare a tenere a bada le voglie culinarie, che strazio...

La via punta verso sinistra in concomitanza con un bivio e rivolge il suo sguardo su un nuovo versante della valle. Mughi e radi larici sono oscure sagome offuscate che sbucano dal nulla a ogni passo, spettri, fantasmi di anime perdute. Nel bosco la nebbia si alza, non riesce a penetrarvi, le piante la respingono scacciandola a quote maggiori. Noi scendiamo, serpeggiamo verso il basso, con noi il sentiero che da qui a poco vira verso destra oltrepassando un ruscelletto. Ora la vista si apre verso il Lago di Braies, vasto, scuro, incastonato nei bassi pendii della valle, crinali scoscesi ammantati da abetaie a perdita d'occhio.

Serpeggiamo nuovamente seguendo la via che ben presto ci porta a quote inferiori, a un immenso ghiaione che si estende in ogni direzione. Su di esso sono appollaiati radi boschi e sparuti larici che lottano per la sopravvivenza. Solchi enormi scavano questo paesaggio, passati torrenti alluvionali che hanno scarificato il terreno friabile, voluttuoso, con un passato inciso fra i sassi e la ghiaia e un futuro totalmente incerto, un destino scritto a mano libera dalle intemperie.

Mi fermo di colpo e Giada quasi si schianta contro il mio zaino, io immobile indico un punto avanti a me, lei da dietro sbuca con la testolina biondina per guardare oltre la mia spalla, un tenero scoiattolo di rosso-cupo vestito prende una pignetta e scappa via nel bosco. Un altro stupendo incontro, la natura è semplicemente adorabile.

Il lago è più vicino e con esso la visione delle prime persone. Sul cammino incrociamo lo sguardo, i sorrisi e i saluti di un'allegra ciurma di tedeschi, o austriaci; a sapere la differenza linguistica.

Oramai mancano poche centinaia di metri, siamo titubanti sullo spettacolo che scopriremo, ma è inevitabile e quindi, a testa bassa, proseguiamo senza indugi.

L'incrocio fra l'Alta Via delle Dolomiti n.1 e l'anello del Lago di Braies è un taglio netto fra le terre selvagge e la città, un pugno basso, nel ventre. Non sto parlando di civiltà, bensì di città. Il significato è presto svelato, veniamo travolti da un fiume di persone che si muove lungo la strada sterrata che anela il bacino lacustre. Tutti, nessuno escluso, che marcia lentamente nella stessa direzione come una processione in preghiera.

Disorientati, non ci soffermiamo ad ammirare lo specchio d'acqua o a guardare i passanti, puntiamo verso la fine del percorso. Abbiamo fretta perché vogliamo conoscere con certezza l'orario del bus di linea che dovrà accompagnarci a Dobbiaco, poi un altro a Cortina d'Ampezzo, un altro ancora a Calalzo di Cadore e, infine, l'ultimo a Belluno. I tempi saranno stretti e non possiamo permetterci il lusso di saltare manco una coincidenza.

Il flusso di persone segue prevalentemente il senso orario del percorso, ci accodiamo al convoglio, non vorremmo mai andare controcorrente per rimanere imbottigliati chissà dove. Siamo più veloci, tutti vanno a passo da shopping, noi non riusciamo a mantenerlo, troppo stancante.

Lungo il cammino che ci separa dalla parola fine, ci rendiamo conto che ci sono centinaia, anzi, migliaia di persone lungo tutte le sponde. Tocchiamo con mano la tangibile realtà che il Lago di Braies è veramente famoso, una celebrità; la serie televisiva “A un passo dal cielo” lo ha reso assurdamente un'attrazione turistica che mai avrei immaginato, ma qui stiamo rasentando la follia. Sono tutti in marcia in una processione incessante, uniforme, pressata, di gente di ogni genere e tipo che segue le pecore davanti a lei e viene a sua volta tallonata da un altrettanto nutrito gregge di belanti ovini. È talmente assurdo che non riesco a capacitarmi dell'ingegno umano nell'essere ridicolo, stupido e idiota. Il Lago di Braies è molto bello, nulla da toglierli, il panorama attorno a esso lo è forse di più, ma tutto questo non giustifica assolutamente tale perversione turistica. E, a essere sinceri, di laghi alpini dalle beltà superiori ne ho visti in gran numero, ma mai e poi mai così gremiti. Giovani e meno giovani intenti a scattarsi selfie nei punti e nelle posture più assurde con alle spalle uno minuto spicchio della vasta massa d'acqua, ma pensare a immortalare il lago anziché la vostra ignoranza non è più bello? Macché, anzi, si sbizzarriscono come a un qualsiasi parco divertimenti. Lasciamo perdere, continuiamo a camminare.

Giungiamo, finalmente, alla parola fine. Il parcheggio gremito di auto, bus turistici e migliaia di turisti stessi, è la peggiore conclusione che potessimo immaginare, anche nel peggiore degli incubi. Ora capisco perché è meglio iniziare l'Alta Via delle Dolomiti da qui e non come abbiamo fatto noi: scappi da tutto questo per allontanarti, non il contrario in cui ti ci tuffi appieno e caschi nella trappola che ti segna per tutta la vita. Abbiamo due ore a disposizione per poter prendere la corsa per Dobbiaco, quindi, pazienza alla mano, decidiamo di circumnavigare il lago per intero e ammirarne le famose beltà.

Cielo grigio, cime mozzate e colori smorti, direi che l'attuale condizione meteo ammazza la bellezza di questo posto. La situazione è questa, ci accontentiamo. La mia vena artistica è mogia, triste e ingabbiata, pensa solamente a scappare lontano da tutto. Mi limito a seguire Giada come uno zombie, ammiro l'ambiente e i dettagli, ma il mio cervello non riesce a percepirli. Anche lei è triste, ma almeno non si fa influenzare da questi trogloditi come il polemico che la pedina.

Breve pausa sulla sponda e poi ci muoviamo sugli stessi passi dell'arrivo per concludere definitivamente questo giro del lago in modalità “supplizio”. Alla fermata del bus siamo in pochi, tutti gli altri sono diretti verso la meta dei loro sogni artistici, fotografici e probabilmente erotici. Ben altro mi eccita che un selfie sulla barchetta a remi, sul pontile o sulla spiaggetta di turno.

Il nostro salvatore compare con un paio di minuti di ritardo, si scusa imprecando contro il traffico. L'autista racconta a un nostro vicino di seduta il motivo di tutto questo trambusto turistico, ovvero che l'inizio della mercificazione del luogo l'ha data la serie televisiva, ma lo slancio finale è stato causato dalla mania da selfie ad hoc pubblicati sui vari social network, questi ultimi hanno imbrigliato un tranquillo posto (che ora non lo è più) in una mercificazione dell'apparire. Tutti nella zona si lamentano della situazione, ma purtroppo sono stati inglobati da un vortice senza via di scampo. Concordiamo, oramai non si torna più indietro, nessun lo può fare.

Rimane solamente la misera e macabra speranza che in futuro diventi famoso un altro luogo in cui le masse ignoranti si sposteranno. Forse, in quel momento il Lago di Braies verrà lasciato in pace e la sua valle tornerà a respirare. Le sue genti non verranno più oppresse da questo inquinamento cittadino e, forse, un turismo maggiormente consapevole e rispettoso sostituirà il presente. D’altro canto, l’altro posto, riceverà lo stesso trattamento di non riguardo.

Ah, mi rendo conto solo ora di un particolare, non sarà per caso che fra voi lettori ci sia qualcuno cascato nella trappola? Se così fosse, non me ne scuso del giudizio generalista, polemico e aspro, purtroppo per voi è una pura, dura e semplice realtà dei fatti. A voi la scelta su cosa essere in futuro, io la mia provocazione l’ho lanciata e qualche “vaffa” sicuramente me lo prendo, ma forse non me lo merito. Vi lascio odiarmi con tutto il cuore, ma anche in questo punto del racconto me ne farò una ragione.

Torniamo alla realtà dei fatti dopo aver sproloquiato a destra e a manca senza colpo ferire. Siamo sul pullman di linea con lo sguardo perso sui paesaggi che mutano rapidamente a ogni chilometro. Le valli verdeggianti, con rade abitazioni e alberghi, lasciano il posto ad aree più urbanizzate, con meno prati da sfalcio e più capannoni, e numerose abitazioni con sgargianti fioriture alle finestre o nelle aiuole.

Dobbiaco, lo dice un cartello con scritta a caratteri cubitali e non v’è motivo di dubitarlo. Il bus di linea ci molla in centro e ci sentiamo completamente spaesati in un ambiente lontano dall'oramai quotidianità. Nessuna palina indica la via da prendere, nessun segnalino di bianco e rosso dipinto identifica il sentiero, nessun cartello in legno o acciaio descrive la località. Siamo soli in mezzo a tante persone sconosciute. Google Maps alla mano e di botto ci ritroviamo a essere nuovamente cittadini, non più abitanti nomadi di terre selvagge. Puntiamo a un supermercato vicino: due panini e speck affettato per il pranzo, un trancio di focaccia e un altro di pizza per la cena.

La piazza del centro diviene un finto alpeggio incastonati fra variopinti palazzi, una panchina realmente in legno accoglie le pudenga per abbracciare la nostra spossatezza. Giada non mangia, soffre enormemente quando nei lunghi viaggi impersonifica il ruolo della passeggera, in particolare se ci sono le curve, quindi preferisce rimanere a digiuno. Io ho una fame da lupo e divoro il panino imbottito alla bell'e meglio.

Alle prime gocce di pioggia ci spostiamo sotto un portico di un negozio, noi e un paio di altre persone. Tutti gli altri scappano in bar, in negozi o in albergo. Attendiamo, manca mezz'ora per la ripartenza, destinazione Cortina d’Ampezzo. In un attimo di tregua corriamo per raggiungere fulmineamente la pensilina delle linee urbane, lì ricomincia a scrosciare, una vagonata d'acqua con più vigore della precedente.

D'ora in avanti, almeno fino a Belluno, il mio amore mi odierà. Ne prendo atto e cercherò di riconquistarmelo nel prossimo futuro. Io, invece, continuo la scrittura e a voi le evoluzioni.

Prendiamo posizione sul secondo mezzo e torniamo nel nostro torpore cerebrale, un misto di stanchezza e di vuoto interiore. Alle prime curve serro la mano della mia compagna nella mia, percepisco la sua tensione, lo sguardo fisso verso il muso del pullman. Conoscendo la pollastra, ho seriamente paura di cosa può accadere da un momento all'altro, quindi inizio a preparare fazzoletti e il sacchetto della spesa, sperando non sia bucato; per ovviare al problema lo annodo sul fondo, ne diminuisce la volumetria interna, ma ne aumenta la sicurezza. Imposto il navigatore sul mio cellulare per capire esattamente a che punto siamo del percorso, manca poco, 10 minuti, forse più. La smorfia cadaverica è inequivocabile, rinuncia categoricamente alla mia proposta di fermare il viaggio energico e sportiveggiante dell'autista. Il cartello indicante la nuova cittadina ci fa ben sperare, ma il conto alla rovescia è imminente. Ci fermiamo, scendiamo per primi e, manco il tempo di dire “siamo arrivati”, che e Giada svuota lo stomaco vuoto nel sacchetto.

Qualche minuti di assestamento e riprendiamo i nostri averi mollati sul marciapiede della stazione per fare una passeggiata in centro. Nella via principale mi sento un estraneo, siamo decisamente lontani anni luce della moda di quest'anno. Quello che avevamo ammirato il giorno precedente nei pressi del Rifugio Fanes, ecco, qui è onnipresente, anzi, peggio. La mia ignoranza mi preclude l'identificazione delle singole specie animali che sta gironzolando senza meta apparente lungo la via principale del paesotto e, sfortunatamente per me, dovrò rimanere in questa condizione che defrauda la mia istruzione.

Gironzoliamo senza meta, non sappiamo come perdere il tempo che ci resta prima della prossima corsa rocambolesca fra le montagne dolomitiche. Un muretto è la risposta, ci adagiamo per perderci nei nostri pensieri mentre gli occhi osservano la variopinta fauna locale.

Altro giro, altra corsa. Il terzo bus di linea ci porterà in un'altra cittadina, ovvero Calalzo di Cadore. Non riusciamo a conquistare la prima fila, ci accontentiamo della terza. Sono seriamente preoccupato della replica, preparo un altro sacchetto. L'autista è in ritardo sulla tabella di marcia: causa signora che non sapeva dove scendere, causa signora che ha bloccato il mezzo a una non-fermata, causa ragazza che sale senza il biglietto e offre una bevuta gratis nel pub in cui lavora, causa signora che bellamente si intrufola senza mostrare tessera o biglietto della corsa e, a ogni imprevisto, volano ramanzine da parte dell'autista. Ora, immaginiamo di dover rispettare l'orario e di dover restare nei limiti di velocità, come vi comportereste in curva? La risposta la conosciamo, le conseguenze pure. Importuno un signore seduto nella seconda fila, conosce l’autista, e gli chiedo se può comunicarglielo per rallentare, rallenta. Mormorio generale, alcuni nelle retrovie imprecano altri in prima fila si mobilitano per farci sedere davanti. Mi spreco in mille ringraziamenti a ogni buona anima pia, Giada è un cencio. Al termine di tutto il tragitto arriviamo a destinazione in ritardo di quindici minuti, una tragedia per i rimasti fino al capolinea, questi avevano una coincidenza con il treno per Venezia. In presenza di altri tre autisti di altrettante linee che chiacchierano nel parcheggio della stazione durante la loro pausa, questi viaggiatori imprecano verso il nostro conducente dandogli la colpa dell'accaduto e menzionando come causa principale il qui presente fantasmino. Ora, immaginiamo fosse vero, ma si dovevano ridurre all'ultima corsa utile per prendere la coincidenza con un esiguo margine di soli cinque minuti? Prima di questa potevano coglierne almeno due o tre, da quando siamo atterrati a Cortina d’Ampezzo solo noi ne avevamo ben tre a disposizione, e noi giungiamo addirittura da un rifugio in alta montagna. Bestemmiando come solo loro potevano fare, si allontanano verso i binari invocando tutti i santi.

Attendiamo, manca una decina di minuti per l'ultimo giro, finalmente. Sul quarto, direzione Belluno, siamo soli, noi due e due autisti. Capiamo subito il motivo della loro accoppiata, la recluta e l'istruttore. Prima fila per lei e il suo zaino, seconda per me e il mio. Si parte. Il viaggio è dolce, gentile, delicato e attento, siamo fortunati. Nel frattempo salgono e scendono altre persone, ma sono invisibili. Sono più interessato alla mia bella funerea che agli altri passeggeri.

Salutiamo le vallate strette per entrare in quella più ampia dove Belluno ci attende. Al capolinea salutiamo i due autisti partenopei, simpaticissimi e altrettanto gentili e cordiali.

Ci spostiamo verso degli alti alberi che segnano il confine fra il parcheggio e il marciapiede, dobbiamo capire dove siamo esattamente per definire i prossimi movimenti. Ho uno zaino sulla schiena e uno sul ventre, lei col suo sacchettino alla mano.

Mollo tutto lungo disteso sul marciapiede e lei replica. Mi dispiace da morire per questa sua sofferenza, ma purtroppo non ho modo di aiutarla.

Google Maps è la salvezza, in meno di un minuto trovo la strada di casa. Raccattiamo i nostri averi e la seguiamo mestamente.

È finita, non la mia relazione con lei, almeno spero non a seguito della sua lettura di queste innumerevoli righe in cui descrivo sommariamente le sue vicende (i particolari li lascio alla vostra immaginazione), bensì è finita l'estenuante giornata. Siamo giunti infine all'alloggio finale: soggiorneremo due notti presso l'Albergo Cappelo e Cadore.

In camera gli zaini esplodono sia di contenuto che di fragranze differentemente aromatiche. A seguire, in ordine serrato: doccia calda, pizza e focaccia sul letto, dormita fino a un orario indefinito. Voto 4, alla cena.

 

Tappa 12, epilogo

(Belluno - Case Bortot)

Ci svegliamo con le prime luci che filtrano dalla finestra, temperatura piacevole, umidità bilanciata, nessun altro con noi nella camera, nessuno che russa e nessuno odore molesto (abbiamo insacchettato tutte le scorie mefitiche). Con flemmatici movimenti torniamo alla realtà e ci prepariamo per la vera ultima avventura: recuperare l'auto.

Fase 1: colazione, abbiamo una fame da lupi! Pane, brioches tiepide, biscotti, succo di frutta e caffè. Voto 6.

Ci sentiamo energici, carichi, allenati dalle centinaia di chilometri percorsi e dalle migliaia di metri di dislivello conquistati, siamo pronti per l’ultimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimi-ssimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimi-ssimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimi-ssimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimo traguardo (ringrazio “CRTL + C” e “CTRL + V” per l’aiuto sincero), ovvero l'ottenimento della spilletta che attesta il completamente dell'Alta Via delle Dolomiti n.1.

Usciamo dal non-rifugio e seguiamo l'avventura in un bosco edificato con cemento e pietre raffinate, intonaci colorati e piante addomesticate.

All'ufficio turistico riceviamo la più alta onorificenza che abbia mai posseduto: una spilla triangolare di blu dipinta, con un grande n.1 al centro e la dicitura “ALTA VIA Dolomiti” sul perimetro. Euforia all'ennesimo livello!!!

C'è un piccolo problemuccio, sia chiaro è stato calcolato fin dall'inizio, relativo all'ubicazione dell'auto e relativo recupero. Oggi affronteremo l'ultima tappa: da Belluno a Case Bortot: Tappa 12 ufficiosamente aggiunta alle altre. Imposto il navigatore e lo seguiamo attentamente passo dopo passo. Rimpiangiamo i sentieri, ma camminare speditamente sull'asfalto è molto più facile, soprattutto se lei non ha lo zaino e io ho solo l'attrezzatura fotografica, "solo" per così dire.

Non mi voglio allungare raccontandovi della mia deviazione, di quella che a un certo punto taglia a sinistra nel bosco e segue l'indicazione della meta, di quel sentiero che sale ininterrottamente fino a raggiungere la cresta boscosa del dosso, di quella traccia che poi decide di lasciarci senza alcuna altra segnalazione, di quella che si ramifica in altre due direzioni senza dare un nome alle loro future destinazioni. Ormai l'ho fatto, quindi proseguo. Scegliamo il sentiero più ovvio da prendere, quello che punta verso il basso. Fra le latifoglie cerco funghi inesistenti, orchidee mai viste e lascio la spensieratezza alle invettive. Sono mortificato per la deviazione inutile, ma il cartello era inequivocabile. Pazienza. Il dislivello aggiunto e la distanza percorsa non giustificano minimamente il tratto di strada asfaltata evitato per raggiungere il punto in cui siamo. Riprendiamo il suo corso grigio-nerastro e, sotto il sole cocente, manteniamo il passo.

Un ciclista ci supera con grossi goccioloni sulla fronte e lungo il mento, suda! Guardo il telaio del biciclo e mi complimento con lui per la scelta, di rimando mi ringrazia e si pone la domanda se non abbia maggior senso la versione accessoriata e facilitata, elettrica insomma, rispetto all'attuale. Gli auguriamo di non cadere in quella tentazione, di resistere, anche solo per essere l'ultimo ciclista qualora la specie si involi verso l'estinzione.

La mia splendida Panda dalle Cinquanta Sfumature di Lerciume aspetta pazientemente il nostro arrivo. È nella stessa, identica e medesima posizione della partenza, troppo ligia al dovere. Sono emozionato, non l'abbraccio per non sporcarmi, ma sono contento. È chiusa, quindi nessuno ha tentato di portarmela via. Si accende, quindi la batteria non si è scaricata dopo tutti questi giorni di lontananza, solitudine e tristezza reciproca. Gomme gonfie, direi tutto impeccabile.

Celebriamo il risultato perfetto, con un forte abbraccio, un bacio infinito e due splenditi sorrisi da fare invidia al sole stesso. Ok, lo ammetto, anche dopo quest'ultima frase Giada mi odierà a morte, ma cosa ci posso fare se non me ne vergogno e voglio scrivere che l'Amo. Ops!

Bando alla ciance, alle romanticherie e smancerie, ci dobbiamo concentrare per mettere la ciliegina sull'avventura, ovvero Bus del Busòn. Cosa sarà mai?

La stradina sterrata del primo giorno riprende vita dall'ultimo lembo di terra adibito a parcheggio per allungarsi rapidamente all'interno del rado bosco di latifoglie, prevalentemente aceri, carpini e altre piante di cui non ricordo il nome, o semplicemente non conosco. Il sole penetra fra le alte fronde degli alberi per illuminare le numerose more, mature, scure in volto, coi loro neri screziati di rosso, attendono d'essere mangiate, hanno aspettato il nostro ritorno. Quelle mature catturano immediatamente la nostra attenzione e con la stessa velocità cascano in bocca fra dolci gridolini zuccherini. Per Giada sono una leccornia quelle tardive, lei adora la frutta semi-acerba. La via prosegue ora con una leggera ascesa, dolcemente sale sul fianco tondeggiante del monte, poi, con la stessa tranquillità, si adagia nel punto in cui il suo largo corso si divide in due tracce: il sentiero CAI 501 con direzione Rifugio VII Alpini e il sentiero per Bus del Busòn. La traccia da seguire scende chissà dove, l’altra rimane in quota per strade conosciute. La mia curiosità finalmente verrà sfamata, scendiamo. Ringrazio nuovamente “CTRl + C” e “CTRL + V” per questo paragrafo, almeno non ho dovuto scriverlo nuovamente da zero.

Il bosco buio, umido, ricco di felci e di numerose sculture che rappresentano la musica, rende l'incognita meta un'attrattiva ancor più elettrizzante; non sappiamo cosa aspettarci, possiamo solo immaginarlo.

La fantasia viene ridicolizzata dalla realtà, l'ingresso è un'ampia spaccatura nella roccia, pareti verticali che salgono a picco per decine di metri, muri stratificati in milioni di anni e modellati dalla forza dell'acqua. Una straordinaria scoperta che non avremmo mai immaginato di trovare. Entriamo, l'ingresso è modesto rispetto al ventre, al suo interno ogni caratteristica è amplificata dalla maestosità del luogo. Gocce d'acqua piovono dalle sponde erbose delle sommità calcaree, precipitano per schiantarsi su minuti terrazzamenti di grigiastra roccia, lì esplodono come fuochi d'artificio mentre i raggi del sole ne illuminano la spensieratezza. Le felci hanno colonizzato ogni spazio abitabile, sono braccia distese verso il vuoto, lembi di vita a caccia della fievole luce che penetra dal sommitale bosco di latifoglie. Le sinuose curve ci conducono verso un spazio aperto, un anfiteatro naturale il cui basamento detritico è stato modellato dall'uomo incassandoci dei gradini, o forse delle sedute. Supponiamo venga utilizzato come un teatro, ideato e costruito dalla natura, compreso dall'uomo come un regalo e valorizzato per celebrarlo.

Seguiamo l'unica strada a disposizione per trovare l'uscita. Con il cuore ricolmo di bellezza, non potevamo concludere al meglio la nostra avventura. Grazie Natura!

Seduti in auto riprendiamo la nostra vita, salutiamo la montagna e scendiamo verso Belluno.

Mezza giornata oggi e l'intero domani per il ritorno: un giretto in città per scoprire le sue bellezze architettoniche con conclusione serale in pizzeria per quest'oggi e strada verso casa l'indomani.

 

Arrivederci alla prossima avventura!

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